15/10/2022
Una storia in pericolo
(Enzo Barbano, Corriere Valsesiano - 11 ottobre 1968)
Si potrebbe cominciare con un discorso che porterebbe molto lontano; se è possibile scrivere la storia dei nostri giorni; se la storia contemporanea abbia validità; come convenga inquadrare la distinzione tra cronaca e storia; che cosa sia la cronistoria.
Ma in ogni caso tutto ciò porterebbe a confermare la noncuranza dell'uomo per le vicissitudini di cui egli è stato contemporaneo. Chi ha preso parte a fatti di grande risonanza, non appena uscito da quelle esperienze, ben raramente si preoccupa dell'interesse di tramandare ai posteri la narrazione di ciò che egli ha vissuto. Una quantità di sottili stati d'animo sembrano inibirlo: le passioni politiche ancora incandescenti; vi è il timore di dover giudicare l'operato di persone ancora viventi; si è preso parte a fatti così clamorosi che è inutile preoccuparsi dal momento che certamente vi sarà chi, ben più preparato ed esperto, provvederà a questi incombenti; molto spesso poi è preferibile tenere per sé ciò che si è visto della vita e della morte, o meglio ancora sembra più facile riguadagnare la serenità col dimenticare, anziché con lo sforzarsi di raccogliere, di ricordare, di confrontare, di scrivere. Ed è forse per questi o per qualcuno di questi motivi, unitamente all'ingiuria del tempo, che troppo spesso le pagine di un passato ancora prossimo sono purtroppo buie.
[...] Quindi avendo sovente la bocca amara per quanto concerne il passato, dobbiamo preoccuparci di illuminare il futuro, pensando quanto sia triste lasciare poche tracce dei nostri giorni e quali sforzi un giorno occorreranno per conoscere un passato che noi non ci siamo preoccupati di tramandare. Il discorso mi ha portato lontano, ma è facile ricondurlo nel punto dolente. È a tutti evidente lo sforzo che da qualche anno viene fatto per la storia della Resistenza Italiana. [...] Scritti, monografie e tesi di laurea approfondiscono continuamente questi argomenti. [...] Ma la Valsesia in tutto ciò sta rimanendo paurosamente indietro. E dire che la nostra valle, siamo sinceri, alle spalle, di storia, ne ha pochina, essendo sempre stata una valle chiusa, isolata, non percorsa da eserciti o testimone di grandi fatti d'arme. [...] Tutto ciò dovrebbe far apparire l'importanza delle vicissitudini valsesiane 1943-1945 e indurne a rilevare che, mai come in questi tremendi anni, questa valle fu teatro di grandi eventi: di massacri, di combattimenti, di occupazioni, di distruzioni, di scontri di opposte ideologie.
Mai la Valsesia fu così direttamente partecipe del respiro di possenti movimenti nazionali ed europei come in quel periodo. Mai forse essa ebbe a trovarsi così profondamente nel vivo delle lotte e mai vide raccogliersi così grandi moltitudini come durante il periodo della Resistenza. Ma ora si rischia di veder p***e le testimonianze del più interessante periodo della nostra storia, giacché finora esso ha avuto ben pochi cultori.
[...] Si tratta ora di vedere come è possibile impostare un lavoro storiografico di questo genere. Per esperienza so quanto esso sia faticoso. Poche cose credo siano faticose come la ricerca storica. Al profano può sfuggire che a volte una sola data costa un intero giorno di ricerche. Sono inoltre da escludere a priori miraggi economici ed ambizioni accademiche.
[...] Moscatelli e Secchia parlano di dodicimila documenti esistenti sui comandi partigiani della Valsesia, ma accennano anche alla difficoltà dei comandi di tenere archivi[...]. Tutto ciò mi fa ritenere che i documenti non bastano per una storia siffatta. Per la sua stessa posizione il partigiano, l'insorto, il ribelle, il congiurato, l'irregolare, tende a non lasciare traccia scritta delle sue attività, costituendo di per sé stesso il documento un pericolo. Elementare prassi partigiana è addirittura quella di coprire la propria identità con un nome di battaglia.
Le notizie scritte vanno quindi integrate con le preziosissime testimonianze di coloro che hanno preso parte alla Resistenza e che sono ancora vivi. Ogni reduce partigiano è potenzialmente un brano di storia. Ogni partigiano che scompare senza avere scritto la sua testimonianza è un brano di storia inesorabilmente perduto. Interessantissima sarebbe poi la testimonianza di coloro che erano dall'altra parte della collina. Descrizioni dei combattimenti, della Valsesia, del suo ambiente, della sua popolazione, da parte di fascisti repubblicani o di tedeschi sarebbero interessantissime.
Come detto, sotto questo aspetto la Valsesia è in ritardo e si è già perso molto tempo. Non vi dovrebbero essere inoltre esitazioni. Lasciamo alla gente comune il luogo pure comune che nello scrivere questa storia corre il rischio di toccare persone viventi. Ormai si tratta di episodi lontani nel tempo e sui quali si può dare un giudizio staccato ed obbiettivo. Del resto qui si tratta non di esprimere giudizi, ma di salvare la conoscenza di fatti nella loro fenomenicità. Si tratta di salvare la cronaca della Resistenza ancor prima che la storia della stessa.
Ogni generazione scrive la storia alla propria maniera e gli storici sono stati paragonati a Penelope: essi tessono, disfano e ritessono la loro opera. I giudizi spettano al tempo, dispensatore di inestimabili lodi o di tremende accuse. Ma ciò che conta è salvare ora il glorioso periodo che la Valsesia visse tra il 1943 ed il 1945, come detto, forse il periodo più travagliato e più glorioso della sua storia. Non bisogna però perdere tempo.