14/02/2019
Questa sera giovedì 14 febbraio alle ore 21 su La7D (canale 29) sarà programmato il film italiano LOVERS di Matteo Vicino, che nonostante il suo successo all'estero è stato finora vergognosamente ignorato dalla nostra distribuzione omologata e conformista, sia quella delle sale che quella dei principali canali televisivi, che rende purtroppo tale anche il pubblico italiano, omologato e conformista, contribuendo quindi ad azzerare pure il suo spirito critico, perché da anni ormai è stato abituato a vedere praticamente solo 2 tipi di film, i blockbuster americani pieni di effetti digitali e le solite commediole senza spessore americane ed italiane, praticamente tutte più o meno uguali, per cui diventa un dovere non solo cinefilo ma anche civile vedere un film di alto spessore culturale come LOVERS di Matteo Vicino, ambientato d'altronde nella Dotta Bologna...
LOVERS, di Matteo Vicino
4 Aprile 2018 di Fabio Fulfaro
Da SENTIERISELVAGGI
Solo gli amanti sopravvivono? Forse anche i lettori di libri. Alla terza opera dopo Young Europe e Outing, Matteo Vicino, bolognese classe 72, traveste di commedia romantica un teorema disilluso sulla deriva socioculturale del nostro paese.
Il successo del film in diversi festival internazionali (Lisbona, Londra, Fort Lauderdale) non ha facilitato la distribuzione in Italia, quasi a confermare la mancanza di sensibilità dei distributori nostrani rispetto a tematiche controverse e prodotti non commerciali.
Quattro storie con quattro personaggi che si scambiano ruoli e posizioni di dominanza: un misto tra il Closer di Mike Nichols e il Carnage di Roman Polanski. Nel rapporto tra i sessi si stabilisce subito uno scarto incolmabile ben sottolineato dai fuori-fuoco e dai dialoghi serrati alternati ai silenzi. Le prove attoriali di Luca Nucera, Primo Reggiani, Antonietta Bello e Margherita Mannino sono davvero sopra la media, regalando credibilità ai personaggi anche quando la sceneggiatura gira per qualche momento a vuoto. A queste si può aggiungere il plusvalore di Ivano Marescotti che imprime il suo tocco nelle scene in cui è perfetto caratterista.
Il postulato di questa tetralogia dei sentimenti incrociati è evidente: non sappiamo più comunicare perché ci mancano le parole. Amiamo, odiamo, tradiamo, invidiamo, siamo gelosi, uccidiamo, con la superficialità di analfabeti funzionali che non sanno di non sapere (appropriata la citazione in esergo di Edgar Allan Poe). Trogloditi neoprimitivi, col cellulare e computer branditi come clave, senza affettività e empatia per il prossimo. Uomini e donne, di ogni ceto sociale e con differenti background culturali (si va dallo scrittore frustrato al dirigente rampante, dal fisioterapista ambiguo alla libraia sognante, dal dj palestrato alla commessa un po’ frivola), separati da muri di luoghi comuni e pregiudizi.
La fotografia di Francesco Ciccone usa diverse sfumature di colore e il commento musicale piano-jazz curato dallo stesso regista si arricchisce di una componente classica (Bach, Edvard Grieg) che trasforma la storia in un balletto surreale che richiama i catatonismi glaciali di Roy Andersson. Terribile ma vera la scena in libreria in cui due fans di un dj che utilizza un ghost writer per la sua autobiografia (la stoccata sembra diretta a Fabio Volo), non conoscono l’esistenza di Italo Calvino, Gianni Rodari e Pier Paolo Pasolini. In una società moderna tutta rivolta al culto dell’immagine non c’è spazio per le pagine scritte dei libri, specchi riflessi di possibili esistenze. Le quadruple vite di Dafne e Giulia si rispecchiano in quelle di Federico e Andrea con le loro miserie e la loro comicità involontaria (la scena della pi***la e dell’orazione funebre sono irresistibili).
Fa da sfondo Bologna, una città ancora viva, con le sue piazze, i suoi portici, le sue torri, i suoi muri imbrattati da scritte di protesta.
In una intervista recente, forse stanco della fatica di Sisifo contro distributori e produttori, Matteo Vicino ha dichiarato di avere chiuso il suo discorso con il Cinema di finzione. Speriamo sia solo uno sfogo momentaneo perché è evidente la maturazione e la modernità di scrittura raggiunte. Rispetto alle opere precedenti, Vicino parte da istantanee di un discorso amoroso e le amplia a paradigma di un universo giovanile sbandato e inconsapevole. Il cerchio delle quattro storie si chiude per un nuovo inizio. E negli occhi così espressivi di Giulia (Margherita Mannino) si intravede la musa del nostro tempo: la precarietà.
Regia: Matteo Vicino
Interpreti: Primo Reggiani, Margherita Mannino, Ivano Marescotti, Antonietta Bello, Luca Nucera, Massimiliano Loizzi
Distribuzione: Showbiz Movies
Durata: 102′
Origine: Italia, 2017
Questa sera giovedì 14 febbraio alle ore 21 su La7D (canale 29) sarà programmato il film italiano LOVERS di Matteo Vicino, che nonostante il suo successo all'estero è stato finora vergognosamente ignorato dalla nostra distribuzione omologata e conformista, sia quella delle sale che quella dei principali canali televisivi, che rende purtroppo tale anche il pubblico italiano, che da anni ormai è stato abituato a vedere praticamente solo 2 tipi di film, i blockbuster americani pieni di effetti digitali e le solite commediole senza spessore americane ed italiane, praticamente tutte più o meno uguali, per cui diventa un dovere non solo cinefilo ma anche civile vedere un film di alto spessore culturale come LOVERS di Matteo Vicino, ambientato d'altronde nella Dotta Bologna...LOVERS, di Matteo Vicino4 Aprile 2018 di Fabio FulfaroDa SENTIERISELVAGGISolo gli amanti sopravvivono? Forse anche i lettori di libri. Alla terza opera dopo Young Europe e Outing, Matteo Vicino, bolognese classe 72, traveste di commedia romantica un teorema disilluso sulla deriva socioculturale del nostro paese.Il successo del film in diversi festival internazionali (Lisbona, Londra, Fort Lauderdale) non ha facilitato la distribuzione in Italia, quasi a confermare la mancanza di sensibilità dei distributori nostrani rispetto a tematiche controverse e prodotti non commerciali.Quattro storie con quattro personaggi che si scambiano ruoli e posizioni di dominanza: un misto tra il Closer di Mike Nichols e il Carnage di Roman Polanski. Nel rapporto tra i sessi si stabilisce subito uno scarto incolmabile ben sottolineato dai fuori-fuoco e dai dialoghi serrati alternati ai silenzi. Le prove attoriali di Luca Nucera, Primo Reggiani, Antonietta Bello e Margherita Mannino sono davvero sopra la media, regalando credibilità ai personaggi anche quando la sceneggiatura gira per qualche momento a vuoto. A queste si può aggiungere il plusvalore di Ivano Marescotti che imprime il suo tocco nelle scene in cui è perfetto caratterista.Il postulato di questa tetralogia dei sentimenti incrociati è evidente: non sappiamo più comunicare perché ci mancano le parole. Amiamo, odiamo, tradiamo, invidiamo, siamo gelosi, uccidiamo, con la superficialità di analfabeti funzionali che non sanno di non sapere (appropriata la citazione in esergo di Edgar Allan Poe). Trogloditi neoprimitivi, col cellulare e computer branditi come clave, senza affettività e empatia per il prossimo. Uomini e donne, di ogni ceto sociale e con differenti background culturali (si va dallo scrittore frustrato al dirigente rampante, dal fisioterapista ambiguo alla libraia sognante, dal dj palestrato alla commessa un po’ frivola), separati da muri di luoghi comuni e pregiudizi.La fotografia di Francesco Ciccone usa diverse sfumature di colore e il commento musicale piano-jazz curato dallo stesso regista si arricchisce di una componente classica (Bach, Edvard Grieg) che trasforma la storia in un balletto surreale che richiama i catatonismi glaciali di Roy Andersson. Terribile ma vera la scena in libreria in cui due fans di un dj che utilizza un ghost writer per la sua autobiografia (la stoccata sembra diretta a Fabio Volo), non conoscono l’esistenza di Italo Calvino, Gianni Rodari e Pier Paolo Pasolini. In una società moderna tutta rivolta al culto dell’immagine non c’è spazio per le pagine scritte dei libri, specchi riflessi di possibili esistenze. Le quadruple vite di Dafne e Giulia si rispecchiano in quelle di Federico e Andrea con le loro miserie e la loro comicità involontaria (la scena della pi***la e dell’orazione funebre sono irresistibili).Fa da sfondo Bologna, una città ancora viva, con le sue piazze, i suoi portici, le sue torri, i suoi muri imbrattati da scritte di protesta.In una intervista recente, forse stanco della fatica di Sisifo contro distributori e produttori, Matteo Vicino ha dichiarato di avere chiuso il suo discorso con il Cinema di finzione. Speriamo sia solo uno sfogo momentaneo perché è evidente la maturazione e la modernità di scrittura raggiunte. Rispetto alle opere precedenti, Vicino parte da istantanee di un discorso amoroso e le amplia a paradigma di un universo giovanile sbandato e inconsapevole. Il cerchio delle quattro storie si chiude per un nuovo inizio. E negli occhi così espressivi di Giulia (Margherita Mannino) si intravede la musa del nostro tempo: la precarietà.Regia: Matteo VicinoInterpreti: Primo Reggiani, Margherita Mannino, Ivano Marescotti, Antonietta Bello, Luca Nucera, Massimiliano LoizziDistribuzione: Showbiz MoviesDurata: 102′Origine: Italia, 2017Da cineforum:Matteo VicinoLovers5 April 2018 RECENSIONICarlotta Po«Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro».Così diceva Nietzsche in La gaia scienza. In Lovers sono quattro i personaggi destinati a riviversi infinite volte, nel film declinati in quattro situazioni che danno origine a quattro storie, diverse eppure indissolubili.Cerchio esatto in un moto perenne, spirale senza fine né mutamento, il film si fa eco cinematografica dell’eterno ritorno stoico e nietzschiano. Nel suo svolgersi ciclico, sfiora gli estremi di un mondo popolato di esseri meccanici e macchinici, che hanno perso o sono in via di perdere la propria tipicità umana. Ciascuno dei protagonisti – che di nome rimangono uguali ma mutano di essenza – deve vivere (e ri-vivere, suggerisce il finale) le quattro storie per poter compiere (almeno) un giro completo nella ruota delle caratterizzazioni residue di una ormai pseudo- o sub-umanità, in un sistema visto come in continuo ed eterno declino.Le storie coincidono con quattro diversi stadi di una metamorfosi che per essere completa deve passare per la manipolazione, meccanica o emotiva, da soggetti e da oggetti, facendo leva, a turno, sull’intelletto e sul sentimento (o quel poco che ne resta). Un ventaglio di possibilità che si concretizza solo nelle esuberanze, incarnate dai protagonisti che, a rotazione, si ritrovano vincitori o perdenti, oppressori od oppressi, e che, per volontà e per caso, possono sperimentare, almeno nella metà delle situazioni, vendetta (per volontà) e rivincita (per caso). Che tuttavia non porta nulla a reale compimento, poiché in un universo che si muove a spirale nulla è in evoluzione, e nulla risolvibile.E poco si rivela autenticamente umano o naturale in questi esseri freddi che vivono di relazioni strumentalizzate, dove il materialismo sfocia nell’utilitarismo, e dove non per caso viene chiamato in causa Heidegger, la cui visione dell’uomo è più che mai concreta e finalistica: nella teoria del filosofo come nel film di Matteo Vicino, l’essere umano è progettato e progettante e il mondo intorno a esso, rapporti interpersonali compresi, si piega a semplice strumento per raggiungere i suoi scopi.Questa è la logica dell’universo dipinto da Lovers, i cui personaggi sono capaci, impersonificando gli eccessi di un’esistenza quasi apatica, di veicolare una universale propensione all’ego, corporeo e materiale, che fa perdere – e rende inutile – il contatto con le due cose che dovrebbero caratterizzarsi come autenticamente e unicamente antropiche: il sentimento (come amore, affetto, amicizia) e la cultura (come filosofia, letteratura, cinema).Il risultato è un’operazione di distacco, una presa di distanza, in un continuo avvicinarsi e allontanarsi rispetto al mondo reale e allo spettatore, che è tanto del contenuto quanto della forma, negli estremi del primissimo piano (che letteralmente penetra il personaggio) e dei campi lunghi o totali (in cui lo stesso personaggio si perde, talvolta nascosto da veri e propri ostacoli alla visione).Solo questo distacco o fredda automazione permette di cogliere criticamente quanto il film vuole trasmettere, coinvolgendo lo spettatore a un grado più alto, spoglio di ogni sentimentalismo e immedesimazione. Così, a un duplice livello, funziona la seconda e principale condanna del film, che si fa inno alla cultura contro i mali dell’ignoranza e della noncuranza, epidemie diffuse in un sistema – la società umana in generale, quella italiana in particolare – che non funziona come dovrebbe. Un sistema in cui, inevitabilmente, quell’unico personaggio della storia che a turno si veste di un’identità più vicina all’umano (tanto nelle proprie potenzialità quanto nei propri limiti) è lo stesso che soccombe, rigettato da un universo che rifiuta il sentimento. «Tutto è matematica», come la ragione. «Pensare troppo, non serve a nulla».Un universo in cui l’unico modo per sopravvivere, sembra azzardare il film a partire dalla citazione iniziale di Edgar Allan Poe, è quello di abbandonarsi ingenuamente alle sue logiche distorte:«L’ignoranza è una benedizione,ma affinché la benedizione sia reale,l’ignoranza deve essere così profondada non sospettare neppure di se stessa».Dunque, sopravvivere come?IL FILMMatteo VicinoItalia, 2018, 108'Sceneggiatura:Matteo VicinoFotografia:Francesco CicconeMontaggio:Matteo VicinoCast:Primo Reggiani, Massimiliano Loizzi, Margherita Mannino, Luca Nucera, Antonietta Bello, Ivano MarescottiProduzione:Showbiz MoviesDistribuzione:Showbiz MoviesQuattro storie interpretate dagli stessi attori in ruoli diversi che si dipanano a Bologna tra tradimenti, feroci vendette, colpi di scena. Federico, geloso dell'amico Andrea, scatena una guerra basata su colpi bassi e tradimenti.
di Davide Turrini
Il film di Matteo Vicino, interpretato tra gli altri da Ivano Marescotti è un gioioso, intelligente e sensuale rompicapo pop in cui due coppie di attori (Primo Reggiani, Luca Nucera, Antonietta Bello, Margherita Mannino), più il quinto sornione incomodo (Marescotti), si scambiano continuamente i ruoli per quattro microstorie parallele e simmetriche che compongono il tessuto unitario del film
di Davide Turrini | 6 Febbraio 2018
È il film italiano indipendente che ha vinto più premi fuori dall’Italia nell’ultimo anno e mezzo. Lovers di Matteo Vicino, interpretato tra gli altri da Ivano Marescotti – in questo momento tra il copioso cast di A casa tutti bene, finito pure sul palco del Festival di Sanremo – è un gioioso, intelligente e sensuale rompicapo pop in cui due coppie di attori (Primo Reggiani, Luca Nucera, Antonietta Bello, Margherita Mannino), più il quinto sornione incomodo (Marescotti), si scambiano continuamente i ruoli per quattro microstorie parallele e simmetriche che compongono il tessuto unitario del film. Interamente ambientato a Bologna, Lovers è “un cerchio concentrico di vite che si ripete all’infinito” mescolando di continuo sentimento e gelosia, modelli sociali da emulare e narcisismo individuale da perseguire, arrivismo professionale ed etica che va a rotoli. Tutto inizia da una piccola e antica libreria che la giovane proprietaria difende dalle grinfie di un ricchissimo manager, e lì si torna dopo aver affrontato pure un velleitario dj finito a fare lo scrittore di grandissimo successo grazie alle qualità di un frustrato ghostwriter. “Dai libri nasciamo tutti”, afferma la protagonista Giulia (Margherita Mannino) nel quarto blocco di Lovers. “Per essere medico, giudice, avvocato, per costruire un ponte, una favola, una storia d’amore serve un libro”.
“Lovers è un circolo perfetto. Tutto inizia e finisce nella cultura. Si tratta della lezione più grande che si può avere da un lavoro artistico”, spiega il regista Vicino. “Il film inizia con la protagonista che possiede una libreria e finisce che ha ancora quella libreria. Se ci fosse una specie di dio direbbe ‘tornate tutti a leggere perché è la forma di amore più grande della cultura’ ”. Lovers ha vinto come miglior film in diversi festival europei e statunitensi tra cui Fort Lauderdale con diverse proiezioni per il pubblico da tutto esaurito, ma l’infinita processione tra i distributori italiani non ha sortito che dei “No, grazie”. “In Italia si preferisce distribuire i film girati dalle stesse persone che li hanno prodotti, anche se qualitativamente poco buoni. Il cerchio si è oramai chiuso. I produttori sono diventati distributori. Problema che negli Stati Uniti non hanno”, racconta il regista. “Se proteggi solo i grandi distributori i piccoli muoiono. La nuova legge sul cinema dovrebbe valorizzare film realmente indipendenti, non quelli con grandi etichette come, tra gli altri, RaiCinema, Medusa, Warner, Indigo, supportandoli tra gli esercenti con una quota di distribuzione direttamente proporzionale alla qualità del film. Altrimenti è come al supermercato. Come posso trovare un prodotto di qualità se troverò solo i prodotti dei grandi e grossi produttori alimentari? Lì fai danni al corpo, mentre nel cinema fai danni culturali e sociali all’anima”.
Da cineforum:
Matteo Vicino
Lovers
5 April 2018 RECENSIONI
Carlotta Po
«Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro».
Così diceva Nietzsche in La gaia scienza. In Lovers sono quattro i personaggi destinati a riviversi infinite volte, nel film declinati in quattro situazioni che danno origine a quattro storie, diverse eppure indissolubili.
Cerchio esatto in un moto perenne, spirale senza fine né mutamento, il film si fa eco cinematografica dell’eterno ritorno stoico e nietzschiano. Nel suo svolgersi ciclico, sfiora gli estremi di un mondo popolato di esseri meccanici e macchinici, che hanno perso o sono in via di perdere la propria tipicità umana. Ciascuno dei protagonisti – che di nome rimangono uguali ma mutano di essenza – deve vivere (e ri-vivere, suggerisce il finale) le quattro storie per poter compiere (almeno) un giro completo nella ruota delle caratterizzazioni residue di una ormai pseudo- o sub-umanità, in un sistema visto come in continuo ed eterno declino.
Le storie coincidono con quattro diversi stadi di una metamorfosi che per essere completa deve passare per la manipolazione, meccanica o emotiva, da soggetti e da oggetti, facendo leva, a turno, sull’intelletto e sul sentimento (o quel poco che ne resta). Un ventaglio di possibilità che si concretizza solo nelle esuberanze, incarnate dai protagonisti che, a rotazione, si ritrovano vincitori o perdenti, oppressori od oppressi, e che, per volontà e per caso, possono sperimentare, almeno nella metà delle situazioni, vendetta (per volontà) e rivincita (per caso). Che tuttavia non porta nulla a reale compimento, poiché in un universo che si muove a spirale nulla è in evoluzione, e nulla risolvibile.
E poco si rivela autenticamente umano o naturale in questi esseri freddi che vivono di relazioni strumentalizzate, dove il materialismo sfocia nell’utilitarismo, e dove non per caso viene chiamato in causa Heidegger, la cui visione dell’uomo è più che mai concreta e finalistica: nella teoria del filosofo come nel film di Matteo Vicino, l’essere umano è progettato e progettante e il mondo intorno a esso, rapporti interpersonali compresi, si piega a semplice strumento per raggiungere i suoi scopi.
Questa è la logica dell’universo dipinto da Lovers, i cui personaggi sono capaci, impersonificando gli eccessi di un’esistenza quasi apatica, di veicolare una universale propensione all’ego, corporeo e materiale, che fa perdere – e rende inutile – il contatto con le due cose che dovrebbero caratterizzarsi come autenticamente e unicamente antropiche: il sentimento (come amore, affetto, amicizia) e la cultura (come filosofia, letteratura, cinema).
Il risultato è un’operazione di distacco, una presa di distanza, in un continuo avvicinarsi e allontanarsi rispetto al mondo reale e allo spettatore, che è tanto del contenuto quanto della forma, negli estremi del primissimo piano (che letteralmente penetra il personaggio) e dei campi lunghi o totali (in cui lo stesso personaggio si perde, talvolta nascosto da veri e propri ostacoli alla visione).
Solo questo distacco o fredda automazione permette di cogliere criticamente quanto il film vuole trasmettere, coinvolgendo lo spettatore a un grado più alto, spoglio di ogni sentimentalismo e immedesimazione. Così, a un duplice livello, funziona la seconda e principale condanna del film, che si fa inno alla cultura contro i mali dell’ignoranza e della noncuranza, epidemie diffuse in un sistema – la società umana in generale, quella italiana in particolare – che non funziona come dovrebbe. Un sistema in cui, inevitabilmente, quell’unico personaggio della storia che a turno si veste di un’identità più vicina all’umano (tanto nelle proprie potenzialità quanto nei propri limiti) è lo stesso che soccombe, rigettato da un universo che rifiuta il sentimento. «Tutto è matematica», come la ragione. «Pensare troppo, non serve a nulla».
Un universo in cui l’unico modo per sopravvivere, sembra azzardare il film a partire dalla citazione iniziale di Edgar Allan Poe, è quello di abbandonarsi ingenuamente alle sue logiche distorte:
«L’ignoranza è una benedizione,
ma affinché la benedizione sia reale,
l’ignoranza deve essere così profonda
da non sospettare neppure di se stessa».
Dunque, sopravvivere come?
IL FILM
Matteo Vicino
Italia, 2018, 108'
Sceneggiatura:
Matteo Vicino
Fotografia:
Francesco Ciccone
Montaggio:
Matteo Vicino
Cast:
Primo Reggiani, Massimiliano Loizzi, Margherita Mannino, Luca Nucera, Antonietta Bello, Ivano Marescotti
Produzione:
Showbiz Movies
Distribuzione:
Showbiz Movies
Quattro storie interpretate dagli stessi attori in ruoli diversi che si dipanano a Bologna tra tradimenti, feroci vendette, colpi di scena. Federico, geloso dell'amico Andrea, scatena una guerra basata su colpi bassi e tradimenti.