16/07/2026
Nel centenario della sua nascita vogliamo ricordare oggi Carlo Suzzi, il partigiano "Quarantatré", nato il 16 luglio 1926 a Busto Arsizio e unico sopravvissuto dell’Eccidio di Fondotoce.
«Sono le 4 del pomeriggio ormai, quando attraversiamo Fondotoce. L’idea della fuga si mescola confusamente al presagio della fine, alla speranza di un meno tragico destino. La sorveglianza è rigida. Alla nostra sinistra il lago, dall’altra parte verso monte, sono schierati a brevi intervalli, gruppetti di armati con le armi puntate. La crociera di Fondotoce. I camions vengono fatti sgomberare con il solito sistema. Ancora colpi di calcio di fucile sulla schiena, sul capo. Accanto al nostro viso ondeggiano le corte canne degli Sten. Gli raggruppiamo senza un comando. Abbiamo imparato a leggere in quei loro occhi gelidi che ci fissano senza soste. Ho una sete opprimente e i miei occhi non si staccano da una fontanella che a lato del crocevia lascia cadere in continuità un filo d’acqua, senza rumore, una colonnina trasparente che pare ferma come il tempo che ci circonda. Lontana, una grande distesa di verde con la larga fascia azzurra del lago ai bordi. Una fila di pioppi si proietta contro il cielo immobile, silenzioso come se stesse ubbidendo a un ordine tedesco.
Raus, raus. Giù verso il prato tenero, elastico, nel quale affondano i piedi resi pesanti dal blocco di pietra che ci riempie il petto. Viso a terra. Siamo tutti distesi per terra a gruppi di tre o cinque. Vicino a me il tenente Rizzato e un biondino di Varese. “È il nostro destino figlioli. Cerchiamo di morire come si deve”. La voce è della Cleonice Tomassetti, la donna che divide con noi il nostro destino. “Primo gruppo, spostarsi a lato!”. “Viva l’Italia”... una raffica... “Viva la Libertà”... un’altra raffica. È lei che ancora grida, la fierissima compagna di questi istanti senza tempo, che muore con quelli del primo gruppo. Agli echi della sua voce si aggrappa il nostro orgoglio. Dall’animo, finalmente libero dalle incertezze prorompono i sentimenti della nostra rivolta. Dapprima voci indistinte, confuse, che sorgono dalla terra contro la quale premiamo il viso. Poi in toni più alti le grida di uno sdegno giusto e puro come una condanna pronunciata da tutta l’umanità. Sette, dieci raffiche, cinque, sei gruppi, prima del mio. “Spostarsi a lato”. Pochi passi e un colpo tremendo alle spalle. Cado su altri corpi e altri corpi cadono sul mio. “Come si fa a morire?”. “È così che si muore?”.
Nessun altro pensiero che questi. Ancora raffiche. Ho gli occhi semiaperti e sento gridare. Immagini rapide e guizzanti brevi silenzi. Non oso muovermi ma riesco a vedere un uomo che fugge urlando, inseguito da un ufficiale che lo afferra per il capelli e gli spara un colpo in bocca. Di nuovo silenzio. Più lungo questa volta. Un’eternità.»
(Testimonianza pubblicata in “Monte Marona” numero unico del 50° anniversario dell’eccidio, Verbania 1994)