08/08/2026
MELONI INSEGUE VANNACCI. L’ITALIA, INTANTO, INVECCHIA
La crisi tra Italia e Spagna interessa ormai relativamente per il pretesto che l’ha provocata. Interessa molto di più per quello che sta facendo riemergere a Roma: la Meloni dell’opposizione dentro la Meloni presidente del Consiglio.
Per quasi quattro anni Giorgia Meloni aveva compiuto un’operazione che, gliene va dato atto, non era affatto scontata. Arrivata a Palazzo Chigi aveva riposto parecchi slogan nel cassetto e scoperto che governare una delle principali economie europee è leggermente più complicato che arringare una piazza. Ma ora si avvicinano le elezioni, Salvini cerca disperatamente di ricordare agli elettori di esistere e soprattutto Vannacci ringhia sulla destra. Ed ecco riapparire la Meloni formato comizio, quella che davanti a un problema complesso cerca un nemico e degli spauracchi.
Questa volta il nemico è la Spagna di Pedro Sánchez, colpevole di perseguire una politica migratoria diversa dalla nostra e, dettaglio piuttosto imbarazzante per i suoi detrattori, di aver puntato sull’integrazione degli immigrati, grazie ai quali l’economia sp****la cresce. Forse, prima di impartire lezioni a Madrid, converrebbe almeno prendere appunti.
Perché l’Italia ha un problema infinitamente più serio di qualche centinaio o migliaio di migranti da esibire al telegiornale: sta finendo gli italiani in età da lavoro. Le generazioni che entrano nel mercato del lavoro sono molto più piccole di quelle che ne escono, mentre aumentano i pensionati che devono essere sostenuti dai contributi di chi lavora oggi. Non è destra, sinistra, buonismo o cattivismo. È aritmetica.
Ed ecco allora l’altra soluzione miracolosa del sovranismo: facciamo più figli.
Peccato che un bambino nato oggi possa essere una splendida notizia per la sua famiglia, ma non versi un euro all’INPS per venti o venticinque anni. Nel frattempo richiede sanità, scuola, servizi, sostegni alle famiglie e magari università. Proprio negli anni nei quali abbiamo disperatamente bisogno di allargare la base contributiva, la politica della natalità farebbe esattamente il contrario: aumenterebbe nell’immediato il numero dei percettori di risorse senza aumentare quello dei contribuenti.
A noi i contribuenti servono adesso, non nel 2050.
E c’è una beffa ulteriore. Dopo avere speso venticinque anni per crescere, istruire e magari laureare un giovane italiano, nessuno garantisce che sarà lui a finanziare le nostre pensioni. Se è bravo, qualificato e ambizioso, rischia di fare quello che già fanno tanti giovani italiani: prendere la formazione pagata in buona parte dalla collettività e andare a produrre reddito in Germania, Svizzera, Canada, Olanda o altrove, dove trova stipendi e prospettive migliori.
Il capolavoro sarebbe quindi pagare per venticinque anni la formazione del contribuente del futuro e, appena pronto a contribuire, regalarlo a un altro Paese.
Con l’immigrazione economica ben gestita il meccanismo si rovescia. Una persona arriva a 25 o 30 anni dopo essere stata cresciuta e spesso istruita a spese del Paese d’origine. Se la integriamo rapidamente, la facciamo uscire dall’economia sommersa e la inseriamo nel mercato regolare, comincia subito a produrre PIL, pagare imposte, versare contributi, consumare, affittare una casa e acquistare beni e servizi.
E soprattutto gli immigrati non si limitano a occupare posti di lavoro: contribuiscono a crearne di nuovi. È questo che sfugge alla caricatura sovranista dell’economia, secondo la quale esisterebbe una quantità fissa di lavoro e ogni immigrato assunto ruberebbe una sedia a un italiano. L’economia non è un autobus con quaranta posti.
Se un’impresa trova gli operai, gli addetti alla logistica, gli autisti, gli infermieri, i tecnici o il personale che le mancava, può produrre di più, accettare nuovi ordini, investire ed espandersi. E un’impresa che cresce ha bisogno anche di ingegneri, informatici, amministrativi, progettisti, responsabili e dirigenti. L’integrazione della nuova forza lavoro può quindi creare anche occupazione qualificata per gli italiani, rendendo la nostra economia più dinamica e offrendo ai nostri giovani migliori qualche motivo in più per non trasferirsi all’estero.
Questa dovrebbe essere la politica: canali legali d’ingresso collegati alle esigenze del mercato del lavoro, lingua, formazione, riconoscimento delle qualifiche, emersione dal lavoro nero e integrazione rapidissima.
E, dall’altra parte, servono accordi bilaterali seri ed efficaci per rimpatriare chi delinque gravemente. Per tutti gli altri deve essere altrettanto chiaro il patto: chi dimostra concretamente di volersi integrare, rispettando non soltanto le leggi ma anche i principi fondamentali del modello democratico e culturale europeo-occidentale — libertà individuale, parità tra uomo e donna, libertà religiosa e di espressione, laicità dello Stato — deve poter accedere a un percorso verso la residenza di lungo periodo e, con il tempo, eventualmente alla cittadinanza. Chi invece non intende accettare questo percorso di integrazione potrà ve**re a lavorare, se necessario alla nostra economia, ma con un permesso temporaneo e con la prospettiva di rientrare nel proprio Paese alla sua scadenza.
Non frontiere spalancate: immigrazione governata.
Invece inseguiamo Vannacci e litighiamo con Sánchez.
E qui ritorna l’altra grande illusione sovranista: la famosa “Europa delle nazioni”. Trump e Putin, pur con interessi diversissimi, non potrebbero desiderare di meglio. Divide et impera. Un’Europa frammentata in piccoli nazionalismi è molto più facile da condizionare di un blocco di 450 milioni di persone che tratta con una sola voce. Dividere l’Europa non restituisce sovranità all’Italia: rende semplicemente l’Italia più piccola.