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MELONI INSEGUE VANNACCI. L’ITALIA, INTANTO, INVECCHIALa crisi tra Italia e Spagna interessa ormai relativamente per il p...
08/08/2026

MELONI INSEGUE VANNACCI. L’ITALIA, INTANTO, INVECCHIA

La crisi tra Italia e Spagna interessa ormai relativamente per il pretesto che l’ha provocata. Interessa molto di più per quello che sta facendo riemergere a Roma: la Meloni dell’opposizione dentro la Meloni presidente del Consiglio.

Per quasi quattro anni Giorgia Meloni aveva compiuto un’operazione che, gliene va dato atto, non era affatto scontata. Arrivata a Palazzo Chigi aveva riposto parecchi slogan nel cassetto e scoperto che governare una delle principali economie europee è leggermente più complicato che arringare una piazza. Ma ora si avvicinano le elezioni, Salvini cerca disperatamente di ricordare agli elettori di esistere e soprattutto Vannacci ringhia sulla destra. Ed ecco riapparire la Meloni formato comizio, quella che davanti a un problema complesso cerca un nemico e degli spauracchi.

Questa volta il nemico è la Spagna di Pedro Sánchez, colpevole di perseguire una politica migratoria diversa dalla nostra e, dettaglio piuttosto imbarazzante per i suoi detrattori, di aver puntato sull’integrazione degli immigrati, grazie ai quali l’economia sp****la cresce. Forse, prima di impartire lezioni a Madrid, converrebbe almeno prendere appunti.

Perché l’Italia ha un problema infinitamente più serio di qualche centinaio o migliaio di migranti da esibire al telegiornale: sta finendo gli italiani in età da lavoro. Le generazioni che entrano nel mercato del lavoro sono molto più piccole di quelle che ne escono, mentre aumentano i pensionati che devono essere sostenuti dai contributi di chi lavora oggi. Non è destra, sinistra, buonismo o cattivismo. È aritmetica.

Ed ecco allora l’altra soluzione miracolosa del sovranismo: facciamo più figli.

Peccato che un bambino nato oggi possa essere una splendida notizia per la sua famiglia, ma non versi un euro all’INPS per venti o venticinque anni. Nel frattempo richiede sanità, scuola, servizi, sostegni alle famiglie e magari università. Proprio negli anni nei quali abbiamo disperatamente bisogno di allargare la base contributiva, la politica della natalità farebbe esattamente il contrario: aumenterebbe nell’immediato il numero dei percettori di risorse senza aumentare quello dei contribuenti.

A noi i contribuenti servono adesso, non nel 2050.

E c’è una beffa ulteriore. Dopo avere speso venticinque anni per crescere, istruire e magari laureare un giovane italiano, nessuno garantisce che sarà lui a finanziare le nostre pensioni. Se è bravo, qualificato e ambizioso, rischia di fare quello che già fanno tanti giovani italiani: prendere la formazione pagata in buona parte dalla collettività e andare a produrre reddito in Germania, Svizzera, Canada, Olanda o altrove, dove trova stipendi e prospettive migliori.

Il capolavoro sarebbe quindi pagare per venticinque anni la formazione del contribuente del futuro e, appena pronto a contribuire, regalarlo a un altro Paese.

Con l’immigrazione economica ben gestita il meccanismo si rovescia. Una persona arriva a 25 o 30 anni dopo essere stata cresciuta e spesso istruita a spese del Paese d’origine. Se la integriamo rapidamente, la facciamo uscire dall’economia sommersa e la inseriamo nel mercato regolare, comincia subito a produrre PIL, pagare imposte, versare contributi, consumare, affittare una casa e acquistare beni e servizi.

E soprattutto gli immigrati non si limitano a occupare posti di lavoro: contribuiscono a crearne di nuovi. È questo che sfugge alla caricatura sovranista dell’economia, secondo la quale esisterebbe una quantità fissa di lavoro e ogni immigrato assunto ruberebbe una sedia a un italiano. L’economia non è un autobus con quaranta posti.

Se un’impresa trova gli operai, gli addetti alla logistica, gli autisti, gli infermieri, i tecnici o il personale che le mancava, può produrre di più, accettare nuovi ordini, investire ed espandersi. E un’impresa che cresce ha bisogno anche di ingegneri, informatici, amministrativi, progettisti, responsabili e dirigenti. L’integrazione della nuova forza lavoro può quindi creare anche occupazione qualificata per gli italiani, rendendo la nostra economia più dinamica e offrendo ai nostri giovani migliori qualche motivo in più per non trasferirsi all’estero.

Questa dovrebbe essere la politica: canali legali d’ingresso collegati alle esigenze del mercato del lavoro, lingua, formazione, riconoscimento delle qualifiche, emersione dal lavoro nero e integrazione rapidissima.

E, dall’altra parte, servono accordi bilaterali seri ed efficaci per rimpatriare chi delinque gravemente. Per tutti gli altri deve essere altrettanto chiaro il patto: chi dimostra concretamente di volersi integrare, rispettando non soltanto le leggi ma anche i principi fondamentali del modello democratico e culturale europeo-occidentale — libertà individuale, parità tra uomo e donna, libertà religiosa e di espressione, laicità dello Stato — deve poter accedere a un percorso verso la residenza di lungo periodo e, con il tempo, eventualmente alla cittadinanza. Chi invece non intende accettare questo percorso di integrazione potrà ve**re a lavorare, se necessario alla nostra economia, ma con un permesso temporaneo e con la prospettiva di rientrare nel proprio Paese alla sua scadenza.

Non frontiere spalancate: immigrazione governata.

Invece inseguiamo Vannacci e litighiamo con Sánchez.

E qui ritorna l’altra grande illusione sovranista: la famosa “Europa delle nazioni”. Trump e Putin, pur con interessi diversissimi, non potrebbero desiderare di meglio. Divide et impera. Un’Europa frammentata in piccoli nazionalismi è molto più facile da condizionare di un blocco di 450 milioni di persone che tratta con una sola voce. Dividere l’Europa non restituisce sovranità all’Italia: rende semplicemente l’Italia più piccola.

In questi giorni, vedendo quello che sta succedendo ad Anthony Fauci, mi sono posto soprattutto una domanda: perché?Perc...
08/07/2026

In questi giorni, vedendo quello che sta succedendo ad Anthony Fauci, mi sono posto soprattutto una domanda: perché?

Perché prendersela con un uomo che ha dedicato più di mezzo secolo alla salute pubblica americana, servendo sette presidenti, repubblicani e democratici, e che ha dato un contributo enorme alla lotta contro AIDS, Ebola, Zika e infine Covid? Naturalmente questo non significa che Fauci sia infallibile, né che durante la pandemia non abbia commesso errori. Ma trovo francamente ignobile che una persona che ha dedicato praticamente tutta la propria vita professionale al servizio pubblico venga trasformata, alla fine della carriera, in una specie di criminale e trascinata nel fango per ragioni politiche.

Ma, al di là dell’indignazione, continuavo a chiedermi: a che pro? Qual è il vantaggio politico di tutto questo?

Purtroppo credo che la risposta sia piuttosto semplice: i voti.

E, più precisamente, un particolare tipo di voto che in politica vale moltissimo: quello dei cosiddetti single-issue voters, gli elettori che decidono come votare quasi esclusivamente sulla base di un singolo argomento.

È un meccanismo che conosciamo benissimo anche in Italia. La maggioranza degli elettori mette sulla bilancia molte questioni diverse: economia, tasse, immigrazione, pensioni, sanità, politica estera, diritti civili, personalità dei candidati. Ma esistono anche piccoli gruppi per i quali una singola questione è talmente importante da determinare praticamente da sola il voto. È uno dei motivi per cui categorie numericamente piccole, dai tassisti ai balneari, possono acquistare un peso politico enormemente superiore alla loro consistenza numerica: sono organizzate, motivate e votano sulla base di quella specifica questione.

Con una parte del movimento no-vax avviene qualcosa di analogo, ma in forma ancora più radicale, perché non stiamo parlando semplicemente della difesa di un interesse economico. Per molti il no-vax è diventato un elemento identitario. E una parte di questo movimento presenta ormai dinamiche che ricordano quelle dei gruppi settari: la convinzione diventa totalizzante e soprattutto impermeabile alle prove contrarie.

Politicamente, un elettorato del genere è una miniera d’oro.

Pensiamoci. Quanti elettori moderati smetteranno di votare repubblicano perché il senatore Rand Paul perseguita Anthony Fauci? Probabilmente pochissimi. Un elettore tipico continuerà a decidere sulla base dell’economia, dell’immigrazione, delle tasse, del prezzo di benzina e gasolio, e di cento altre questioni.

Ma per il no-vax radicalizzato Fauci è diventato IL simbolo: vaccini, lockdown, mascherine, Big Pharma, governo federale, scienziati, establishment. Metterlo alla gogna, trascinarlo nuovamente davanti al Congresso e promettere finalmente la resa dei conti significa galvanizzare un piccolo ma motivatissimo segmento dell’elettorato.

Il calcolo è quindi di un cinismo quasi perfetto: rischi di perdere pochissimi voti e puoi conquistarne o mobilitarne molti all’interno di un gruppo che considera questa battaglia decisiva.

C’è poi un secondo vantaggio politico, particolarmente importante in questo momento: cambiare argomento.

Trump e i repubblicani hanno parecchi motivi per desiderare che gli americani parlino d’altro. Trump aveva promesso di sconfiggere rapidamente l’inflazione e ridurre il costo della vita, ma l’inflazione è tornata a salire e i prezzi continuano a pesare sulle famiglie. Aveva promesso di essere il presidente che avrebbe tenuto l’America lontana dalle guerre e oggi gli Stati Uniti sono direttamente coinvolti nel conflitto con l’Iran, con conseguenze che gli americani vedono anche nel prezzo del petrolio e della benzina.

Quando diventa difficile parlare dei risultati concreti, la politica ha una vecchia soluzione: cambiare terreno di gioco. E bisogna riconoscere che la destra americana è diventata straordinariamente brava a farlo, spostando continuamente il dibattito verso nuove culture wars, dove non servono risultati economici particolarmente brillanti ma soprattutto un nemico contro il quale indirizzare rabbia e risentimento.

Fauci è il nemico perfetto.

La cosa che trovo più sconcertante, però, è che questa operazione possa ancora funzionare nel 2026 come se fossimo rimasti congelati nel marzo 2020.

Nel 2020 era perfettamente legittimo avere dubbi. Avevamo un virus nuovo, informazioni incomplete e vaccini che ancora non esistevano. Furono commessi errori, alcune misure furono probabilmente eccessive, altre insufficienti, e diverse raccomandazioni cambiarono quando arrivarono nuove informazioni. È esattamente così che funziona la scienza: non promette l’infallibilità, ma corregge le proprie conclusioni quando cambiano le evidenze.

Ma sono passati sei anni.

Abbiamo miliardi di dosi somministrate e una quantità enorme di dati provenienti da tutto il mondo. Uno dei più importanti studi sull’impatto globale della vaccinazione, pubblicato su The Lancet Infectious Diseases, ha stimato che i vaccini abbiano evitato circa 19,8 milioni di morti nel SOLO PRIMO ANNO della campagna vaccinale, utilizzando le stime dell’eccesso di mortalità. Per avere semplicemente un’idea dell’ordine di grandezza, numericamente significa più di tre volte i circa sei milioni di ebrei assassinati nella Shoah.

Nel frattempo, che cosa è successo alle catastrofi annunciate dai no-vax?

Dove sono le stragi che avremmo dovuto vedere dopo due anni, poi tre, poi cinque? Dove sono l’infertilità di massa, i sistemi immunitari distrutti e tutte le altre conseguenze apocalittiche che ci venivano continuamente annunciate?

Non si sono verificate.

Al contrario, i grandi studi successivi non mostrano un aumento della mortalità generale nei vaccinati. Uno studio nazionale francese pubblicato nel 2025, su quasi 29 milioni di persone seguite per circa quattro anni, ha trovato addirittura una mortalità complessiva inferiore del 25% tra i vaccinati con vaccini mRNA. Naturalmente questo non significa che il vaccino protegga direttamente da qualsiasi causa di morte — negli studi osservazionali esistono fattori di confondimento — ma significa certamente che la grande strage tardiva attribuita ai vaccini semplicemente non compare nei dati.

Eppure, dopo sei anni, per una parte del movimento no-vax la convinzione non si è spostata di un millimetro.

Ed è qui che, secondo me, smettiamo di parlare di normale scetticismo e cominciamo ad avvicinarci alla dinamica della fede. Lo scettico dice: questa è la mia ipotesi, vediamo che cosa dicono i dati. Se i dati per sei anni contraddicono le sue previsioni, modifica la propria posizione. Se invece qualsiasi studio contrario diventa automaticamente parte della cospirazione — gli scienziati sono comprati, le università corrotte, le statistiche manipolate, i medici complici — mentre qualsiasi video trovato sui social che conferma ciò che già si crede diventa immediatamente una prova, abbiamo costruito una convinzione impermeabile a qualsiasi possibile confutazione.

Ed è proprio questo che rende una parte dell’elettorato no-vax politicamente così preziosa.

Non devi convincerla con nuovi argomenti. Devi soltanto continuare ad alimentare la convinzione che aveva già, indicarle il colpevole e prometterle che finalmente qualcuno pagherà.

Fauci è diventato quel colpevole.

Per questo temo che l’offensiva repubblicana contro di lui abbia ormai molto meno a che vedere con una seria analisi di ciò che abbiamo fatto bene e male durante la pandemia e molto più con una vecchissima tecnica elettorale: quando sei in difficoltà sui problemi concreti, trova una minoranza estremamente motivata, individua il nemico che quella minoranza già detesta, trasformalo in una nuova battaglia culturale e portala alle urne.

È cinico. È profondamente ingiusto nei confronti di Fauci. Ma, purtroppo, politicamente può funzionare molto bene.

C’è una sola parola per descrivere quello che è accaduto oggi al Senato degli Stati Uniti: vergogna.Una commissione del ...
08/06/2026

C’è una sola parola per descrivere quello che è accaduto oggi al Senato degli Stati Uniti: vergogna.

Una commissione del Senato ha votato per dichiarare Anthony Fauci in “oltraggio al Congresso”. Naturalmente la vicenda seguirà il suo corso e il Dipartimento di Giustizia deciderà se procedere oppure no. Ma, a essere sinceri, l’aspetto giuridico è quasi secondario. Quello che mi colpisce davvero è il significato politico e culturale di questa vicenda. Perché Anthony Fauci non è soltanto un uomo finito nel mirino di alcuni senatori repubblicani. È diventato il simbolo di qualcosa di molto più grande: l’attacco che una parte della destra radicale americana sta conducendo da anni contro la ricerca scientifica, contro le università, contro gli esperti e, in definitiva, contro l’idea stessa che la realtà esista indipendentemente dall’ideologia.

Il caso Fauci, infatti, non nasce nel vuoto. È figlio dello stesso clima che ha trasformato gli scienziati del cambiamento climatico in bersagli politici, che ha giustificato pesantissimi tagli ai finanziamenti della ricerca, che ha dipinto le università come roccaforti di un presunto nemico ideologico e che, durante la pandemia, ha alimentato una sistematica delegittimazione della medicina e della sanità pubblica.

Vorrei essere molto chiaro su questo punto, perché è il cuore dell’intero ragionamento. In una democrazia è non solo legittimo, ma doveroso sottoporre a scrutinio chi esercita funzioni pubbliche. È legittimo criticare Anthony Fauci, discutere le sue decisioni, chiedere trasparenza e pretendere spiegazioni. Sarebbe assurdo sostenere il contrario. Ma esiste una differenza enorme, direi decisiva, tra un’indagine che cerca di accertare la verità e un’indagine che palesemente parte da una “verità “già decisa politicamente.

Forse questa vicenda mi colpisce anche per una ragione personale. Durante la pandemia ho avuto il privilegio di lavorare come interprete in numerose riunioni internazionali tra ricercatori impegnati nello sviluppo dei vaccini contro il SARS-CoV-2. Non sono uno scienziato, ma ero abbastanza vicino da assistere a qualcosa che moltissime persone non hanno mai avuto occasione di vedere: alcuni dei migliori immunologi, virologi e infettivologi del mondo discutere, mettere in discussione le proprie ipotesi, correggersi, cambiare idea quando emergevano dati nuovi.

È anche in quelle riunioni che compresi perché i vaccini contro il Covid siano stati sviluppati in tempi così rapidi. Ancora oggi si sente ripetere, con sorprendente leggerezza, che sarebbero stati “fatti in pochi mesi”, quasi fossero nati da un’improvvisazione. È una delle più grandi mistificazioni degli ultimi anni. Quei vaccini non nacquero in pochi mesi. Nacquero dopo decenni di ricerca. Dietro c’erano quarant’anni di studi sull’HIV/AIDS, sull’immunologia, sulla biologia molecolare, sulla tecnologia mRNA, sui coronavirus della SARS e della MERS. Gran parte di questo immenso patrimonio scientifico fu costruito anche grazie ai programmi sostenuti dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases sotto la direzione di Anthony Fauci. Il vaccino contro l’HIV non è ancora arrivato, purtroppo, ma quelle ricerche hanno generato conoscenze che si sono rivelate decisive quando il mondo si è trovato davanti a una pandemia completamente nuova. È così che funziona la scienza: il progresso non procede per miracoli, ma accumulando pazientemente conoscenze che spesso trovano applicazione in campi molto diversi da quelli nei quali erano nate.

Basta guardare la storia della medicina per capire quanto sia assurdo il disprezzo che il movimento no-vax continua a riservare ai vaccini. Il vaiolo è stato eradicato. La poliomielite è quasi scomparsa. Morbillo, difterite, tetano, pertosse, epatite B e moltissime altre malattie hanno visto crollare mortalità e sofferenze grazie alle vaccinazioni. Oggi la tecnologia a mRNA promette di aprire prospettive straordinarie non solo contro le malattie infettive, ma perfino contro alcuni tumori. Eppure, proprio mentre siamo all’inizio di una delle più promettenti rivoluzioni della medicina moderna, assistiamo al tentativo di trasformare gli scienziati nei nuovi nemici del popolo.

Quello che considero profondamente sbagliato è trasformare il confronto scientifico in una battaglia ideologica nella quale gli esperti sono considerati credibili soltanto quando confermano ciò che la politica desidera sentirsi dire. Una democrazia sana ha bisogno di una politica che discuta le conseguenze delle evidenze scientifiche; non di una politica che pretenda di stabilire quali evidenze siano accettabili.

Anthony Fauci non ha bisogno della mia difesa. Saranno la storia della medicina e i milioni di vite salvate, direttamente o indirettamente, anche grazie al lavoro suo e dei ricercatori con cui ha collaborato, a giudicare il valore della sua carriera. Quello che invece dovrebbe preoccupare tutti noi è il precedente che si sta creando. Perché una società nella quale gli scienziati vengono intimiditi, le università vengono trattate come avversari politici e la ricerca diventa il bersaglio della propaganda non è più una società libera.

Le immagini arrivate ieri dalla Val di Susa dovrebbero indignare chiunque abbia a cuore la democrazia, indipendentemente...
07/26/2026

Le immagini arrivate ieri dalla Val di Susa dovrebbero indignare chiunque abbia a cuore la democrazia, indipendentemente dalle proprie idee politiche. Assalti ai cantieri, lanci di pietre, bombe carta e razzi, mezzi delle forze dell’ordine incendiati, decine di agenti feriti: questa non è una manifestazione, è violenza politica. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso la propria solidarietà alle forze dell’ordine impegnate a difendere un’opera pubblica deliberata dalle istituzioni democratiche. A quella solidarietà mi unisco senza alcuna esitazione. E lo dico da persona che, su molti temi, si considera di orientamento progressista. La difesa dello Stato di diritto non è una questione di destra o di sinistra: è il presupposto stesso della democrazia.

Proprio per questo credo sia arrivato il momento di affrontare un tema che troppo spesso viene eluso. Il problema non sono soltanto i gruppi violenti che trasformano ogni manifestazione in una guerriglia. Il problema è anche l’impostazione culturale del movimento No Tav e, più in generale, di quel “partito del No” che da decenni accompagna praticamente ogni grande infrastruttura del nostro Paese. È una cultura profondamente sbagliata sia nel merito sia nel metodo.

Nel merito, perché il futuro del trasporto europeo passa inevitabilmente dal trasferimento di una quota crescente del traffico merci dalla gomma alla ferrovia. Non è un capriccio di qualche governo, né un favore alle grandi imprese. È una scelta strategica perseguita dall’Unione Europea per ridurre emissioni, congestione stradale, incidentalità, consumo di carburanti e costi logistici. Chiunque sostenga la transizione ecologica dovrebbe essere il primo a comprendere che non esiste una seria politica ambientale senza un enorme investimento nel trasporto ferroviario.

La Torino-Lione non è un’infrastruttura pensata per la sola Valle di Susa. Così come il Tunnel di Base del Brennero non riguarda soltanto il Trentino o l’Alto Adige. Entrambe fanno parte delle grandi reti ferroviarie europee che collegano Paesi, porti, aree industriali e mercati. Un’economia moderna vive di collegamenti efficienti. Le imprese competono anche grazie ai tempi e ai costi del trasporto. Un Paese che rinuncia alle proprie infrastrutture rinuncia lentamente anche alla propria competitività.

Naturalmente ogni grande opera comporta sacrifici. Ogni cantiere produce disagi. Ogni infrastruttura modifica il territorio. Sarebbe ingenuo negarlo. Ma è altrettanto ingenuo pensare che possa esistere un’opera pubblica importante che non incontri opposizioni locali. Se elevassimo il principio del “non nel mio giardino” a regola generale, non costruiremmo più ferrovie, autostrade, elettrodotti, ospedali, dighe, impianti energetici, depuratori o perfino scuole. Lo Stato cesserebbe di essere capace di programmare il proprio futuro, diventando ostaggio del veto permanente di ogni singola comunità interessata.

È proprio qui che emerge il secondo errore, quello di metodo. In democrazia è sacrosanto contestare un progetto, manifestare, raccogliere firme, proporre studi alternativi, convincere l’opinione pubblica e cercare di modificare le decisioni della politica. Tutto questo appartiene al normale confronto democratico. Ma esiste un momento in cui le istituzioni decidono. Dopo anni di studi, valutazioni ambientali, dibattiti parlamentari, accordi internazionali e deliberazioni democraticamente assunte, quelle decisioni devono poter essere eseguite. Pretendere di impedirne materialmente l’attuazione significa sostituire il principio della rappresentanza con quello della forza. Non è più dissenso democratico: è la pretesa che una minoranza possa imporre la propria volontà a tutti gli altri.

Per questo condivido le parole di Antonio Padellaro, certamente non sospettabile di simpatie per la destra. Ha osservato come i gruppi violenti non siano “quattro cretini”, ma persone organizzate, preparate, che agiscono con modalità quasi paramilitari, e ha criticato sia l’incapacità della sinistra di prenderne definitivamente le distanze sia l’insufficiente capacità dello Stato di identificarne organizzatori e finanziatori. È una riflessione difficile da liquidare come propaganda, proprio perché proviene da uno storico esponente della sinistra italiana.

E c’è poi una domanda che lo Stato non può continuare a eludere: com’è possibile che gruppi così organizzati, che preparano gli scontri con largo anticipo e si muovono quasi militarmente, non vengano infiltrati e identificati dalla Digos e dagli apparati di intelligence? I responsabili vanno individuati, arrestati e processati. In uno Stato di diritto la violenza politica si sconfigge con indagini efficaci e con la certezza della giustizia, non lasciando che gli stessi gruppi tornino periodicamente a devastare i cantieri e ad aggredire le forze dell’ordine.

L’Italia ha un disperato bisogno di uscire dalla cultura del “No” permanente. Abbiamo bisogno di discutere le opere pubbliche, di migliorarle, di pretendere trasparenza, controlli rigorosi e il massimo rispetto dell’ambiente. Ma abbiamo anche bisogno di costruirle. Perché le grandi infrastrutture non sono un lusso: sono il presupposto della crescita economica, della competitività internazionale e della stessa transizione ecologica. Continuare a bloccare tutto significa condannare il Paese all’immobilismo. E un Paese immobile, mentre il resto del mondo investe e corre, è un Paese che sceglie consapevolmente il proprio declino.

Questa settimana, ascoltando Prima Pagina su Radio3, condotta dal direttore di Milano Finanza Roberto Sommella, ho senti...
07/24/2026

Questa settimana, ascoltando Prima Pagina su Radio3, condotta dal direttore di Milano Finanza Roberto Sommella, ho sentito parlare di PNRR, deficit, investimenti pubblici e recupero dell’evasione fiscale. Temi interessanti, che però mi portano ad alcune riflessioni.

Uno dei temi affrontati oggi era il forte incremento del gettito fiscale dovuto all’integrazione tra POS e registratori telematici. Una misura apparentemente tecnica che, in realtà, racconta molto del nostro Paese. Per anni una parte degli esercenti ha accettato pagamenti elettronici senza dichiarare integralmente gli incassi. Oggi, con il collegamento automatico tra POS e registratore di cassa, questa possibilità si è drasticamente ridotta e il gettito è aumentato di diversi miliardi.

Questo dato dovrebbe far riflettere. Significa che una parte dell’evasione non avveniva soltanto grazie al contante, ma anche nella convinzione di poter occultare ricavi perfino quando il pagamento lasciava una traccia elettronica.

Fin qui la buona notizia. Quella meno buona è ciò che spesso segue nel dibattito pubblico. Ogni volta che emergono nuove entrate, lo stesso direttore Sommella si è domandato: “Come le spendiamo?”. Riduciamo le accise? Introduciamo nuovi bonus? Tagliamo qualche imposta?

Secondo me è la domanda sbagliata.

L’Italia ha un debito pubblico tra i più elevati del mondo sviluppato. Ogni anno spendiamo una cifra che ormai si avvicina ai 100 miliardi di euro solo per pagare gli interessi: una delle principali voci di spesa dello Stato. Cento miliardi sono davvero tanti. Soldi che non costruiscono scuole, non finanziano ospedali, non migliorano i trasporti, non aumentano le pensioni. Servono semplicemente a pagare il costo del debito accumulato negli anni.

In queste condizioni, qualunque entrata straordinaria dovrebbe avere una destinazione pressoché obbligata: ridurre il debito.

Lo stesso vale per eventuali nuove imposte sui grandi patrimoni, in particolare quelli immobiliari, tema sul quale personalmente sono molto favorevole. Se mai si introducesse una patrimoniale, non dovrebbe finanziare nuova spesa corrente. Dovrebbe essere vincolata esclusivamente alla riduzione del debito pubblico.

C’è poi un equivoco che accompagna da decenni la politica italiana. Quasi tutti i governi si sono presentati a Bruxelles rivendicando “maggiore flessibilità”, cioè la possibilità di fare più deficit e spendere di più. Ma quella era la convenienza del governo di turno, non quella del Paese. Per chi governa è sempre più facile distribuire risorse oggi e rinviare il conto a domani. L’interesse della nazione, invece, è l’opposto: ridurre gradualmente il peso del debito e contenere una spesa pubblica che troppo spesso sfugge a qualsiasi revisione seria.

Per questo considero un errore che la spending review di Carlo Cottarelli sia stata cassata. Matteo Renzi, che giudico nel complesso uno dei migliori presidenti del Consiglio degli ultimi anni, ebbe il merito di affrontare diverse riforme difficili. Ma non gli perdonerò mai di non aver sostenuto il lavoro di Cottarelli quando emerse con chiarezza quanto fosse possibile razionalizzare la spesa pubblica. Gli mancò il coraggio di affrontarne il costo politico.

Lo stesso vale per il governo Monti. È stato uno dei governi più impopolari della Repubblica, e la riforma Fornero è ancora oggi oggetto di fortissime contestazioni. Eppure ha contribuito in modo decisivo a mettere in sicurezza i conti pubblici italiani in un momento di gravissima emergenza finanziaria. Al contrario, molte forze politiche (in particolare Lega e M5 Stelle), che hanno costruito consenso promettendo pensioni anticipate, bonus stratosferici e maggiore deficit hanno privilegiato il consenso immediato rispetto alla sostenibilità di lungo periodo.

Anche il dibattito sul PNRR merita di essere affrontato con equilibrio. A mio giudizio il forte ricorso al PNRR è stato, nel complesso, una scelta corretta. Non perché “il debito non conta”, ma perché si tratta di risorse destinate a investimenti di lungo periodo e finanziate a condizioni più favorevoli di quelle che l’Italia avrebbe ottenuto da sola sui mercati.

Quello che invece continua a indignarmi è la retorica demagogica secondo cui Bruxelles sarebbe un’entità arcigna che pretende sacrifici incomprensibili. Ridurre progressivamente il rapporto tra debito pubblico e PIL non è un capriccio europeo. È semplicemente buona amministrazione. È ciò che farebbe qualsiasi famiglia fortemente indebitata: se arriva un’entrata imprevista, la prima cosa da fare non è aumentare il tenore di vita, ma ridurre il mutuo.

Per questo credo che serva un cambio di mentalità. Ogni volta che recuperiamo gettito dall’evasione, ogni volta che l’economia cresce più del previsto, ogni volta che entrano risorse straordinarie, invece di parlare di fantomatici “tesoretti”, chiedendosi “quale nuova spesa possiamo finanziare”, ci si dovrebbe solo chiedere: “quanto debito possiamo estinguere?”.

Meno debito significa meno interessi domani. Meno interessi significano più risorse permanenti per sanità, scuola, ricerca, sicurezza e riduzione delle tasse. È una strategia meno spettacolare dei bonus annunciati in conferenza stampa, ma infinitamente più responsabile. E, soprattutto, è l’unica che possa restituire all’Italia margini di libertà economica (senza prendersela con le agenzie di rating), e senza continuare a scaricare il costo delle nostre scelte sulle generazioni future.

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