07/06/2026
Gli chiedevano di fermarsi, e lui andava avanti. Voleva finirlo quel comizio, Enrico Berlinguer, non sarebbe sceso da quel palco per nessuna ragione, quel maledetto 7 giugno del 1984, in piazza della Frutta, a Padova.
“Basta Enrico!” gli urlavano alcuni militanti, altri gli dicevano “Scendi giú”, tutti applaudivano, intonavano cori: “Enrico! Enrico! Enrico!” E più lo imploravano, più lui trovava le forze chissà dove per andare avanti, la mano alla bocca, l’occhio perso, il bicchiere d’acqua, la montatura degli occhiali tremante tra le mani.
Finirà quel comizio, in qualche modo, prima di perdere i sensi e finire in ospedale, dove sarebbe rimasto per altri quattro giorni di agonia.
Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini entrava e usciva da quella stanza d’ospedale. E, nell’ora finale, a tutti ripeteva:
“Lo porto con me. Lo porto con me a Roma. Lo porto via, come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta".
Lo farà davvero. Il 13 giugno, assieme al Presidente, a Roma, c’erano due milioni di italiani a salutarlo in lacrime per l’ultima volta. Quattro giorni dopo, quasi 12 milioni di italiani, anche sull’onda di quella commozione, alle elezioni Europee votarono Partito Comunista, che dopo 38 anni superò per la prima volta la Democrazia cristiana.
Non successe più. Né l’una né l’altra cosa.
Ne sono passati altri quarantadue da quella sera a Padova.
Quanto manca Enrico Berlinguer, quanto manca, nel vuoto politico attuale, quanto servirebbe oggi una voce come la sua, magistralmente e filologicamente ricostruita da Elio Germano ne “La grande ambizione”.
Siamo tutti orfani, chi ne è stato testimone, chi non ha fatto in tempo a conoscerlo, chi verrà.