23/02/2021
*Intervista al sociologo Maurizio Fiasco*
«Ormai siamo di fronte ad un’antinomia tra la commercializzazione eccessiva del
gioco d’azzardo, alla quale ancora non si pongono limiti, e la democrazia». Maurizio
Fiasco, sociologo della Consulta Nazionale Antiusura, non ha dubbi sull’impatto
sociale che porta con sé il fenomeno dilagante del gioco d’azzardo. Intervistato da
ETicaNews nell’ambito della crowdinchiesta “I costi sociali dell’azzardo”, Fiasco offre uno sguardo storico e antropologico a tutto tondo sui “temi sensibili” del gioco
d’azzardo nel nostro Paese: patologia, ruolo dello Stato, paradossi della legge. Proprio “per la sua attività di studio e ricerca su fenomeni quali il gioco d’azzardo e
l’usura, di grave impatto sulla dimensione individuale e sociale”, Fiasco è stato recentemente nominato dal Presidente Sergio Mattarella Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Quanto è esteso il mercato del gioco d’azzardo?
Il consumo si va stabilizzando su un volume lordo di circa 85 miliardi di euro, distribuiti nell’arco di dodici mesi. Dopo l’anno di “picco” (il 2012) i valori registrati successivamente si fissano su livelli più contenuti di 4-5 punti percentuali. Sembrerebbero esser destinati a rimanere tali per un medio periodo a seguire. Tuttavia per comprendere il peso di tali numeri occorre raffrontarli con il volume del totale dei consumi privati in Italia. Ebbene, l’offerta autorizzata e registrata di gioco d’azzardo (ma
ricordiamoci che vi è anche una quota di “nero”) supera nettamente il 10 per cento
degli 830 miliardi che l’Istat stima rappresentare la spesa familiare annua degli italiani: dagli alimenti all’abitazione, dai trasporti alle vacanze ecc. Un dirottamento della
domanda di beni e di servizi verso il mercato dell’alea davvero impressionante, che
non è raffrontabile a quanto avviene in nessun altro paese dell’Ue.
Se tale è la “contabilità” dell’azzardo offerto con la concessione statale, vi è nondimeno da proporre una lettura etica di queste cifre, laddove si tratta di un’offerta
commerciale di gratificazione e di speranza “aleatoria”. Come si giustifica – alla luce
dei valori dell’ordinamento costituzionale – un monopolio dello Stato sui giochi con
posta in denaro che consegue tali cifre aggregate? Un monopolio, intendo dire, che
non è esercitato (come avveniva fino agli anni Novanta del secolo scorso) per contenere la propensione a dissipare reddito personale. Ieri si autorizzavano poche modalità (lotto, ippodromi, quattro casinò, lotterie “stagionali”…) mantenendo fermo l’obiettivo di limitare un comportamento socialmente disapprovato.
E poi cos’è accaduto?
Da almeno tre lustri, in un crescendo “rossiniano” è invece proprio lo Stato che va
inducendo un intero popolo, composto di persone di ogni età e sesso, a versare somme crescenti del loro budget in slot machine, lotterie, casinò on line. Come si può dichiarare la legittimità di tale operazione? Occorre, in primis, procedere a una ristrutturazione-manomissione linguistica e retorica. A iniziare dalla stessa parola che designa l’oggetto. A rigore si tratta di gioco “con denaro” e “per denaro”, rivolto a perseguire un fine di lucro dal risultato causale di una “macchina” o di un “meccanismo”.
Dall’estrazione al rinvenimento di una combinazione. Con una decisione ontologicamente “a rischio”. Azzardo e rischio sono un’endiadi. E così che impieghiamo quotidianamente le due parole. Dunque, in passato lo Stato era molto prudente nel lasciare
aperta la porta del versamento rischioso di reddito personale. Gli effetti collaterali –
esplicitamente evocati – erano dannosi per l’ “ordine”, sia nella sfera personale (la
dignità e la sussistenza della famiglia) e sia in quella sociale (l’economia, l’ordine
pubblico).
Dunque oggi è caduto il tabù dell’azzardo?
Il tabù sopravvive ancora oggi, ma riguarda solo la impossibilità di impiegare – nei
testi normativi dello Stato – proprio la dizione “gioco d’azzardo”. Tranquillamente
perciò si replica, ogni giorno, nei documenti ufficiali, una marchiana impostura. E’
strutturalmente gioco d’azzardo, è reddito privato destinato a un impiego a altissimo
rischio. Ma non è denominato di conseguenza.
Per parlare infatti di azzardo devono aversi tre elementi: il rischio, il denaro e il risultato ottenuto attraverso il caso, in modo totale o assolutamente prevalente. E’ chiaro
che l’alea, in diversa dose, è presente nell’alchimia di ogni attività umana. Ma nel
gioco “con denaro” e “per denaro”, è presente in misura schiacciante. Impostura terminologica che si combina con un altro vulnus alla vita democratica, al principio di
pubblicità.
Ebbene, se lo Stato ha il monopolio del gioco così inteso, dovrebbe rendere accessibili le informazioni e i dati su tale attività, perché si formi un’opinione pubblica, una
valutazione o una critica. Invece i dati sono forniti in ritardo, in modo aggregato, senza l’elenco delle variabili fondamentali e con aggregazioni che non reggono. Ed è paradossale che nessuno, nelle sedi del controllo politico sull’operato delle amministrazioni dello Stato, cioè in Parlamento, imponga il rispetto di tale elementare dovere da
parte dell’ente di scopo – i Monopoli – che “gestiscono” 85 miliardi annui (sempre
restando alla quota ufficialmente registrata e escludendo il “nero”).
Cos’è il gioco? Qual è la linea di confine tra gioco e azzardo?
Nella classificazione storica e antropologica del gioco, quello di alea è una delle quattro costruzioni dell’homo ludens: insieme al gioco di competizione (agòn), di stordimento o vertigo (pensiamo al bambino che va avanti e indietro sulla giostra) e di mascheramento. Perché si tratti di gioco l’attività deve essere a-finalistica, ossia non
deve avere altro scopo che sé stessa (altrimenti diventa un lavoro), deve essere sepa-
rata dalla altre attività umane (ad esempio non la si può esercitare mentre si lavora o
si mangia) e presentarsi come incerta. Il gioco è tale quando si svolge in un tempo e
in uno spazio ad esso assegnati.
Il criterio della separatezza di tempo e di spazio è fondamentale perché il gioco rispetti il profilo antropologico dei componenti di una data società.
E’ così, oggi?
Il gioco d’azzardo di cui stiamo conversando è rozzamente finalistico,
ossia è rivolto a perseguire uno scopo ben preciso, e avviene senza limiti di tempo e
spazio. In pratica si gioca sempre e ovunque. Inoltre uno dei due giocatori, il banco
(Stato o concessionario), non si trova affatto in una posizione di incertezza, poiché sa
che alla fine trattiene una quota che esso conosce in anticipo.
E quando l’azzardo diventa “malattia”?
Qui siamo a un passaggio ancora più brutale. L’azzardo si evolve in un quadro clinico
(ben tipizzato, per esempio dall’Organizzazione Mondiale della Sanità) quando nell’analisi di una persona giocatrice ricorrono una sequenza di condizioni, alla luce di
alcuni specifici criteri diagnostici. Negli ultimi quindici anni è però accaduto qualcosa di imponente e di ulteriore: l’azzardo commerciale è stato ed è associato alle nuove
tecnologie, mentre è sostenuto con un marketing raffinato e aggressivo. E’ chiaro che
il core business del settore – per l’appunto, come in ogni offerta commerciale – è
fondato sulla spesa del “cliente fidelizzato”, e non di quello occasionale. Dunque nell’azzardo pubblico il massimo dei ricavi derivano dalla spesa del “giocatore fidelizzato”. Chi è costui? Il consumatore di scommesse, slot machine, lotterie, casinò on line
che gioca versando in condizioni di dipendenza psicologica cronicizzata.
Questo significa che i confini tra il ludico e il patologico si sono notevolmente modificati.
Si. Una volta i “giocatori patologici” rappresentavano la “minoranza di un’altra minoranza”, costituita appunto dal “popolo” dei giocatori d’azzardo. Quando, successivamente al dilagare dell’offerta commerciale di alea, si sono invece arruolate fasce
molto più ampie della popolazione, la patologia ha iniziato a prendere piede anche tra
coloro che normalmente non ne presentavano i presupposti. Praticamente chiunque
può scivolare nel “Disturbo da Gioco d’Azzardo”, dizione che nel Manuale Statistico
Diagnostico – Versione 5, o DSM V ha preso il posto del precedente GAP (Gioco
d’Azzardo Patologico). E’ un cambiamento enorme e inquietante.
Ma in Italia il gioco d’azzardo non è vietato?
Si, come ha ribadito in diverse sentenze la Cassazione penale. Se qualche ente o impresa vuole risparmiarsi di incorrere in una sanzione, può ricorrere alla manomissione
linguistica. Basta denominare l’oggetto “azzardo” con la locuzione “gioco con alea
con posta in denaro”. Dove si enfatizza la caratteristica del “gioco”, e così l’alea è accettata come una caratteristica della componente ludica. A questa proposizione segue
il “corollario” della “posta in denaro”: essa è presentata come una sorta di ticket da
pagare per accedere al gioco.
E’ un espediente linguistico, di tutta falsità, poiché si dovrebbe correttamente dire
“gioco DI alea con posta In denaro e PER denaro”, ossia appunto Gioco d’Azzardo.
La manomissione linguistica comporta che il commercio di gioco d’azzardo si svolga
formalmente nell’ambito del monopolio dello Stato. Ogni altro soggetto privato, da
un imprenditore a un gruppo di persone che si riuniscono in una casa privata per giocare del denaro, per esempio a poker, viola la legge.
Quali sono le lacune più grosse del nostro sistema legislativo?
La prima è data dalla mancanza di responsabilità civile diretta dei concessionari. Essi
infatti, dal momento che esercitano con finalità di lucro lo sfruttamento di un bene
pubblico di monopolio (il gioco con denaro e per denaro, cioè d’azzardo) ne sono
esonerati. Infatti formalmente è lo Stato che dovrebbe essere responsabile nei confronti dei cittadini, poiché concede in outsourcing la distribuzione dell’offerta di gioco con denaro e per denaro. Così coloro che si ritenessero danneggiati da tale attività,
ad esempio i familiari di un giocatore compulsivo, per sperare di essere risarciti dovrebbero reclamare direttamente con lo Stato, nonché citarlo in giudizio: con gli esiti
che possiamo prevedere.
In secondo luogo, non vengono fissate localizzazioni precise dei punti (negozi, sale,
istallazioni ecc.) dove si commercia il gioco d’azzardo. Ricordo che un tempo tali
strutture erano volutamente collocate “fuori” delle città. Ippodromi in periferia, casinò in comuni ai confini nazionali (Sanremo, Campione, Saint Vincent, Venezia in laguna).
Qual è il ruolo della pubblicità?
Qui ci sono delle riflessioni mirate da proporre. Essa non è solo uno strumento per
stimolare la voglia di gioco, ma è piuttosto la creazione di una vera a propria “narrativa” sul gioco, una drammaturgia che veicola nella persona un pensiero o una “visione” interiore del gioco. E’ la pubblicità che si risolve in una sorta di fecondazione
in vitro della propensione a giocare, con risultati efficaci anche su persone che non
risultato “predisposte” a versare somme importanti di denaro nella macchina dell’alea.
Infine, vorrei puntualizzare che il gioco d’azzardo nel nostro paese si è esteso non per
una lacuna nella legislazione vigente tale da favorire il conseguente mercato, ma al
contrario il boom dell’economia dei giochi venali è avvenuto grazie a una lunga serie
di provvedimenti promozionali, a mio parere adottati dal legislatore pur essendo essi
in conflitto con i principi costituzionali.
Dunque i danni che ne derivano sono ancora peggiori dei semplici effetti collaterali
dell’azzardo (estendersi della platea dei giocatori patologici, corruzione, reati contro
la proprietà e l’economia, violenze).
Ha parlato di conflitto con i valori costituzionali: è un’affermazione grave.
Non ho dubbi che in Italia ormai siamo di fronte ad un’antinomia tra la commercializzazione eccessiva del gioco d’azzardo, alla quale ancora non si pongono limiti, e
la democrazia. Tutto ciò è avvenuto in modo strisciante, senza che nessuno se ne accorgesse.
Per i primi cento anni lo Stato ha considerato il gioco d’azzardo un disvalore, benché
autorizzasse alcuni giochi di alea: purché stessero fuori dai luoghi della vita quotidiana. In questo modo si riteneva essersi prodotto un equilibrio contenitivo di un’attività
pur considerata minacciosa per la società.
Poi negli anni 90 – quando si verificò un serio rischio di default dei conti finanziari
dello Stato e dunque fu necessario reperire entrate aggiuntive – il governo incrementò
l’offerta di “gioco pubblico” per far fronte alla situazione economica generale e far
rientrare i conti del bilancio dello Stato nei parametri europei. Così si è cominciato a
promuovere alcune tipologie di gioco per sfruttarne le potenzialità come leva fiscale
non coercitiva e invece “volontaria” (ad esempio aumentarono le giocate del Lotto,
venne introdotto il Gratta e Vinci, nacquero le lotterie e scommesse legate ad eventi,
sportivi e non). Questa sequenza di decisioni fece da volano per indurre gli italiani a
spendere nei giochi. Seguì tuttavia una diversa e mai conosciuta stagione in Italia,
quella contrassegnata dall’obiettivo non di incrementare le entrate fiscali, ma di
“promuovere l’economia dei giochi”.
Ma almeno sono aumentate le entrate fiscali?
Può sembrare paradossale, ma per perseguire l’obiettivo si sono dovute ridurre le aliquote tributarie applicate sui vari giochi. Risultato: aumentava vorticosamente il consumo di alea, ma le entrate fiscali che ne derivavano si incrementavano molto poco. Il
fatto è stato ed è che per elevare il numero di consumatori partecipanti si doveva aumentare la massa di denaro destinata a montepremi dei giochi, ma frazionando i relativi importi delle vincite. Insomma, occorreva gratificare i giocatori, in modo che inseguissero ulteriori premi (con il risultato di uscire perdenti, alla fine della giornata.
Tutto questo comporta di ridurre il margine erariale per lo Stato e il profitto per le
concessionarie. Fatto 100 l’ammontare del denaro impiegato dal popolo di giocatori,
negli anni Novanta se ne tratteneva oltre il 40 per cento (lasciando ai concessionari
pochi punti di margine), mentre nell’anno 2014 di quel 100 la quota trattenuta media
è stata di meno di 20 punti percentuali. Sempre a voler non calcolare la quota di
“nero”.
Lo Stato incassa intorno agli otto miliardi annui, ma quanti ne spende in cure sanitarie e costi sociali?
Si deve ricostruire una contabilità diretta e una indiretta. Nella prima compaiono cifre
risibili. Eccettuati una cinquantina di milioni di euro per tutta l’Italia, e suddivisi per
regione e peraltro a ottobre 2015 non ancora impegnati, non sono stati stanziati fondi
per le terapie del Disturbo da Gioco d’Azzardo. Ma qualora lo Stato ammettesse di
non poter negare adeguate prestazioni di terapie necessarie per il recupero del giocatore patologico, il costo sarebbe molto salato, poiché si tratta di profili clinici che non
possono essere trattati con “terapie brevi”.
Vi sono inoltre da considerare i costi indiretti, come quelli di ordine pubblico. Parliamo di furti, rapine, estorsioni, ferimenti, truffe, ecc. I costi indiretti sono dovuti al
danno emergente, corrispondente al costo materiale del reato e alle sue conseguenze
(come distogliere forze dell’ordine impegnate a contrastare altre illegalità).
Non si possono trascurare anche gli effetti economici sulle famiglie e sulle imprese: e
la minore domanda privata di beni e servizi, dirottata verso l’azzardo, che a sua volta
riduce ulteriormente le entrate fiscali.
E’ possibile oggi calcolare questi costi?
E’ difficile contabilizzare sia i costi diretti e sia i costi indiretti. Ci vorrebbe un ente
terzo, non sponsorizzato dagli operatori del gioco, che faccia delle ricerche indipendenti. E invece, attualmente, la ricerca, quando c’è, è finanziata con fondi erogati dagli imprenditori dell’azzardo pubblico. E’ impressionante che i concessionari sponsorizzino davvero una quantità infinità di organismi, università comprese.
Purtroppo oggi non abbiamo numeri attendibili, nemmeno sulle persone in manifesto
Disturbo da Gioco d’Azzardo. Sappiamo però, dalle informazioni disponibili, che
siamo di fronte ad una patologia di massa: se la spesa annua si aggira intorno agli 85
miliardi, significa che oltre il 10 per cento di tutti i consumi annuali degli italiani finisce nell’azzardo. Une cifra enorme, che corrisponde a 70 milioni di giornate lavorative, ossia un terzo delle giornate di vacanza che la metà della popolazione italiana
usufruisce ogni anno.
Ma alla fine certamente lo Stato ci perde. Anziché risollevare i conti dello Stato, oggi
il gioco d’azzardo è una fonte di debito pubblico.
Chi sono gli operatori che compongono la filiera del gioco?
E’ una filiera corta. Il concessionario può avere una società in house per la gestione
delle varie tipologie di gioco, oppure distribuire in franchising un certo numero di
concessioni (ad esempio le sale slot con il marchio del concessionario). Alcune major
dell’azzardo forniscono anche porzioni del numero delle concessioni insieme alle
“macchinette”. Il gestore invece è colui che ha il contatto con l’utente finale e che ha
un contratto sottoscritto con un agente del concessionario. Quest’ultimo ha le redini
del sistema e incamera la fetta più grossa della raccolta, anche perché gode di un
margine fissato per legge. Per ottenere questa posizione, tuttavia, gli stessi concessionari hanno dovuto anticipare le somme degli “aggi” allo Stato prima di maturare i ricavi. E così si sono indebitati, anche per parecchio denaro ottenuto per versare il “garantito” allo Stato, per realizzare gli impianti, per diffondere una rete commerciale
che procacciasse i contratti con i gestori.
Che poteri hanno gli enti locali?
Siamo ancora in una fase di formazione dell’assetto normativo. Ci sono state tuttavia
già diverse pronunce giurisprudenziali. Un punto fermo nell’attuale sistema è che le
concessioni e le licenze sono attribuite dallo Stato e nemmeno le Regioni possono interferire. Regioni e Enti locali, pur esclusi dal processo decisionale “a monte”, dovrebbero allora concentrare il loro intervento “a valle”, poiché è innegabile il gioco
d’azzardo si consuma nel tessuto della città. Di qui la legittimità – pur contrastata con
veemenza dalle imprese dell’azzardo – di emanare regolamenti comunali o ordinanze
del sindaco quando o dove (per l’appunto “a valle”) il gioco interferisca concretamente con altre esigenze, ad esempio con la tutela dei luoghi considerati sensibili,
come qualsiasi altra attività configgente con la commercializzazione dell’alea.
Roberto Cuda
Intervista realizzata da ETicaNews il 16 settembre 2015
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