12/06/2026
Sabato scorso, alLa Notte dei Lettori, eravamo in tantissimi nella ex chiesa di San Francesco. Più di 400 sguardi accesi per parlare di 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐚 𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐛𝐫𝐞𝐯𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐢𝐦𝐦𝐞𝐧𝐬𝐚: 𝐜𝐮𝐫𝐚. Cura della Terra, del clima, delle nostre relazioni.
Tra i treni del ritorno e i pensieri rimasti in sospeso, 𝐋𝐮𝐜𝐚 𝐌𝐞𝐫𝐜𝐚𝐥𝐥𝐢 ci ha fatto un regalo prezioso. Ci ha scritto una lettera, e insieme un racconto, che parla di Udine. Della nostra storia, delle nostre ferite (quelle silenziose del Tempio Ossario), della nostra bellezza (quella custodita a Casa Cavazzini) e del bisogno viscerale di 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐠𝐠𝐞𝐫𝐞 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐚𝐭𝐭𝐫𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨 𝐥𝐚 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐜𝐞.
Non servono altre introduzioni. Vi lasciamo alle sue parole, scritte di getto sul treno, che ci ricordano perché fare cultura, oggi, è l'atto di resistenza più pacifico e potente che abbiamo.
𝐆𝐫𝐚𝐳𝐢𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐮𝐨𝐫𝐞, 𝐋𝐮𝐜𝐚.
𝑼𝒏 𝒄𝒍𝒊𝒎𝒂 𝒅𝒊 𝒑𝒂𝒄𝒆 𝒂 𝑼𝒅𝒊𝒏𝒆
«Sabato sei giugno 2026 a Udine ci sono 24 gradi, una temperatura ottimale dopo la vampata di caldo precoce di fine maggio. Il cielo è azzurro, cosparso di bianchi cumuli. Una giornata gaia e serena per parlare di crisi climatica nella duecentesca ex chiesa di San Francesco, dove sono stato invitato dal Comune friulano per il Festival La Notte dei Lettori. Sono le 18,30 di un lungo pomeriggio estivo prossimo al solstizio, stasera c'è pure il concerto di Eros Ramazzotti e il raduno dei Vigili del Fuoco, non mi aspetto molto pubblico, peraltro in un momento di crescente indifferenza per i temi ambientali. Invece Udine risponde con entusiasmo, oltre 400 persone, la chiesa è piena e tocca aggiungere sedie. La conversazione con Paolo Mosanghini condirettore del Messaggero veneto, è serrata e piena di stimoli, centrati sul tema dell’edizione della Notte di quest'anno: la cura. Quindi cura del
Pianeta, della Natura, del clima, e visto che siamo in una ex chiesa francescana, cura del creato, come sottolinea l'enciclica Laudato Si' di papa Bergoglio.
Ora, non ci si può prendere cura dell'ambiente continuando ad assecondare la sua distruzione da parte di un'economia predatoria. Ma soprattutto non si può accettare la distruzione pianificata e volontaria causata dalle guerre in corso e da quelle che si stanno seminando con la scandalosa corsa al riarmo di questi tempi di retromarcia morale. Senza pace è illusorio occuparsi di sostenibilità ambientale, lo dice anche il numero sedici dei diciassette obiettivi dell'agenda 2030 delle Nazioni
Unite.
Eppure a parlar di pace oggigiorno sembra quasi ci si debba vergognare. Si passa per infantili, ingenui, visionari. Che la invochi ogni giorno papa Leone XIV non smuove le coscienze dei nostri leader, impegnati a contare le divisioni militari di cui dispongono.
Duemilaottocentottantasette miliardi di dollari spesi globalmente nel 2025 in armamenti ed eserciti, di cui 48 in Italia, e poi ci sentiamo dire che la transizione ecologica costa troppo, ma dai...
Allora penso che Udine ha qualcosa da dire al mondo. Città che ha visto i disastri totali della grande guerra e pure quelli della seconda. Città che custodisce un pianto silenzioso ma incessante che si leva dai lucidi marmi del Tempio ossario alla chiesa di san Nicolò Vescovo. Ci ho passato un'ora in dolente solitudine, circondato da 21.500 lapidi con i nomi e cognomi di soldati annientati dalla follia bellicista del secolo breve. Vogliamo ricascarci?
Piangono e gridano il Soldato Masciadri Antonio, il Sergente Maggiore Mastropasqua Guido, il Sottotenente Mastropaolo Carmine, il Colonnello Feruglio Giuseppe... non fatelo di nuovo! Fermatevi finché siete in tempo! Esco frustrato: perché i nostri governanti che destinano così sbrigativamente i miliardi delle nostre sudate tasse alle armi, non vengono qui? E non per celebrare anacronistici patriottismi ed eroismi, da tempo dissoltisi nel fango, nel sangue e nella m***a delle trincee, ma per sentire l'alito freddo della morte che esce da queste tombe, la
brutalità cieca della violenza insensata, che nulla ha risolto dei problemi dell'uomo. Quei 21.500 poveri resti umani ci chiedono di conservare con ogni mezzo la pace, non preparando la guerra, ma condannandola all'origine, come blasfema, temibile e ora pure impressionante dissipatrice di energia e preziose risorse naturali, fonte di nuovo inquinamento e distruzione della natura.
A pochi passi dal severo ossario c'è Casa Cavazzini. Un museo vivo, variegato, pieno di bellezza. Per me che mi occupo di clima, mi sono goduto il cielo nuvoloso del "Paesaggio montano" dipinto nel 1894 sulle Alpi bergamasche da Guglielmo Ciardi, i tetti di Forni di Sopra coperti da una spessa coltre di neve, ritratti in "Sera d'inverno" nel 1903 da Marco Davanzo, il monumentale panorama innevato di Sauris di Sopra, più di tre metri di base, che Giovanni Napoleone Pellis ritrasse nel Viatico in montagna del 1921-22 - allora nevicava ancora tanto!, e dopo il freddo dell'inverno, mi sono raccolto di fronte al focolare in "Ospitalità montanina" del torinese Vittorio Cavalleri, 1897.
Ecco, la guerra può distruggere tutto ciò in un secondo. Un missile può polverizzare secoli di contemplazione della natura e delle cose più belle che la parte sana dell'umanità ha saputo creare.
La cura, dunque; vê cure in lingua friulana; cura della vita, dell'aria, dell'acqua, dei suoli. E cura del tesoro dell'arte, della cultura, vero antidoto alla distruzione e alla pulsione di morte della catastrofica macchina bellica. Udine mi ha fatto passare un week end di pace in un clima di pace. Curiamo la pace, da qui gridiamolo forte al mondo, ora che siamo ancora in tempo.»
𝑳𝒖𝒄𝒂 𝑴𝒆𝒓𝒄𝒂𝒍𝒍𝒊