21/10/2026
IL COSTO DELLA VITA AUMENTA, GLI STIPENDI NO. E LA POLITICA RISPONDE CON LA PROPAGANDA
Il vero problema dell’Italia non è la mancanza di slogan, ma la progressiva perdita di potere d’acquisto, l’indebolimento dei servizi pubblici e l’incapacità della politica di affrontare le questioni strutturali del Paese.
C’è una contraddizione sempre più evidente nella vita quotidiana degli italiani: vivere costa sempre di più, ma lavorare non garantisce necessariamente di vivere meglio.
Aumentano le bollette, gli affitti, le spese condominiali, le assicurazioni e il carrello della spesa. Anche quando l’inflazione rallenta, i prezzi non tornano automaticamente ai livelli precedenti. Nel frattempo, molti stipendi faticano a recuperare il potere d’acquisto perduto negli ultimi anni.
Il risultato è una progressiva erosione della sicurezza economica delle famiglie.
Non parliamo soltanto delle fasce sociali più deboli. Il disagio coinvolge anche una parte crescente del ceto medio: lavoratori dipendenti, professionisti, pensionati e famiglie che fino a qualche anno fa riuscivano a mantenere un equilibrio economico e che oggi devono fare continuamente i conti con nuove rinunce.
Il lavoro dovrebbe essere il principale strumento di emancipazione economica e sociale. Invece, per molti, è diventato appena sufficiente a sostenere le spese ordinarie.
E mentre il costo della vita mette sotto pressione i bilanci familiari, si manifesta un secondo problema, altrettanto importante: il progressivo deterioramento della qualità e dell’accessibilità dei servizi pubblici.
La sanità è alle prese con liste d’attesa, carenza di personale e difficoltà organizzative. Sempre più cittadini, quando possono permetterselo, ricorrono al privato per ottenere prestazioni in tempi ragionevoli.
La scuola affronta problemi strutturali, dalla condizione degli edifici alle difficoltà del personale docente, mentre il sistema dei trasporti continua a mostrare forti disuguaglianze territoriali.
Sono questioni che non nascono oggi e che coinvolgono responsabilità politiche accumulate nel corso di molti anni. Ma proprio per questo richiederebbero una capacità di governo superiore alla gestione quotidiana del consenso.
Di fronte a questi problemi, il dibattito politico nazionale sembra troppo spesso concentrarsi su altro.
Si moltiplicano le dichiarazioni, gli scontri ideologici, le polemiche sui social e le iniziative costruite per occupare lo spazio mediatico.
La sicurezza viene frequentemente presentata soprattutto come una questione di nuove sanzioni, divieti e strumenti repressivi.
Naturalmente uno Stato democratico deve garantire la sicurezza dei cittadini, contrastare la criminalità e assicurare il rispetto delle leggi.
Ma la sicurezza non può essere ridotta alla sola repressione.
Esiste anche una sicurezza economica, sociale e sanitaria.
È sicurezza sapere di poter pagare l’affitto. È sicurezza avere un lavoro dignitosamente retribuito. È sicurezza poter accedere a una visita medica senza attendere mesi. È sicurezza sapere che i propri figli avranno opportunità di formazione e crescita.
Una politica che si occupa soltanto dell’ordine pubblico, trascurando queste dimensioni, rischia di affrontare le conseguenze del disagio senza intervenire sufficientemente sulle sue cause.
Sarebbe però troppo semplice attribuire ogni difficoltà esclusivamente alle scelte dell’attuale governo.
L’Italia sconta problemi strutturali che attraversano governi di diverso orientamento: produttività stagnante, crescita economica debole, insufficiente valorizzazione del capitale umano, burocrazia eccessiva, difficoltà nell’attrarre investimenti e un sistema fiscale che grava pesantemente sul lavoro.
Gli stipendi non aumentano stabilmente per decreto o per effetto di qualche dichiarazione politica.
Servono imprese più produttive, innovazione tecnologica, investimenti nella formazione, maggiore partecipazione al lavoro e un sistema economico capace di creare valore.
Serve anche una politica salariale che favorisca la contrattazione, contrasti il lavoro povero e riduca il peso fiscale sui redditi da lavoro.
Non possiamo continuare a distribuire una ricchezza che cresce troppo lentamente senza affrontare il problema di come produrne di più.
È questa la sfida che dovrebbe impegnare maggioranza e opposizione.
Un Paese serio dovrebbe misurare la qualità della propria politica sulla capacità di migliorare concretamente la vita delle persone.
Non sul numero dei comunicati stampa, sulle visualizzazioni dei video o sull’efficacia degli slogan.
Dovremmo discutere di salari reali, produttività, concorrenza, efficienza della pubblica amministrazione, sostenibilità del sistema sanitario e qualità dell’istruzione.
Dovremmo chiederci perché tanti giovani qualificati scelgano di costruire altrove il proprio futuro e perché per molte famiglie sia diventato così difficile programmare un investimento, acquistare una casa o semplicemente risparmiare.
E dovremmo pretendere che ogni proposta politica venga accompagnata da obiettivi misurabili, risorse individuate e tempi di realizzazione credibili.
Questo dovrebbe essere il terreno di confronto tra le diverse forze politiche, anziché la continua ricerca di un nemico da indicare all’opinione pubblica.
Che cosa significa vivere in un Paese economicamente avanzato se una parte crescente dei cittadini fatica a sostenere le spese quotidiane e perde fiducia nella possibilità di migliorare la propria condizione?
Non basta rivendicare risultati economici attraverso qualche indicatore favorevole, così come non basta denunciare genericamente che tutto va male.
Bisogna verificare se la crescita, quando c’è, si traduce in maggiore benessere, migliori retribuzioni e servizi pubblici più efficienti.
L’Italia non ha bisogno di una politica che alimenti continuamente paure e contrapposizioni.
Ha bisogno di una politica capace di governare i cambiamenti, liberare le energie economiche e sociali, garantire opportunità e costruire condizioni di maggiore benessere.
Una politica autenticamente liberale e riformista dovrebbe partire proprio da qui: meno assistenzialismo improduttivo, meno burocrazia, più concorrenza, più opportunità, più investimenti nelle persone e servizi pubblici che funzionino davvero.
Perché la libertà non è soltanto un principio da proclamare.
È anche la possibilità concreta di scegliere come vivere, lavorare, crescere i propri figli e progettare il futuro.
E quando gli stipendi non bastano, i servizi pubblici arretrano e le prospettive si restringono, anche quella libertà diventa più fragile.
La propaganda può aiutare a conquistare il consenso; la repressione può essere necessaria per far rispettare le leggi, ma nessuna delle due può sostituire una politica economica e sociale capace di migliorare realmente la vita dei cittadini.
Giorgio Pasetto
Area Liberal