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AREA Liberal Area Liberal è una associazione liberale, liberista e libertaria. Area Liberal nasce a Verona nel 2014.

Area Liberal è una Associazione culturale e politica; liberale, liberista e libertaria di ispirazione Radicale. Area Liberal propone una visione della politica italiana ispirata ai valori della cultura liberal.

IL COSTO DELLA VITA AUMENTA, GLI STIPENDI NO. E LA POLITICA RISPONDE CON LA PROPAGANDAIl vero problema dell’Italia non è...
21/10/2026

IL COSTO DELLA VITA AUMENTA, GLI STIPENDI NO. E LA POLITICA RISPONDE CON LA PROPAGANDA

Il vero problema dell’Italia non è la mancanza di slogan, ma la progressiva perdita di potere d’acquisto, l’indebolimento dei servizi pubblici e l’incapacità della politica di affrontare le questioni strutturali del Paese.
C’è una contraddizione sempre più evidente nella vita quotidiana degli italiani: vivere costa sempre di più, ma lavorare non garantisce necessariamente di vivere meglio.
Aumentano le bollette, gli affitti, le spese condominiali, le assicurazioni e il carrello della spesa. Anche quando l’inflazione rallenta, i prezzi non tornano automaticamente ai livelli precedenti. Nel frattempo, molti stipendi faticano a recuperare il potere d’acquisto perduto negli ultimi anni.
Il risultato è una progressiva erosione della sicurezza economica delle famiglie.
Non parliamo soltanto delle fasce sociali più deboli. Il disagio coinvolge anche una parte crescente del ceto medio: lavoratori dipendenti, professionisti, pensionati e famiglie che fino a qualche anno fa riuscivano a mantenere un equilibrio economico e che oggi devono fare continuamente i conti con nuove rinunce.
Il lavoro dovrebbe essere il principale strumento di emancipazione economica e sociale. Invece, per molti, è diventato appena sufficiente a sostenere le spese ordinarie.
E mentre il costo della vita mette sotto pressione i bilanci familiari, si manifesta un secondo problema, altrettanto importante: il progressivo deterioramento della qualità e dell’accessibilità dei servizi pubblici.
La sanità è alle prese con liste d’attesa, carenza di personale e difficoltà organizzative. Sempre più cittadini, quando possono permetterselo, ricorrono al privato per ottenere prestazioni in tempi ragionevoli.
La scuola affronta problemi strutturali, dalla condizione degli edifici alle difficoltà del personale docente, mentre il sistema dei trasporti continua a mostrare forti disuguaglianze territoriali.
Sono questioni che non nascono oggi e che coinvolgono responsabilità politiche accumulate nel corso di molti anni. Ma proprio per questo richiederebbero una capacità di governo superiore alla gestione quotidiana del consenso.
Di fronte a questi problemi, il dibattito politico nazionale sembra troppo spesso concentrarsi su altro.
Si moltiplicano le dichiarazioni, gli scontri ideologici, le polemiche sui social e le iniziative costruite per occupare lo spazio mediatico.
La sicurezza viene frequentemente presentata soprattutto come una questione di nuove sanzioni, divieti e strumenti repressivi.
Naturalmente uno Stato democratico deve garantire la sicurezza dei cittadini, contrastare la criminalità e assicurare il rispetto delle leggi.
Ma la sicurezza non può essere ridotta alla sola repressione.
Esiste anche una sicurezza economica, sociale e sanitaria.
È sicurezza sapere di poter pagare l’affitto. È sicurezza avere un lavoro dignitosamente retribuito. È sicurezza poter accedere a una visita medica senza attendere mesi. È sicurezza sapere che i propri figli avranno opportunità di formazione e crescita.
Una politica che si occupa soltanto dell’ordine pubblico, trascurando queste dimensioni, rischia di affrontare le conseguenze del disagio senza intervenire sufficientemente sulle sue cause.
Sarebbe però troppo semplice attribuire ogni difficoltà esclusivamente alle scelte dell’attuale governo.
L’Italia sconta problemi strutturali che attraversano governi di diverso orientamento: produttività stagnante, crescita economica debole, insufficiente valorizzazione del capitale umano, burocrazia eccessiva, difficoltà nell’attrarre investimenti e un sistema fiscale che grava pesantemente sul lavoro.
Gli stipendi non aumentano stabilmente per decreto o per effetto di qualche dichiarazione politica.
Servono imprese più produttive, innovazione tecnologica, investimenti nella formazione, maggiore partecipazione al lavoro e un sistema economico capace di creare valore.
Serve anche una politica salariale che favorisca la contrattazione, contrasti il lavoro povero e riduca il peso fiscale sui redditi da lavoro.
Non possiamo continuare a distribuire una ricchezza che cresce troppo lentamente senza affrontare il problema di come produrne di più.
È questa la sfida che dovrebbe impegnare maggioranza e opposizione.
Un Paese serio dovrebbe misurare la qualità della propria politica sulla capacità di migliorare concretamente la vita delle persone.
Non sul numero dei comunicati stampa, sulle visualizzazioni dei video o sull’efficacia degli slogan.
Dovremmo discutere di salari reali, produttività, concorrenza, efficienza della pubblica amministrazione, sostenibilità del sistema sanitario e qualità dell’istruzione.
Dovremmo chiederci perché tanti giovani qualificati scelgano di costruire altrove il proprio futuro e perché per molte famiglie sia diventato così difficile programmare un investimento, acquistare una casa o semplicemente risparmiare.
E dovremmo pretendere che ogni proposta politica venga accompagnata da obiettivi misurabili, risorse individuate e tempi di realizzazione credibili.
Questo dovrebbe essere il terreno di confronto tra le diverse forze politiche, anziché la continua ricerca di un nemico da indicare all’opinione pubblica.
Che cosa significa vivere in un Paese economicamente avanzato se una parte crescente dei cittadini fatica a sostenere le spese quotidiane e perde fiducia nella possibilità di migliorare la propria condizione?
Non basta rivendicare risultati economici attraverso qualche indicatore favorevole, così come non basta denunciare genericamente che tutto va male.
Bisogna verificare se la crescita, quando c’è, si traduce in maggiore benessere, migliori retribuzioni e servizi pubblici più efficienti.
L’Italia non ha bisogno di una politica che alimenti continuamente paure e contrapposizioni.
Ha bisogno di una politica capace di governare i cambiamenti, liberare le energie economiche e sociali, garantire opportunità e costruire condizioni di maggiore benessere.
Una politica autenticamente liberale e riformista dovrebbe partire proprio da qui: meno assistenzialismo improduttivo, meno burocrazia, più concorrenza, più opportunità, più investimenti nelle persone e servizi pubblici che funzionino davvero.
Perché la libertà non è soltanto un principio da proclamare.
È anche la possibilità concreta di scegliere come vivere, lavorare, crescere i propri figli e progettare il futuro.
E quando gli stipendi non bastano, i servizi pubblici arretrano e le prospettive si restringono, anche quella libertà diventa più fragile.
La propaganda può aiutare a conquistare il consenso; la repressione può essere necessaria per far rispettare le leggi, ma nessuna delle due può sostituire una politica economica e sociale capace di migliorare realmente la vita dei cittadini.

Giorgio Pasetto
Area Liberal

14/10/2026

CI HANNO IMPOVERITO. MA IL DANNO PIÙ GRANDE È AVERCI TOLTO LA FIDUCIA NEL FUTURO.

Una riflessione di Giorgio Pasetto

Ci sono molti modi per impoverire un Paese. Il più evidente è quello economico: stipendi che non bastano, pensioni insufficienti, giovani che faticano a costruirsi un futuro, famiglie che devono continuamente rinunciare a qualcosa.
Ma esiste una forma di impoverimento ancora più profonda, più silenziosa e forse più pericolosa: quella che colpisce la fiducia, l’entusiasmo, la voglia di costruire e persino la capacità di sorridere.
È su questo che dovremmo riflettere.
Perché la vera ricchezza di una nazione non si misura soltanto attraverso il PIL, i conti pubblici o gli indicatori economici. Si misura anche nella serenità delle persone, nelle opportunità offerte ai giovani, nella libertà di intraprendere, nella possibilità di migliorare la propria condizione attraverso il lavoro, il merito e l’impegno.
E soprattutto nella convinzione che domani possa essere migliore di oggi.
Quando un cittadino smette di credere nel futuro, un Paese ha già perso una parte della propria ricchezza.
Da anni assistiamo a una progressiva distanza tra politica e società reale. Da una parte ci sono persone che lavorano, rischiano, investono, crescono figli, costruiscono imprese e affrontano quotidianamente difficoltà concrete. Dall’altra, troppo spesso, un dibattito politico concentrato sugli equilibri di potere, sulle contrapposizioni ideologiche e sulla ricerca del consenso immediato.
Il problema non è soltanto quanto costa la politica. È quanto costa al Paese una politica incapace di generare fiducia.
Perché la sfiducia produce conseguenze concrete: scoraggia gli investimenti, alimenta la rassegnazione, allontana i giovani, indebolisce il senso di appartenenza e riduce la disponibilità delle persone a partecipare alla vita collettiva.
E quando una società perde entusiasmo, perde anche la propria capacità di innovare, di rischiare e di crescere.
Credo profondamente nel valore dell’iniziativa individuale, nella responsabilità personale, nel merito e nella libertà. Ma credo altrettanto profondamente che nessuna società possa prosperare se le istituzioni non creano le condizioni perché queste qualità possano esprimersi.
Non possiamo continuare a chiedere sacrifici senza offrire prospettive.
Non possiamo parlare continuamente di crescita senza mettere le persone nelle condizioni di crescere.
Non possiamo pretendere fiducia nelle istituzioni se queste non dimostrano, attraverso i fatti, di meritarla.
E non possiamo accettare che le nuove generazioni considerino la partenza dall’Italia come l’unica strada per realizzare le proprie ambizioni.
La politica dovrebbe tornare a essere uno strumento di emancipazione, non di conservazione del potere. Dovrebbe liberare energie, semplificare, creare opportunità, valorizzare le competenze e premiare chi si assume responsabilità.
Abbiamo bisogno di una politica che torni a parlare di futuro, anziché vivere continuamente di passato e di emergenze.
Una politica capace di restituire alle persone non soltanto potere d’acquisto, ma anche dignità, fiducia e ottimismo.
Perché la povertà economica è un problema enorme, ma la povertà di speranza rischia di diventare una condanna collettiva.
E allora credo che la vera sfida per chiunque voglia impegnarsi nella vita pubblica sia proprio questa: ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.
Non attraverso nuove promesse, ma attraverso risultati concreti, competenza, trasparenza e responsabilità.
Perché un Paese non torna davvero ricco quando aumentano soltanto i soldi nelle tasche dei cittadini. Torna ricco quando le persone ricominciano a credere che valga la pena impegnarsi, costruire, sognare e sorridere.
E forse è proprio da qui che dobbiamo ripartire.

Giorgio Pasetto

Colgo infine l’occasione per annunciare il lancio di una raccolta firme a sostegno dei chinesiologi italiani, professionisti del movimento e dell’esercizio fisico che meritano un pieno riconoscimento delle proprie competenze e del proprio ruolo nella promozione della salute, della prevenzione e del benessere.
Le recenti dichiarazioni sull’affidamento dell’esercizio fisico strutturato ai fisioterapisti hanno riaperto una questione che riguarda il futuro professionale di circa 170.000 chinesiologi.
Non si tratta di contrapporre professioni, ma di riconoscere competenze differenti e complementari, nel rispetto dei rispettivi ambiti di intervento.
La politica deve valorizzare le professionalità, non creare nuove esclusioni.
Per questo intendo promuovere una raccolta firme affinché venga riconosciuto e tutelato il ruolo dei chinesiologi, in particolare nell’ambito dell’esercizio fisico preventivo, adattato e finalizzato al mantenimento della salute.
Perché restituire fiducia nel futuro significa anche difendere il diritto delle persone a vedere riconosciuti il proprio percorso di studi, le proprie competenze e il proprio lavoro.
Link:
https://c.org/FvthCW5Ck2

Il Governo celebra la propria longevità e Giorgia Meloni rivendica con orgoglio la stabilità del suo esecutivo. Poi, per...
09/10/2026

Il Governo celebra la propria longevità e Giorgia Meloni rivendica con orgoglio la stabilità del suo esecutivo. Poi, però, sostiene che bisogna cambiare la legge elettorale per garantire maggiore stabilità.
Curioso. Se la stabilità c’è già, perché cambiare le regole per ottenerla?
La domanda è inevitabile: stiamo cercando di rendere più stabile il Paese o semplicemente più comoda la permanenza al potere?
Il problema non riguarda soltanto la governabilità. Riguarda chi può partecipare alla competizione politica, chi sceglie i parlamentari e quanto conta davvero il voto dei cittadini.
Le disposizioni contestate sulle firme rischiano di rendere più difficile l’accesso alle elezioni per le forze politiche esterne al Parlamento, mentre chi è già rappresentato continua a beneficiare di agevolazioni.
Una competizione nella quale chi è già in campo parte avvantaggiato non è esattamente il massimo della democrazia liberale.
Poi ci sono le preferenze, presentate come una conquista per gli elettori. Ma se il primo eletto resta, di fatto, quello scelto dalla segreteria, il rischio è che il cittadino possa scegliere soltanto dopo che il partito ha già deciso.
Anche l’eventuale indebolimento delle garanzie sulla rappresentanza di genere merita una spiegazione convincente. Soprattutto da parte di un Governo guidato, per la prima volta nella storia repubblicana, da una donna.
La maggioranza parla di governabilità. Benissimo. Ma governabilità e rappresentanza non sono valori alternativi.
La democrazia non è un condominio nel quale chi ha la maggioranza può riscrivere il regolamento per rendere più difficile l’ingresso ai nuovi proprietari.
Una democrazia liberale deve garantire a chi vince il diritto di governare. Ma deve tutelare con altrettanta forza il diritto degli altri a competere, crescere e sostituirlo.
Perché la stabilità delle istituzioni è un valore.
La stabilità di chi occupa le istituzioni non può diventare un obiettivo in sé.
E soprattutto, una legge elettorale dovrebbe servire a scegliere chi governa, non a proteggere chi governa già.
La democrazia non è il diritto di restare al potere. È il diritto dei cittadini di poter scegliere.
E questo diritto deve restare pieno, concreto e uguale per tutti.

22/09/2026
Una valutazione equilibrata di Giorgia Meloni e del suo governo, arrivati ormai a quasi quattro anni dall’insediamento, ...
22/09/2026

Una valutazione equilibrata di Giorgia Meloni e del suo governo, arrivati ormai a quasi quattro anni dall’insediamento, può distinguere risultati misurabili, promesse realizzate solo in parte e problemi strutturali rimasti aperti. I dati più recenti consentono di andare oltre sia la narrazione del “disastro” sia quella del “governo dei record”.

I punti che giocano a favore del governo

Sul piano della stabilità politica, Meloni ha garantito una continuità di governo non comune nella storia italiana recente. In Europa, inoltre, la sua azione è stata molto più pragmatica rispetto ai toni euroscettici degli anni precedenti: il governo ha lavorato dentro le istituzioni europee e ha proseguito, pur modificandolo, il percorso del PNRR. La revisione del Piano è stata concordata con la Commissione europea e ha comportato una consistente riprogrammazione degli interventi.
Il secondo dato positivo riguarda i conti pubblici nel breve periodo. Il deficit è passato dal 7,1% del PIL nel 2023 al 3,4% nel 2024 e al 3,1% nel 2025; contemporaneamente il saldo primario è tornato positivo, arrivando allo 0,7% del PIL.
C’è poi il mercato del lavoro. A luglio 2026 gli occupati erano circa 24,37 milioni e il tasso di disoccupazione era sceso al 5,8%. ISTAT segnala inoltre che negli ultimi anni è aumentato il lavoro dipendente permanente e diminuito quello a termine, anche se una parte del miglioramento occupazionale si inserisce in una tendenza iniziata prima dell’attuale governo.

Dove emergono invece le criticità

Il punto più interessante, soprattutto rispetto alla retorica politica del centrodestra, è proprio la pressione fiscale.
I numeri ISTAT sono piuttosto netti:
2022: 41,7%
2023: 41,2%
2024: 42,4%
2025: 43,1%
Quindi durante il governo Meloni la pressione fiscale complessiva non è diminuita: è aumentata, e nel solo 2025 di altri 0,7 punti percentuali. Il prelievo fiscale complessivo è passato da circa 832 miliardi nel 2022 a oltre 972 miliardi nel 2025.
Naturalmente questo non significa che ogni contribuente abbia subito un aumento delle aliquote: pressione fiscale aggregata e tassazione del singolo contribuente sono cose diverse. Ci sono stati interventi che hanno favorito determinate categorie di lavoratori e famiglie. Ma sul piano macroeconomico è difficile conciliare il dato del 43,1% con l’idea di una forte riduzione complessiva del peso dello Stato sull’economia.
Anche la crescita rimane debole. Il PIL reale è cresciuto appena dello 0,5% nel 2025; ISTAT prevedeva a giugno +0,7% nel 2026, mentre i dati più recenti indicano una crescita acquisita per il 2026 dello 0,8%.
C’è poi il grande problema del debito pubblico. Dopo essere sceso al 133,9% del PIL nel 2023, è risalito al 134,7% nel 2024 e al 137,1% nel 2025, circa 3.096 miliardi di euro. L’Italia resta così tra i paesi dell’eurozona con il rapporto debito/PIL più elevato.
E qui arriviamo al limite politico più evidente:
Meloni ha dimostrato una capacità significativa di gestione politica e di posizionamento internazionale, ma molto meno evidente appare finora la trasformazione strutturale dell’economia italiana.
Produttività, salari reali, crescita potenziale, debito, pressione fiscale, demografia e capacità di aumentare stabilmente il reddito disponibile delle famiglie restano i grandi nodi italiani.
Persino la manovra 2026 mostra questo limite. L’Ufficio parlamentare di bilancio rileva benefici netti per le famiglie per circa 20 miliardi nel triennio, ma contemporaneamente un impatto restrittivo per imprese e autonomi e sottolinea che diversi interventi fiscali non producono risorse strutturali.
Perciò distinguerei nettamente Meloni leader politica e risultati economici del governo. La prima ha consolidato il governo, mantenuto una linea europea più pragmatica di quanto molti prevedessero e accompagnato un mercato del lavoro favorevole. Sui secondi, il quadro è più contrastato: deficit in miglioramento e occupazione elevata convivono con pressione fiscale al 43,1%, debito al 137,1% del PIL e crescita ancora inferiore all’1%.
Ed è probabilmente su questo terreno che si misura la questione più interessante: dopo quasi quattro anni non basta più confrontare il governo con le aspettative o con chi lo ha preceduto; si possono confrontare le promesse iniziali con i risultati effettivamente misurabili. I numeri mostrano successi su alcuni indicatori e risultati molto più limitati su altri.

COMUNICATO STAMPA – AREA LIBERALLa destra che vuole riportare indietro l’ItaliaLe dichiarazioni di Stefano Valdegamberi ...
12/09/2026

COMUNICATO STAMPA – AREA LIBERAL

La destra che vuole riportare indietro l’Italia

Le dichiarazioni di Stefano Valdegamberi contro il progetto che porta nelle scuole la testimonianza di Gino Cecchettin sono di una gravità politica e culturale che non può essere liquidata come l’ennesima provocazione.
Dire che parlare ai ragazzi di violenza di genere, rispetto, relazioni e responsabilità significhi essere contro i “maschi” è semplicemente assurdo. Valdegamberi, politicamente, dice una cosa cretina. E lo diciamo senza giri di parole.
Ma il problema è ormai più grande di Valdegamberi.
Mentre si attacca Gino Cecchettin, prende forma anche in Veneto Futuro Nazionale, il progetto politico che fa riferimento al generale Roberto Vannacci. Un nome che sembra quasi involontariamente ironico: più che Futuro Nazionale, sembra Passato Nazionale.
Perché dietro la retorica del “ritorno ai valori” vediamo riaffiorare una cultura reazionaria, identitaria e nostalgica che considera una minaccia tutto ciò che riguarda diritti civili, educazione alle differenze, libertà individuali e società aperta.
Noi liberali abbiamo un’idea opposta.
La scuola non deve imporre un’ideologia, ma deve fornire ai giovani gli strumenti per essere liberi, consapevoli e responsabili nelle loro scelte. Parlare di rispetto tra uomini e donne, riconoscere la violenza, educare alle relazioni e confrontarsi apertamente non significa indottrinare. Significa educare alla libertà.
Caro Valdegamberi, il vero pericolo non è Gino Cecchettin che parla agli studenti. Il vero pericolo è una politica che ha paura degli studenti che pensano.
E a Vannacci e ai suoi dico altrettanto chiaramente: io sarò sempre dall’altra parte.
Dalla parte dell’europeismo contro il nazionalismo, del liberalismo contro l’autoritarismo, della modernità contro la nostalgia, della società aperta contro la società chiusa.
E se qualcuno vuole riportare l’Italia culturalmente indietro di cinquant’anni, abbia almeno il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.
Altro che Futuro Nazionale.
Questo è Passato Nazionale.

Giorgio Pasetto
AREA LIBERAL
Liberali. Europeisti. Riformisti.

Indirizzo

Lungadige Attiraglio 34/Verona
Verona
37124

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