CittadinanzAttiva APS Monte di Procida

CittadinanzAttiva APS Monte di Procida Cittadinanzattiva è un’organizzazione, fondata nel 1978, che promuove l’attivismo dei cittadini

09/07/2026

Condividi 1 VisiteIl nuovo Piano nazionale 2026-2028 rafforza i diritti dei pazienti e cambia il sistema delle prenotazioni A cura dell’Avv. Lelio Mancino Per anni il cittadino che non trovava disponibilità al CUP era costretto a richiamare più volte, cercare altre strutture o, spesso, rivolgers...

09/06/2026

Marito e moglie possono avere due residenze diverse? La legge dice sì

A cura dell’Avv. Lelio Mancino

Una domanda molto frequente è questa: due persone sposate possono avere la residenza in due abitazioni diverse, magari addirittura in due Comuni differenti?

La risposta è sì.

Il matrimonio, infatti, non impone automaticamente ai coniugi di avere la stessa residenza anagrafica. La residenza, secondo l’art. 43 del Codice civile, è il luogo in cui una persona ha la propria dimora abituale. Pertanto, se per ragioni di lavoro, familiari, assistenziali o per altre concrete esigenze della vita due coniugi dimorano abitualmente in luoghi differenti, possono avere legittimamente due diverse residenze.
Naturalmente la residenza non può essere soltanto “sulla carta”. Quando viene dichiarata al Comune deve corrispondere alla situazione reale: ciascun coniuge deve effettivamente avere la propria dimora abituale nell'abitazione indicata.
Residenze diverse non significano separazione
È importante chiarire un equivoco piuttosto diffuso: avere residenze diverse non significa essere separati legalmente, né determina di per sé una crisi del matrimonio.
I coniugi possono continuare a essere regolarmente sposati pur avendo, per concrete esigenze personali o professionali, due residenze anagrafiche differenti.
La questione è diventata particolarmente importante anche sul piano fiscale, soprattutto per quanto riguarda l'IMU.

La svolta della Corte costituzionale

Un passaggio fondamentale è rappresentato dalla sentenza della Corte costituzionale n. 209 del 2022.
La Corte ha dichiarato costituzionalmente illegittima la disciplina che, ai fini dell'esenzione IMU per l'abitazione principale, collegava il beneficio alla residenza e alla dimora abituale dell'intero nucleo familiare.
La Corte ha riconosciuto che le esigenze della vita moderna possono legittimamente portare i componenti della stessa famiglia a stabilire residenze anagrafiche e dimore abituali differenti, ad esempio per motivi di lavoro.
Oggi, quindi, ai fini dell'abitazione principale assume rilievo la situazione del singolo possessore: occorre verificare se egli abbia nell'immobile sia la residenza anagrafica sia la dimora abituale.
Questo significa che, ricorrendone realmente tutti i presupposti, anche due coniugi possono beneficiare dell'esenzione IMU sulle rispettive abitazioni principali.

Attenzione: non basta spostare formalmente la residenza

Questo è probabilmente l'aspetto più importante.
La decisione della Corte costituzionale non consente di trasformare una seconda casa in abitazione principale semplicemente cambiando la residenza anagrafica.
Per ottenere l'esenzione occorre che l'immobile costituisca realmente la dimora abituale del proprietario.
La stessa Corte costituzionale ha precisato espressamente che la propria decisione non permette alle cosiddette “seconde case” dei coniugi di beneficiare automaticamente dell'esenzione. Se i coniugi hanno, nella realtà, la stessa dimora abituale, non possono ottenere due esenzioni semplicemente dichiarando due residenze differenti.
I Comuni possono effettuare controlli per verificare l'effettività della residenza e della dimora abituale.
Residenza, famiglia e nucleo ISEE non sono la stessa cosa
Bisogna infine evitare di confondere la residenza anagrafica con il nucleo familiare utilizzato per determinate prestazioni e agevolazioni.
Il fatto che marito e moglie abbiano residenze anagrafiche differenti non significa necessariamente che, ai fini di ogni normativa fiscale o assistenziale, vengano automaticamente considerati appartenenti a due nuclei distinti. Le regole possono cambiare a seconda della prestazione richiesta e della normativa applicabile.

In conclusione

Sì, due coniugi possono avere due residenze diverse.
Il matrimonio non obbliga marito e moglie ad avere necessariamente la medesima residenza anagrafica. Quello che conta è che la residenza dichiarata corrisponda alla reale dimora abituale della persona.
Ed è proprio questo il principio da ricordare: la legge tutela le situazioni reali, non le residenze create soltanto formalmente per ottenere un vantaggio fiscale.
La sentenza n. 209/2022 della Corte costituzionale ha compiuto un passo importante, riconoscendo che una famiglia può restare tale anche quando, per esigenze concrete della vita, marito e moglie abitano stabilmente in luoghi diversi.

09/06/2026

Una domanda molto frequente è questa: due persone sposate possono avere la residenza in due abitazioni diverse, magari addirittura in due Comuni differenti?

09/05/2026

A cura dell’Avv. Lelio Mancino Le estati si sono allungate e il caldo ormai accompagna anche settembre. Il problema delle aule scolastiche con temperature insostenibili è diventato così urgente che si moltiplicano petizioni e proposte per chiedere di posticipare l'apertura delle scuole a ottobre...

09/03/2026

SCUOLE E CALDO: I COMUNI FACCIANO PARTIRE LE COMUNITÀ ENERGETICHE

A cura dell’Avv. Lelio Mancino

Le estati si sono allungate e il caldo ormai accompagna anche settembre. Il problema delle aule scolastiche con temperature insostenibili è diventato così urgente che si moltiplicano petizioni e proposte per chiedere di posticipare l'apertura delle scuole a ottobre.
Ma rinviare l'apertura significa rinviare il problema. Le soluzioni strutturali esistono già e i Comuni hanno un ruolo decisivo nel renderle realtà.
La proposta è concreta: utilizzare i tetti delle scuole e degli edifici pubblici per installare impianti fotovoltaici e farne il cuore delle Comunità Energetiche Rinnovabili.
I Comuni dispongono di scuole, palestre, municipi e altre superfici pubbliche che possono diventare una straordinaria infrastruttura energetica diffusa.

Per questo devono assumere un ruolo di guida.

Censire immediatamente i tetti pubblici disponibili, individuare quelli idonei al fotovoltaico, promuovere le CER e coinvolgere cittadini, famiglie, associazioni e imprese.
Non basta amministrare l'esistente. Occorre utilizzare fino in fondo gli strumenti che già abbiamo.
Attraverso una CER possiamo produrre energia pulita per le scuole, contribuire ad alimentare gli impianti di climatizzazione e generare benefici economici da reinvestire nell'acquisto dei condizionatori, nell'efficientamento degli edifici e nei servizi alla comunità.

Attraverso gli incentivi sull'energia condivisa riconosciuti dal GSE, una Comunità Energetica adeguatamente dimensionata può generare risorse per anni. In un progetto capace, ad esempio, di produrre benefici nell'ordine di 70.000 euro l'anno, quelle somme possono diventare un'opportunità concreta per il territorio.
E qui emerge la responsabilità dei Comuni: trasformare un tetto inutilizzato in energia, l'energia in risorse e le risorse in servizi per i cittadini.
La CER non è soltanto una scelta ambientale. È uno strumento di politica energetica, economica e sociale del territorio.
Per questo ogni Comune dovrebbe porsi alcune domande molto semplici: quante scuole sono ancora senza pannelli fotovoltaici? Quanti tetti pubblici restano inutilizzati? Quante Comunità Energetiche potremmo attivare? E quante risorse stiamo perdendo ogni anno non facendolo?

Ma anche i cittadini devono svegliarsi e partecipare.

Devono chiedere ai propri amministratori progetti, tempi e risultati. Non possiamo aspettare sempre soluzioni dall'alto quando abbiamo strumenti che consentono alle comunità locali di diventare protagoniste.
Se il problema è il caldo nelle classi, la risposta non può essere semplicemente aprire le scuole a ottobre.
La risposta è cambiare le scuole e cambiare il modo in cui i Comuni producono, utilizzano e condividono l'energia.

Abbiamo il sole. Abbiamo i tetti pubblici. Abbiamo la tecnologia. Abbiamo gli incentivi. Abbiamo le Comunità Energetiche.
I Comuni facciano la loro parte. I cittadini pretendano che venga fatta.
La rivoluzione energetica non è domani.
È adesso. E può cominciare dal tetto di ogni scuola.

09/02/2026

Previdenza marittima, Pezzella: «Va separata dal bilancio INPS e riportata alla sua funzione originaria»
Intervista al Dott. Gennaro Pezzella

A cura dell’Avv. Lelio Mancino

La tutela previdenziale e sanitaria dei lavoratori marittimi ha una storia particolare e, secondo il Dott. Gennaro Pezzella, necessita oggi di una profonda revisione. Non soltanto sul tema dell’indennità per malattia, ma sull’intero modello di previdenza marinara.

Dottore, qual era la filosofia originaria della previdenza marittima?

«Era stata concepita come un sistema specifico, alimentato dai contributi del settore e quindi, nella sua impostazione, non destinato a gravare sulla fiscalità generale. La tutela del marittimo ammalato era molto ampia: la cosiddetta Legge Focaccia arrivò a prevedere un periodo prolungato di assistenza indennizzata, consentendo al lavoratore, una volta guarito, di tornare alla navigazione.»

Una concezione che ritiene ancora attuale?

«Certamente. Oggi la medicina permette di guarire o di convivere anche con patologie molto serie, compresi diversi tumori. Il principio dovrebbe essere quello di accompagnare il lavoratore durante la malattia e, quando clinicamente possibile, favorirne il ritorno al lavoro.»

Cosa è cambiato con il superamento dell’IPSEMA?

«L'assorbimento delle funzioni dell'IPSEMA nel sistema generale ha modificato profondamente un modello che aveva una propria autonomia. La previdenza marittima era finanziata dal settore, attraverso armatori e lavoratori. A mio avviso la questione centrale oggi è proprio questa: occorre valutare seriamente la possibilità di estrapolare nuovamente la previdenza marinara dal bilancio generale dell'INPS, costruendo una gestione coerente con le peculiarità del lavoro sul mare.»

C'è poi il problema della malattia complementare.

«Sì. Per il marittimo la tutela della malattia ha anche una funzione di protezione reddituale. La gestione delle certificazioni richiede però una conoscenza specifica delle condizioni di lavoro a bordo. Non può essere considerata alla stregua di qualsiasi altra attività lavorativa. Servono competenze di medicina marittima e procedure più adeguate.»

Quale altra riforma considera urgente?

«Occorre aggiornare i requisiti di idoneità alla navigazione, superando un impianto normativo che affonda le proprie radici nel Regio Decreto del 1932. La visita biennale dovrebbe essere integrata, quando necessario, con accertamenti diagnostici di primo e secondo livello, per individuare patologie realmente incompatibili con la navigazione e, nello stesso tempo, evitare esclusioni indiscriminate.»

Anche le prestazioni sanitarie sono cambiate?

«In passato esistevano tutele molto più ampie, comprese determinate prestazioni odontoiatriche. Oggi registriamo riduzioni delle prestazioni, difficoltà sugli indennizzi, contestazioni e tempi di pagamento che possono diventare lunghi. A ciò si aggiunge il problema generale delle liste d'attesa.»

Da dove bisognerebbe ripartire?

«Da un tavolo tecnico nazionale che coinvolga istituzioni, medici con esperienza nel SASN, rappresentanti dei marittimi e degli armatori. Chi ha maturato quarant'anni di esperienza sul campo può dare un contributo concreto alla costruzione di un sistema nuovo.»

Il messaggio del Dott. Gennaro Pezzella è dunque chiaro: la discussione non può limitarsi alla singola indennità. Occorre ripensare complessivamente previdenza, assistenza sanitaria e idoneità alla navigazione, riconoscendo la specificità di chi lavora sul mare.

In un Paese circondato dal mare per gran parte dei propri confini, la tutela dei lavoratori marittimi non dovrebbe essere considerata una questione marginale, ma parte integrante di una politica nazionale del lavoro e dell'economia del mare.

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