Studio di consulenza pedagogica DSA e BES Dr. Francesco Melozzi

  • Casa
  • Italia
  • Viterbo
  • Studio di consulenza pedagogica DSA e BES Dr. Francesco Melozzi

Studio di consulenza pedagogica DSA e BES Dr. Francesco Melozzi Il pedagogista si occupa di aiutare a sviluppare nel modo migliore il potenziale umano e il benessere psicofisico, cognitivo, creativo nell'arco di vita

26/04/2021

Per consulenze e per appuntamenti potete chiamare 347/7090976

06/06/2020

SOPRAVVIVO SOLO SE IMPARO A RICEVERE.
VIVO SOLO SE IMPARO A DARE.

06/06/2020

LA DIPENDENZA E LE DIPENDENZE
Quando parliamo di dipendenza, spesso dobbiamo parlare in realtà di "dipendenze".
Che significa?
Andiamo con ordine.
La dipendenza si può configurare come una voglia insopprimibile di provare un determinato stato psicofisico, di solito di piacere e/o di gratificazione, ovvero di un (fittizio o palliativo) "star bene", uno stare bene tuttavia QUASI SEMPRE all'inizio della dipendenza, e SEMPRE in seguito, indotto da un certo comportamento o dal consumo di una certa sostanza, associato comunque a un comportamento ben definito, legato alla stessa assunzione e ad alcune ritualità comportamentali (così potremmo definirle).
Questo impulso (craving) domina sulle forze della ragione, ovvero impedisce un ragionamento A PRIORI su quanto stiamo facendo, sulle nostre azioni e sulle reazioni e conseguenze che ne derivano, pregiudica la libera espressione della personalità, il benessere effettivo e REALE, i legami sociali e le opportunità che possono presentarsi a un qualsiasi individuo.
La dipendenza, quindi, nasce - di solito, ma non sempre, soprattutto da 10/15 anni a questa parte - dal consumo regolare e via via smodato, di una sostanza psicoattiva legale (alcol, tabacco, medicamenti. farmaci) o illegale (eroina, cocaina, droghe sintetiche, ecc.), ma anche da attività sulle quali la persona perde il controllo (gioco d’azzardo, anoressia, bulimia, s*x addicition, shopping compulsivo, social media addiction, ecc.).
Con il termine “dipendenza”, potremmo intendere varie definizioni.
Si potrebbe delineare come l'incapacità di fare a meno di una persona o di un affetto (d. psicologica o affettiva) oppure il bisogno incoercibile di un farmaco o di una sostanza: d. farmacologica.
Di solito si intende un'alterazione del comportamento che da semplice o comune abitudine diventa una ricerca esagerata e patologica del piacere/del gratificarsi, attraverso mezzi o sostanze o comportamenti che sfociano nella condizione patologica, cioè incontrollata e irrinunciabile. L'individuo dipendente tende a perdere la capacità di un controllo sull'abitudine e sulla decisione.
Si configura quindi come un fenomeno complesso che spesso si radica nel vissuto di una persona e non ha una causa definibile in maniera univoca; in quanto, ha radici, spesso antiche, legate alla sua storia evolutiva, alle abitudini di vita quotidiana dell’individuo, alle sue modalità comportamentali.
I fattori che possono causarla sono molteplici, di carattere sociale e/o ereditario, e agiscono, ledendola, anche sulla capacità individuale di far fronte alle differenti situazioni cui ci si confronta.
Ma che significa parlare di "dipendenze" invece che di "dipendenza"?
C'è un termine in lingua inglese che è "addiction", che significa "dipendenza". Ma che ha in realtà un significato ben più complesso.
Da Wikipedia: "Addiction is a brain disorder characterized by compulsive engagement in rewarding stimuli despite adverse consequences." ("La dipendenza è una malattia del cervello caratterizzata dall'impegno compulsivo in stimoli gratificanti nonostante le conseguenze negative.")
Una definizione più corretta e completa può essere questa: "addiction: condizione generale, in cui la dipendenza psicofisica da una sostanza o da un oggetto spinge alla ricerca dell'oggetto stesso, senza il quale l'esistenza sembra priva di significato".
Di conseguenza, ciò significa che la dipendenza da un farmaco, da una sostanza legale o illegale, o da un comportamento, o da una condizione sentimentale e/o affettiva (le dipendenze SENZA sostanze), cela una serie, o potremmo dire una CATENA di dipendenze, di abitudini, di vissuti e di comportamenti PATOLOGICI, che emergono dalla quotidianità in modi sempre più compulsivi: sport, pulizia, lavoro, computer, shopping, cibo, gioco d’azzardo, ecc. Per esempio: tutti noi guardiamo la televisione, a volte, senza un vero interesse per ciò che vediamo, oppure mangiamo senza avere fame; quando, però, questi comportamenti diventano irrinunciabili e il soggetto si sente costretto a compierli, pena la frustrazione, l’angoscia ed il malessere, allora si parla di compulsività e di dipendenza. Se il soggetto dipende nella sua giornata (al punto di arrivare a non nutrirsi, non dormire e non relazionarsi più coi suoi simili per giocare, per drogarsi, per bere, ecc.), per il proprio “benessere”, da tali oggetti gratificatori è affetto da una dipendenza.
Questo ci permette di evidenziare una peculiarità del fenomeno: la dipendenza diventa patologica quando è caratterizzata da uno sviluppo e da un decorso che richiedono tempi lunghi; non si diventa dipendenti dall’oggi al domani e l’uscita da questo tipo di situazioni di solito necessita di ripetuti tentativi e numerosi fallimenti. Le dipendenze, ovvero una vita caratterizzata con il passare degli anni da ADDICTION, come enunciato sopra, non insorge in maniera repentina ma è frutto, proprio per il tipo di fattori che ne costituiscono la possibile origine, di un lento ma radicato, anche se quasi impercettibile, processo.
La problematica, quindi, affonda le proprie radici nel vissuto del soggetto: le esperienze personali, l’educazione, l’ambiente, la famiglia, lo stato d’animo, possibili traumi in età infantile o in età giovane adulta (lutti, incidenti, ecc.), sono solo alcuni dei fattori sui quali è possibile che venga a svilupparsi una dipendenza. Per questo motivo a volte il confine tra abitudine e dipendenza è difficilmente tracciabile e d’altro canto, proprio in quanto non si tratta di un confine nettamente demarcato, non è univocamente valicabile (ossia per molte persone è possibile passare dall’abitudine alla dipendenza e viceversa e questo passaggio può avvenire in maniera reiterata).
Di solito i modelli di cura e terapia delle dipendenze, individuai o gruppali, vertono oggi sempre o quasi sempre, su APPROCCI INTEGRATI, e soprattutto PERSONALIZZATI. Il che significa che accanto a trattamenti (terapie) di tipo farmacologico per lenire la dipendenza o trattarla, è scientificamente dimostrato che vada accostata una terapia di tipo psicologico o psicoterapico o ri-educativo (psicoeducazione). Allo stesso modo, per fare sì che la consapevolezza e la motivazione del paziente (della persona dipendente) siano piene e stabili, o stabilizzabili, l'approccio di cura dev'essere sempre più personalizzato, ovvero adatto alle esigenze del paziente stesso. Individuando quindi insieme al paziente, all'inizio di qualsivoglia terapia, i reali bisogni e stilando insieme un progetto ad hoc per tali bisogni.
Qualsiasi dipendenza oggi è riconosciuta come un disturbo complesso che coinvolge e deteriora la vita di una persona nella sfera biologica, psicofisica e sociale, e non, come ancora si può essere portati a credere in una cultura a volte dura a morire, come un "vizio".

09/05/2020

Con "LE DIPENDENZE OGGI" comincio qui una serie di pubblicazioni sulla prevenzione delle dipendenze nell'età evolutiva e nell'età adulta, con alcuni esempi teorici ed esperienze sul campo riguardo al tema forse più rilevante nella società odierna.
Francesco Melozzi

09/05/2020

LE DIPENDENZE OGGI: INFORMAZIONE, AUTOFORMAZIONE E PREVENZIONE SU GIOCO D'AZZARDO E ALCOL

IL GIOCO D'AZZARDO E L'ALCOL NELLA SOCIETA' DI OGGI
Il gioco è allenamento dalla più tenera età, è disciplina, è "attività libera, separata, incerta e improduttiva" (Homo Ludens, Huizinga 1939), è conoscenza del mondo nella riproduzione di regole e modelli (e relazioni con l'alterità), che da adulto l'essere umano potrà riprodurre e ritrovare.
Allo stesso tempo, così come l'atto del bere, quello del giocare ha una valenza sociale infinita, di per se' neutra, ovvero da disporre e regolare a seconda della personalità dell'individuo che decide come "indossare" tale veste sociale, e socializzante.
Nella società di oggi, spesso sia il gioco che l'alcol, sono visti solo attraverso l'aspetto dell'eccesso, della trasgressione, dell'iniziazione (soprattutto nei più giovani), non quella tribale però di antica valenza come in alcune popolazioni primigenie, ma in quella di superamento delle proprie inibizioni nell'approccio con l'altro.
Oggi è prevalente il consumo e non di rado l'abuso dell'alcol, così come del gioco, allo scopo (spesso fittizio) di costruire un'immagine diversa di se', una vita alternativa, una sorta di realtà parallela dove il non possibile è reale, e tutto o quasi è permesso, fino alla perdita, più che delle inibizioni, del controllo di se'.
Oltre alle fasce più giovani, la trasversalità dell'abuso di gioco e alcol fino alla vera e propria dipendenza, è oggi conclamata, per diversi fattori sia personali, che familiari, che sociali.

LA DIPENDENZA DA GIOCO D'AZZARDO E DA ALCOL
Ogni dipendenza è una sindrome patologica.
Ciò che caratterizza una dipendenza è il bisogno irrinunciabile (craving) e frenetico (compulsivo) di consumare piuttosto che utilizzare quella sostanza (droga, alcol, gioco, sesso, etc.), o di ripetere e ribadire quella caratteristica del comportamento (acquisti compulsivi, utilizzo/abuso di internet e dei social, etc.), fino alla perdita totale del controllo della propria vita, sia nei bisogni primari (mangiare, bere, dormire, ciclo del giorno e della notte, scambi relazionali) che in quelli cosiddetti superiori, quali relazioni familiari, interpersonali, sociali, fino agli ambiti professionali e di qualsiasi tipo.
In particolare la valenza sociale e riconosciuta a livello sociale, come detto, di alcol e gioco d'azzardo, rispetto all'utilizzo di sostanze, ne fanno due tra le dipendenze più trasversali a tutte le fasce di popolazione, più recidive e più aggravanti.

L'INFORMAZIONE E LA PREVENZIONE
L'informazione è uno degli aspetti salienti e primari della vita umana. Dalla nascita, le informazioni che riceviamo e rimandiamo, elaborate, formano e accrescono la nostra sfera cognitiva e permettono di sviluppare un significato nei nostri comportamenti e nei sistemi delle nostre relazioni e modalità di 'leggere' e interpretare la realtà, plasmandola.
In ambito moderno, in qualunque campo, dal civile all'ambientale al settore del lavoro, l'informazione non può prescindere dalla collaborazione di ogni singolo, di qualsiasi ruolo o livello di inquadramento si tratti.
Allo stesso tempo, la prevenzione, come azione tecnico-professionale per ridurre i fattori di rischio, e per promuovere i fattori di benessere individuale e collettivo, non può prescindere dalla stessa informazione.
Informazione e prevenzione sono appunto - o perlomeno dovrebbero essere sempre - circolari, cioè entrambe possibili e corrette soltanto in maniera orizzontale, piuttosto che verticale o verticistica, piramidale, per permettere a entrambe di
creare efficacia ed efficienza, interagendo l'una a beneficio dell'altra, in un circolo continuo che non si dovrebbe interrompere mai.

L'AUTOFORMAZIONE
L'autoformazione riguarda soprattutto le modalità di comunicazione e di trasferibilità delle informazioni. Un soggetto (professionista, dipendente, dirigente di un'azienda, etc.) che abbia una posizione attiva rispetto alle conoscenze ed esperienze del proprio ambito di vita, e di lavoro, è portato ad accrescere la propria autostima, il riconoscimento delle proprie risorse e competenze personali e relazionali (life skills), ed è maggiormente disponibile al confronto con i propri pari e con altre realtà, interne o esterne ai propri campi di azione.
n.b.: da specificare: formazione a cascata:
- cos'è
- a chi è rivolta e perché
- chi può farla e chi non può farla
- finalità e obiettivi
- dove funziona e dove non funziona
- come e quando la formazione a cascata
- che significa dentro una realtà aziendale una formazione a cascata
- la gerarchia dell'azienda e la formazione
- risultati attesi ed esempi reali di una formazione a cascata

CON LE DOMANDE MAIEUTICHE SI IMPARAdi Daniele Novara (Fonte: http://www.cppp.it)Maieutica: un termine filosofico, socrat...
25/01/2020

CON LE DOMANDE MAIEUTICHE SI IMPARA
di Daniele Novara (Fonte: http://www.cppp.it)
Maieutica: un termine filosofico, socratico, che è diventato metafora di un modo di
la-vorare che consente alle persone di attivare processi di apprendimento in modo
sostenibile. In un certo senso, maieutica, che è una parola greca che sta per
ostetricia, che invece è una parola latina, si può anche utilizzare come un sinonimo di
educazione. Educere vuol dire tirar fuori e, in effetti, anche mai-eutica vuol dire tirar
fuori. Addirittura si dice che la madre di Socrate fosse una levatrice e quindi la
maieutica, nella storia della pedagogia, è sempre stata una metafora di quella
educazione un po’ al di fuori dello standard tradizionale. Penso a Quintiliano nell’epoca
romana, senz’altro a Rousseau e alla Montessori, grandi personaggi che hanno
segnato la storia del pensiero occidentale educativo moderno, rispettoso dei bambini,
e che hanno saputo offrire modalità innovative di lavoro educativo.
In qualche modo la maieutica è lo strumento più antico, ma anche il più avanzato per
riflettere e agire in ambito pedagogico.
Il codice implicito della scuola tradizionale
Inizio da una domanda “Che cosa ce ne facciamo delle domande infantili?”.
Purtroppo la scuola tradizionale ha tre capisaldi metodologici, che non aiutano in
questo momento storico di forte crisi delle agenzie educative tradizionali:
• le domande illegittime di controllo, che incautamente, a livello scolastico
sono definite di verifica e che implicano un paradosso epistemologico: chiedere
qualcosa che si sa già, qualcosa di cui si conosce già la risposta. Ciò che di
meno scientifico ci possa essere e probabilmente anche meno filosofico, che
crea negli alunni un senso di conformità, che porta a prepararsi per
l’interrogazione programmata, uno dei riti più grotteschi della scuola
tradizionale.
• la lezione frontale per cui si ritiene che il modo migliore per far imparare
qualcosa a qualcun altro sia di spiegarglielo, bypassando tutto quello che
conosciamo sulla motivazione, sul valore dell’esperienza, sull’imitarsi, che è la
base stessa dell’apprendimento. Si impara imitando gli altri, non ascoltando una
spiegazione e noi sappiamo che i tempi attentivi di un bambino di sette anni,
per esempio, sono sui venti minuti e anche quando parliamo di un adulto sono
terribilmente bassi. Quindi la lectio viene da una tradizione molto raffinata e
può valere per chi vive in un certo contesto ma non va assolutamente bene per
chi abita l’esperienza concreta e per chi impara dall’esperienza concreta, com’è
giusto che sia. Quindi la lezione frontale crea solo un blocco motivazionale in
gran parte della popolazione scolastica.
• la proibizione del copiare che vuol dire “Fai da solo, non parlare con il
compagno, ascolta l’insegnante, non chiedere nulla agli altri”. Questa è un’idea
abbastanza originale, perché noi sappiamo che senza osmosi gruppale e sociorelazionale
è impossibile attivare adeguatamente i processi di apprendimento.
Basti pensare agli studenti stranieri: se non possono stare con i bambini di
lingua italiana la loro difficoltà ad acquisire le competenze linguistiche cresce in
maniera esponenziale. È lo scambio tra coetanei che aiuta l’apprendimento più
che le spiegazioni degli insegnanti. Quella tradizionale è una scuola che vuole
conferme piuttosto che apprendimento.
Siamo nell’epoca dell’antipedagogia, dove si pensa che educare non sia
neanche più possibile, dove si ritiene che la società sia auto-regolata,
governata dai consumi e dal mercato.
La Tv ad esempio non deve insegnare, ma deve rappresentare la realtà così com’è,
come nel Grande Fratello. Questo anti-pedagogismo, questa paura di affrontare
riflessioni metodologiche, alla fine spalanca la porta a un assedio mediatico delle
tecnologie e mi chiedo come un ragazzino di prima media, con trecento amici su
facebook, possa concretamente seguire un programma di apprendimento scolastico o
di qualsiasi altro apprendimento.
La domanda Maieutica
L’alternativa maieutica non è semplicemen-te una metafora filosofica, ma la pratica di
un approccio metodologico che consente di uscire da questi vuoti a perdere in cui ci
siamo cacciati, per renderci conto che senza una riflessione sistematica, metodologica
e pedagogica, sulla crescita e sull’imparare, ci esponiamo alla vacuità di una società
consumistica. La proposta maieutica e che sia la domanda, piuttosto che la
risposta, a generare processi di apprendimento. Perché la domanda infantile
genera apprendimento e questa domanda non va saturata, ma va utilizzata come
risorsa per costruire esperienze significative, per consentire ai ragazzi di imparare
quello che è necessario.
Se un bambino chiede: “Come mai la gallina, pur essendo un uc***lo non vola?”
oppure “Perché nella torta di mele non si vedono le mele?” non si dovrebbe avere
l’ansia di dare risposte immediate e rassicuranti. In realtà il bambino non sta
facendo una domanda a noi, ma sta facendo una domanda a se stesso, sta
cercando di creare i percorsi per arrivare a delle risposte. Viviamo in un’epoca
educativa basata sull’accudimento, e finiamo col rifiutare l’idea che l’ostacolo sia una
risorsa per imparare. Ci sono insegnanti e genitori che, in classe, vogliono eliminare i
disturbatori perché impediscono di fare il programma. Quante volte mi son trovato a
supplicare gli insegnanti che non avevano disturbatori nella classe a chiederne in
prestito qualcuno dai colleghi più disponibili. Perché questa situazione crea una
resistenza che, dal punto di vista motivazionale, emozionale e sociale, genera le
condizioni stesse dell’apprendimento.
Il litigio infantile come laboratorio Maieutico
Nel laboratorio maieutico i bambini, a partire da un incipit, costruiscono l’esperienza di
lavoro e arrivano a una sintesi personale. L’esempio più interessante, da questo punto
di vista, è quello del litigio. In una logica di accudimento, nel momento in cui il
bambino va dall’insegnante chiedendo il suo intervento in un litigio, l’insegnante si
trasforma in una babysitter o in un giudice e decide chi ha torto e chi è innocente e
risolve il litigio, senza accorgersi che, in questo modo, crea dipendenza: i bambini non
attivano processi di apprendimento. L’area del litigio è molto significativa, perché
nel litigio c’è una frustrazione generativa, una frustrazione maieutica; la
presenza degli altri è un limite, ma anche una condizione generativa. Occorre
restituire il litigio ai bambini. Non va sottratta al bambino la competenza, ma
offrire al bambino delle riconnessioni.
La tecnica che si usa è: “Racconta la tua versione, dai al compagno la tua
versione”, attivando un laboratorio di confronto, di scambio, dove tutto
quello che è successo non diventa l’occasione per creare un tribunale
scolastico, ma per costruire dei significati condivisi. Se c’è stato un litigio, vuol
dire che c’è qualcosa che non è chiaro, qualcosa di nascosto. Sulla base di questa
comunicazione nascono delle possibilità di capirsi, di verificare i reciproci punti di
vista, di scoprire altri sguardi sullo stesso problema. Si attivano processi meravigliosi,
in cui i bambini sono in grado di rafforzare anche la loro amicizia. Quando il problema
viene risolto assieme, il legame si rafforza. Quando il problema viene lasciato nella
palude del non detto, dell’implicito, genera un senso di impotenza, che poi va ad
allargarsi. Nel momento in cui si chiede ai bambini di parlare e di trovare un accordo,
allora risulta abbastanza naturale che questa incombenza venga presa sul serio. A
volte negli educatori c’è troppa paura e troppa poca fiducia nei bambini.
Questa sfiducia però rischia di compromettere anche la relazione pedagogica.
L’ispiratore di questo approccio maieutico è stato nel mio caso Danilo Dolci, primo in
Italia che lavoro con gli adulti sul piano educativo, che capì come sono più importanti
per i bambini le domande che le risposte e come queste domande facciano da
generatore di apprendimento.
Abbiamo bisogno di una svolta, la scuola non può rinchiudersi in questo
momento storico, anche se è un momento di difficoltà, non può chiudere i
battenti, ma deve cercare di andare avanti nella riflessione pedagogica e
affrontare le nuove sfide.

23/11/2018

SOPRAVVIVO SOLO SE RICEVO.
VIVO SOLO SE IMPARO A DARE.

Indirizzo

Viale Giovanni XXIII, 33
Viterbo
01100

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Studio di consulenza pedagogica DSA e BES Dr. Francesco Melozzi pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Condividi