03/09/2026
SE FOSSI BERLINGUER
In questi giorni mi sono fatto una domanda un po’ presuntuosa, ma credo utile: se al mio posto, come segretario di circolo a Marghera, ci fosse Enrico Berlinguer, cosa farebbe?
Non cosa direbbe. Cosa farebbe.
Guarderebbe una Marghera nella quale tante persone fanno più fatica ad arrivare a fine mese, il costo della vita è aumentato, trovare una casa accessibile è difficile, i servizi non sempre tengono il passo, il lavoro è sempre più frammentato tra appalti e subappalti e interi pezzi della città stanno cambiando.
Guarderebbe anche una sinistra che spesso fatica a far parlare di tutto questo.
Berlinguer, ripensando a uno dei momenti più difficili del PCI, pronunciò una frase durissima:
«Avevamo perso il rapporto diretto e continuo con le masse».
Forse partirebbe proprio da lì.
Tornerebbe tra le persone. E ascolterebbe anche quelle che oggi dicono: “Questa non è più la Marghera che conoscevo”.
Non credo risponderebbe dicendo che hanno torto o che il problema è soltanto la loro percezione. Perché quando una parte dei margherini dice di non riconoscersi più nel proprio quartiere, la politica deve capire cosa c’è dietro quelle parole. Può esserci la paura del cambiamento, ma possono esserci anche problemi reali: una casa sovraffollata, una scuola che cambia rapidamente, il degrado sotto casa, la sicurezza, il lavoro, la sensazione che regole e servizi non riescano a tenere il passo. E può esserci anche il pregiudizio. Mettere tutto nello stesso contenitore sarebbe un errore. Ed è proprio da questo disagio che oggi nasce una parte della discussione su Bangladesh, immigrazione e moschea.
Sono questioni reali. Ma davvero possiamo convincerci che siano diventate improvvisamente i tre problemi principali di Marghera?
Oppure qualcuno è riuscito a farli diventare il centro permanente della nostra discussione?
Perché questa storia non comincia dalla moschea.
Comincia anche da un sistema produttivo che aveva bisogno di migliaia di lavoratori. Da Fincantieri, dagli appalti e dai subappalti. Dalla casa, dai trasporti, dalle scuole e da una trasformazione della città che la politica avrebbe dovuto accompagnare e governare.
E allora non dobbiamo negare i problemi. Dobbiamo andare fino in fondo.
Una casa è sovraffollata? Chi la affitta e a quali condizioni?
C’è degrado? Interveniamo. Ma chiediamo anche chi amministra la città e perché non lo risolve.
Ci parlano dei lavoratori bangladesi? Parliamo anche di chi li assume, dei salari e delle condizioni di lavoro.
Ci parlano della moschea? Regole, trasparenza e libertà religiosa. Poi torniamo a parlare di Marghera.
Perché se ogni giorno qualcuno dice moschea e noi ogni giorno rispondiamo moschea, alla fine hanno comunque deciso gli altri di cosa dobbiamo parlare.
Berlinguer diceva che la politica deve «interpretare le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo».
Interpretare non significa inseguire la paura.
Ma nemmeno ignorarla.
Significa ascoltare, capire e governare.
E forse è proprio questo che oggi manca di più.
Non ci serve una risposta migliore a “moschea sì o moschea no?”.
Ci serve tornare a parlare della Marghera che vogliamo.
Di lavoro, stipendi, casa, scuola, sicurezza, servizi, integrazione e qualità della vita.
E magari tornare a fare una cosa che la politica sembra aver dimenticato:
non aspettare ogni mattina l’argomento scelto dagli altri. Sceglierlo noi.
Adriano Gobbin segretario di circolo