28/02/2023
Come Molière, è morto sulla scena.
Lunedì 13 febbraio il Consiglio Comunale di Vailate era stato convocato alle cinque della sera per discutere la mozione di sfiducia al Sindaco in carica. Antonio Benzoni era seduto al suo banco di consigliere di minoranza, come era sempre accaduto da tre anni e più a questa parte, e aveva pronunciato un’allocuzione severa e documentata, come lui sapeva fare, non solo perché la questione era importante, ma anche perché ripudiava la superficialità, che considerava il peggior difetto degli amministratori, alla pari con la disonestà.
Nessuno dei presenti, vedendolo all’opera, poteva immaginare che gli mancassero dieci giorni per morire.
Giusto così. Se la sorte di ciascuno di noi è abitata da un disegno imperscrutabile, non c’è chiusura migliore di quella in cui la morte coincide con la vita. E la politica, di cui aveva giovanissimo iniziato ad apprendere i rudimenti nella sempre valorosa officina democristiana, aveva finito per diventare la vita di Antonio, insieme all’altra sua passione irrimediabile, quella per la pittura.
Di esse incarnava la dote insospettabile che entrambe avevano in comune: la loro capacità di modellare una realtà diversa, l’una con la fatica del ragionamento e l’altra con la folgorazione del talento.
Per ben vent’anni, scanditi in due periodi distinti, era stato Sindaco di Pieranica, il paese in cui ha sempre vissuto e dove ha scritto un pezzo di storia, e aveva fallito un altro mandato per una manciata di voti, di cui, come tutti i cavalli di razza, aveva stentato a farsene una ragione. In realtà, non ce n’era bisogno: Pieranica era uscita trasformata dall’opera di un Sindaco visionario, che non si era mai sottratto all’azzardo di scelte complicate barattandole sull’altare del quieto vivere, convinto com’era che lo sguardo dell’amministratore non era quello corto del burocrate conformista, ma piuttosto quello ardito dell’esploratore che scruta l’orizzonte.
Il consenso di cui godeva non si era mai sognato di considerarlo un capitale investito di cui lucrare gli interessi, ma tutto il contrario: un capitale di rischio da giocarsi di volta in volta con sfide sempre nuove.
Come tutti, non era impermeabile alle critiche, ma quando ne percepiva la buona fede, era pronto a concedere l’onore delle armi. Delle altre si curava poco, perché era convinto, a ragione, che il plauso acquiescente poteva essere solo per i mediocri che sceglievano la via più comoda, quella di non fare: agli altri, che come lui si gettavano nell’agone, era impossibile che non toccassero. Era sempre disponibile ad ascoltare le ragioni di tutti, ma convinto a sua volta delle proprie buone ragioni e quando la sintesi era fatta, e il dado tratto, la mano non tremava nel tenere la barra dritta verso la meta.
La meccanica della politica gli era arcinota, compreso il rito delle diatribe infinite che in effetti finivano solo nei vicoli ciechi dell’inconcludenza, ma non se ne era mai fatto catturare. In realtà, l’unica cosa che gli interessava era amministrare nell’interesse della comunità, e si sentiva non tanto un uomo di parte quanto un uomo delle istituzioni, per le quali nutriva il più grande rispetto, e di cui portava con abnegazione il peso del loro servizio.
Era assistito da una fede profonda e, per certi versi, invidiabile, che praticava assiduamente nelle messe vespertine del sabato sera, alle quali, per un motivo inesplorabile noto solo a lui, si presentava infallibilmente un quarto d’ora prima che la funzione avesse inizio.
Era anche un cultore della tradizione, soprattutto di quella locale, non tanto perché fosse un passatista nostalgico dei bei tempi andati, quanto perché aveva compreso che per capire dove andare bisognava aver prima capito da dove si veniva, e che un futuro immemore del passato era un fondale di cartapesta cui mancava ogni spessore.
Dopo alcuni incarichi fuori da Pieranica, tre anni fa aveva accettato la candidatura a Sindaco di Vailate, che era il suo paese natale. Ricorderò sempre la sorpresa di quando disse di sì, e ho sempre considerato questa sua disponibilità come un atto d’amore che gli rendeva lo stesso merito, e forse di più, delle tante legislature vittoriose. Sapeva bene che la partita era più che impervia contro un Sindaco uscente e un partito, la Lega, al suo massimo storico, ma non si era sottratto alla sfida, di cui ben conosceva il codice cavalleresco, ed era consapevole che il vero coraggio è quello che si mostra nell’affrontare le sconfitte, non nel sorridere alle vittorie. Si era seduto in Consiglio Comunale sui banchi della minoranza, che non pensò mai, neppure per un momento di abbandonare, perché ciò sarebbe stata la cosa che più di tutte aborriva, una diserzione alle spalle degli elettori.
Da lì, con il suo eloquio pacato ma inesorabile, era stato un contradditore impavido, dimostrando quale dignità poteva avere il ruolo dell’opposizione, che lui fece sempre in modo né becero né sterile, ma tutto al contrario, incalzando la maggioranza con critiche sempre motivate e con suggerimenti che sarebbero stati preziosi se non fossero caduti nel vuoto di un’Amministrazione che sapeva opporgli solo la forza dei numeri, finché alla fine neppure questi erano più bastati a contrastare la forza dei suoi argomenti.
Lunedì scorso, nella livida mattinata di un febbraio gelido, eravamo in tanti a stipare la chiesa di Pieranica, nello stesso posto dove lui era solito raccogliersi, per l’ultimo saluto ad Antonio, e tutti quanti increduli di fronte a un addio inaspettato e arrivato di soppiatto.
Lo sappiamo che ogni parola, ogni gesto di una persona, anche quelli più naturali, acquistano un significato profetico dopo la sua morte. L’ultima volta che lo vidi, la sera prima del malore fatale, mi disse all’improvviso che era venuto il momento che qualche altro proseguisse.
Va bene Antonio, continuiamo noi, ma tu sarai sempre al nostro fianco.
Ciao, ci mancherai.