19/07/2026
GENOVA PER NOI
Il testo che segue non è mio ma è di Marcello Fagioli, un collega (è stato presidente della Camera Penale di Urbino) e un amico.
Il testo che segue, che Marcello ha pubblicato ieri sulla sua pagina Facebook, non c’entra ovviamente nulla col Pd di Vercelli ma, in questo anniversario del G8 di Genova del 2001, c’entra, e molto, con la nostra Storia. Tra tante testimonianze lette in questi giorni sui giornali questa, che virgoletto dall’inizio alla sigla, è di una persona, seria, che conosco e fa ve**re i brividi. Per questo ho ritenuto che andasse pubblicata qui.
Filippo Campisi
“GENOVA PER NOI"
Oggi all’interno del “il manifesto” c’è un inserto dal titolo: “2001-2026. 25 anni dopo il G8. A un quarto di secolo di distanza, le giornate di Genova restano un momento di svolta, l’annuncio di una nuova fase. Fu allora che il potere costituito dichiarò apertamente guerra a quel dissenso che aveva visto per tempo i segni della disumanità che oggi trionfa. CICATRICI”.
Genova per noi. 20 luglio 2001 – G8. Ricordo.
Internet era agli inizi e costava molto. Con difficoltà riuscii a contattare il Centro di Iniziativa Legale del Genova Social Forum: stavano organizzando la partecipazione di un centinaio di avvocati europei per istituire un presidio legale di assistenza, cercando di evitare abusi e soprusi. Partii per Genova la sera del il 19 luglio.
Arrivai la mattina presto. Raggiunsi il centro legale dove conobbi avvocate e avvocati di tutta Europa. In quell'occasione conobbi anche Franca Rame: era molto preoccupata per il clima che si respirava, temeva che "ci scappasse il morto".
Dopo la prima manifestazione la situazione degenerò. Assistetti al pestaggio da parte della polizia perfino di un'addetta del 118. Da un lato le vie erano presidiate da poliziotti palesemente alterati che battevano i manganelli sugli scudi, minacciando implicitamente anche noi avvocati; dall'altro i Black Bloc scorrazzavano indisturbati, menando inquietanti fendenti sui loro grezzi tamburi. Decidemmo di tornare al centro legale per organizzare la nostra presenza davanti alle questure e assistere i fermati.
Davanti a noi c'era la città, dietro il mare aperto. Ad un certo punto fummo circondati da una truppa di celerini armati fino ai denti, al comando di un colonnello. Il responsabile del centro, l'avvocato Ezio Menzione, andò a parlamentare con lui per spiegargli il nostro ruolo di avvocati in difesa dell'inalienabile diritto costituzionale. Dopo alcuni minuti Menzione fece ritorno e ci disse: “Dobbiamo sgomberare entro 5 minuti, altrimenti ci attaccano”.
Rimasi basito. Presi le mie cose per andare via, ma la città era impercorribile e raggiungere la stazione era pressoché impossibile. Ovunque volgevo lo sguardo vedevo solo fuoco, auto ribaltate, molotov e poliziotti che manganellavano giovani e meno giovani. Un caos incredibile, mentre i Black Bloc continuavano a randellare sui loro tamburi, creando in me un'indescrivibile inquietudine.
Dopo circa un'ora passata a vagare senza meta, incontrai un signore gentile, più o meno mio coetaneo, in compagnia di due ragazzini. Gli chiesi: “Per cortesia, mi indica la strada per raggiungere la stazione?”. Lui mi rispose: “Venga con me, ci vorrà del tempo perché dobbiamo passare per le alture sopra la città”.
Camminammo insieme, salendo e scendendo per le collinette di Genova, fino ad arrivare alla stazione ferroviaria. Prima di lasciarci gli chiesi: “Lei che lavoro fa?”. Mi rispose: “Sono un giudice del Tribunale di Genova”. Gli risposi: “Io faccio l'avvocato, allora potremo rivederci”.
In stazione appresi la notizia: un ragazzo di vent'anni era stato ucciso. Mio nipote Andrea era a Genova con le Tute Bianche; lo sapevo, ma non ero riuscito a incontrarlo. Con il cellulare scarico, comprai dei gettoni e telefonai a mia cognata Giuseppina: era in lacrime, pensando a quel giovane ucciso di cui non si sapeva ancora il nome. Solo il giorno dopo si seppe che era Carlo Giuliani, morto in Piazza Alimonda.
Viaggiai tutta la notte. Il treno fece una lunga sosta a Rimini. Lì la stazione offriva un contrasto surreale: i binari erano occupati da cordoni della Celere perché stavano transitando i convogli carichi di compagni diretti a Genova per la manifestazione del sabato, ma c'erano anche tantissimi giovani normali che tornavano a casa dopo aver passato la notte a ballare.
Cercando un barlume di normalità in quel clima teso, mi avvicinai a una poliziotta. Facendo lo "gnorri", le chiesi ingenuamente il perché di tutto quel gigantesco spiegamento di forze. La reazione fu dura e inaspettata: fui trattato malissimo. Mi ingiunse perentoriamente di tacere e di non fare domande. Quell'intimazione al silenzio, imposta con tanta aggressività, mi scosse ulteriormente nell'anima, lasciandomi addosso una profonda inquietudine.
Arrivai a Pesaro all'alba. Il cielo era terso, l'aria frizzante e il mio pacchetto di MS morbide quasi vuoto. Salii in macchina e tornai a casa, dove mi attendevano in ansia mia moglie Silvia, mia cognata Maria, mia figlia Marta e mio nipote Francesco.
La sera successiva, il 21 luglio, la polizia fece irruzione alla scuola Diaz e i fermati vennero portati nella caserma di Bolzaneto, dove si consumò il massacro. Dopo molti anni, la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato l'Italia per aver praticato, in quell'occasione, l'orrendo crimine della tortura.
P.S. Durante i massacri di quei giorni, nella sala operativa della questura c'erano il vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini e altri esponenti della maggioranza. Ministro dell'Interno era Scajola — quello a cui, anni dopo, ignote persone acquistarono una casa con vista Colosseo "a sua insaputa". Povera Italia!
P.P.S. Anni dopo tornai a Genova per un processo e chiesi del giudice G. che mi aveva aiutato a uscire da quel caos. Entrai nella sua aula d'udienza. Mi vide, mi riconobbe e mi sorrise. Durante una pausa mi offrì un caffè.
P.P.P.S. Vi ricordate i due ragazzini che erano con il giudice? Bene, uno di loro è diventato magistrato prima a Macerata e oggi a Pisa. Quando si trovava nelle Marche gli ho scritto per chiedergli se ricordasse quel giorno a Genova. Mi ha risposto subito: sì, ricordava tutto benissimo.
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