03/04/2014
La Città Arcobaleno
Una favola scritta dai piccoli per i più grandi.
C’era una volta in un posto meraviglioso, una ridente cittadina, conosciuta da tutti come la Città Arcobaleno. Era chiamata così perché i vivaci e operosi cittadini usavano dipingere la propria casa e vestirsi del colore che amavano e ce n’erano davvero di tutti i colori. Chi preferiva il rosso, chi il verde, chi l’azzurro o il giallo, perfino il lilla e il viola. Naturalmente c’era anche chi amava il grigio, ma non erano molti perché non socializzavano volentieri con gli altri abitanti, erano sempre tristi e cupi.
Come in ogni paese del contado, ad ogni lustro, i cittadini si riunivano nella pizza principale del paese per fare una grande festa ed eleggere il Mastro dei Colori. Questi era la massima autorità della comunità. Aveva il compito di provvedere che nei negozi e nei magazzini del paese ci fossero sempre a disposizione di tutti gli abitanti, i colori per dipingere ogni cosa e che la vita delle persone scorresse in armonia e tranquillità.
Un giorno, durante un’elezione, un po’ burrascosa a dire il vero, perché gli abitanti non riuscivano a mettersi d’accordo su chi avesse dovuto governare il paese per il prossimo lustro, si fecero avanti gli amanti del grigio. Annunciarono che il grigio era un colore neutro che stava bene con tutti e promisero che anche loro sarebbero stati amici di tutti. Andò a finire che i tranquilli cittadini della Città Arcobaleno, si lasciarono incantare dalla promessa ed elessero come Mastro dei Colori il rappresentante dei grigi.
Al termine di quella giornata di festa, così importante per il loro futuro, i bravi cittadini arcobaleno tornarono nelle loro case felici ed andarono a dormire sereni, convinti di aver fatto un’ottima scelta. Ma hai me così non fu.
Al risveglio trovarono affissi sui muri dei manifesti, su questi era scritto che d’ora in avanti potevano lavorare nel Colorificio Principale del Paese solo le persone che erano vestite di grigio. Dopo qualche giorno, altro manifesto che intimava a chi lavorava nel Colorificio Principale che per dimostrare il proprio affetto al Mastro dei Colori, il Grigio, doveva dipingere la casa di grigio. A questo punto i poveri cittadini arcobaleno cominciò a dubitare di non aver fatto una buona cosa con la loro scelta, ma la certezza l’ebbero il giorno che arrivò nella piazza del paese il Banditore Ufficiale, non più vestito con la tunica arcobaleno, ma con una pesante palandrana grigia, sopra un cavallo grigio. Tra il rullo dei tamburi (non più le squillanti trombe che non potevano essere dipinte di grigio) annunciò: “Per volontà di sua graziosa tenebrosità, Mastro il Grigio, da oggi e per i tempi futuri, tutti i cittadini che non fossero vestiti grigio avranno diritto a sola mezza pagnotta di pane al giorno, mentre chi adotterà in ogni sua cosa il colore ufficiale: il grigio, avrà la porzione raddoppiata”.
Non occorre raccontare cosa successe. Quasi tutte le persone si vestirono di grigio, da quel giorno nessuno colorò più la propria casa, furono tagliati tutti i fiori e non vennero più coltivati i campi: troppo verdi. Piano piano, il grigio, lo sporco coprì anche le poche cose rimaste ancora colorate: testimoni di un tempo felice. La città e i suoi abitanti diventarono tristi e depressi. Non fu più meta di comitive di gitanti festosi, provenienti dagli altri paesi del Contato che nei giorni di festa giungevano per godersi lo Spettacolo dell’Arcobaleno. La merce esposta nelle botteghe era tutta grigia e più nessuno la voleva. I negozianti abbassarono per sempre le saracinesche e la povertà entrò in tutte le case; ad eccezione di quella di Mastro il Grigio e dei suoi sgherri sgangherati che continuavano a vivere nel lusso, grazie alle tasse, sempre più pesanti che i cittadini pagavano.
A dire il vero non tutti i cittadini si convertirono al grigio, alcuni, quelli con la schiena dritta, nel segreto delle loro case, continuavano a vestirsi con le tuniche arcobaleno, per regalare ai bambini dei momenti di felicità e per conservare la tradizione del paese, nell’attesa e nella speranza che in futuro, le cose ritornassero come prima, ma di nascosto, con il timore di essere scoperti e subire le pesanti ritorsioni.
Tra questi c’era un tipo particolare, considerato un po’ matto, per questo era tollerato anche dagli sgherri del Grigio e non era ancora diventato ospite delle buie prigioni del castello. Era il fornaio del paese. Grande, grosso e rotondo, con i baffoni e i capelli bianchi, gridava e urlava contro tutti i prepotenti e non aveva paura di nessuno. Detto anche: l’omone con le tirache, era l’unico del paese che conosceva i segreti per fare il pane e in paese non potevano fare a meno di lui. Era grande e grosso, perché lui di pane ne poteva mangiare quanto ne voleva.
Dimenticavo, ad ogni tot di anni si svolgevano nelle terre del Gran Signore, di cui faceva parte anche la Città (ex) Arcobaleno, una grande tenzone sportiva con i rappresentati di tutte le citta a lui sottoposte. Il Monarca Assoluto era un grande appassionato di uno strano strumento che permetteva agli uomini di correre più veloci di un cavallo. Quell’anno, il Gran Signore che amava il color rosa, decise che una prova della competizione doveva tenersi nella città dei Grigi. Era d’obbligo per tutte le città ospitanti la gara preparare gli addobbi con il colore ufficiale, ma Mastro il Grigio che notoriamente non amava il rosa, che non voleva far felici i suoi cittadini, ma che non poteva neanche disobbedire al Gran Signore, pensò di prendere delle vecchie carrette sgangherate, a pezzi, inutilizzabili, insomma dei rottami che mettevano tristezza a guardarle, sporcarle di rosa e distribuirle a casaccio per la città. Formalmente aveva fatto il suo dovere, di obbedire al Gran Signore, ma in realtà non miglioravano lo stato d’animo dei cittadini, anzi.
Come andò a finire la storia?
Non lo so! Mi informerò e ve lo racconterò tra qualche mese.
Ciao e buona notte.
Gi_Ta