17/07/2013
Palazzo Trucchi di Levaldigi, ovvero il portone del diavolo MAURIZIO TERNAVASIO Forse è un fatto sconosciuto ai più. Eppure a Torino, esattamente in via Alfieri (sino al 1849 detta via San Carlo) angolo con via XX Settembre, c’è un portone inquietante, non per nulla chiamato “il portone del diavolo”, adorno di frutta, fiori, cupidi e varie simbologie, ma anche di un minuscolo topolino. Il palazzo a cui appartiene è il Trucchi di Levaldigi, che ospita la sede della Banca Nazionale del Lavoro, a sua volta detto “il palazzo del diavolo”. Ma che diavolo di storia è questa? Più che storia, siamo nel campo delle leggende. Si dice, infatti, che al suo interno sarebbero accaduti episodi terrificanti, come la scomparsa di un soldato che era appena stato minacciato, o l’assassinio di una ballerina misteriosamente pugnalata durante un ballo che durò tre giorni e tre notti. L’edificio, costruito da Amedeo di Castellamonte nel 1673, sorse su parte dell’orto degli Agostiniani Scalzi del vicino convento di San Carlo. Il grande portale di cui si sta parlando, scolpito nel 1675, fu commissionato da Giovanni Battista Trucchi di Levaldigi, conte e generale delle Finanze di Carlo Emanuele II, ad una manifattura parigina che a sua volta, per l’ideazione, incaricò tal Pietro Danesi. Il battente bronzeo raffigura un Satana con tanto di corna e bocca spalancata dal cui interno fuoriescono due serpenti che scrutano i passanti. Nella colonna centrale vi è invece uno strano mostro che tiene il mondo tra i suoi artigli. Il portone fu detto “del diavolo” in quanto la tradizione vuole che i pesanti battenti siano stati collocati sui cardini di notte, di nascosto e all’insaputa di tutti. Ma veniamo agli episodi misteriosi. Corre l’anno 1790. Nel palazzo per un breve periodo appartenuto a Marianna Carolina di Savoia si tiene una sontuosa festa carnevalesca: durante il numero delle danzatrici, che si dimenavano al ritmo dell’orchestra, tale Emma Cochet (che secondo alcuni si sarebbe invece chiamata Vera Hertz) cade a terra pugnalata mortalmente. Un delitto quanto mai misterioso: non si trovò mai né l’arma, né tanto meno il colpevole. Cambio di scena: siamo durante l’occupazione francese, anno di grazia 1817. Il maggiore Melchiorre Du Perril, che stava per mettersi in viaggio con documenti top secret, entra nel palazzo maledetto e scompare. E vent’anni dopo, durante dei lavori, un paio di muratori rinvengono, tra due muretti laterali, il suo scheletro sepolto in piedi: supposizione avvalorata dai pochi brandelli di stoffa di un’uniforme, anzi di quella uniforme, rimasti attaccati alle povere spoglie.
FONTE
http://www.lastampa.it/
MAURIZIO TERNAVASIO
2. Incendio del Cinema Statuto, 13 febbraio 1983
Durante il carnevale del 1983, che cadeva a metà del mese di febbraio, il Comune di Torino (era l'epoca della giunta social-comunista di Diego Novelli), decise di organizzare nella notte tra sabato e domenica una specie di sabba infernale con balli e scenografie tematiche. Chi consigliava di lasciar perdere fu tacciato di oscurantismo. Un esperto del settore (non ricordo il suo nome), alquanto turbato, si dichiarò scettico, ma ottenne soltanto che la centrale piazza Statuto non fosse coinvolta nella manifestazione. Per gli occultisti, piazza Statuto è il luogo più "negativo" di Torino, sotto di essa sarebbe collocata nientemeno che la porta dell'inferno. In ogni caso il sabba si tenne regolarmente in piazza Castello, con danzatori bardati da diavoli e streghe e giochi di luce che richiamavano simboli esoterici.
Il giorno dopo, era il 13, al cinema Statuto situato a due passi dall'omonima piazza si proiettava un film intitolato per l'appunto "La capra". Durante la proiezione, una poltroncina prese fuoco e il materiale di cui era composta sprigionò un gas velenoso che uccise 64 persone. Il fatto che a quel tempo i cinema non fossero attrezzati di uscite di sicurezza sarebbe stato in quel caso ininfluente, dal momento che le vittime non ebbero neppure il tempo di alzarsi dalle loro poltrone. I soccorritori testimoniarono che i cadaveri erano rimasti immobili ai loro posti e che i corpi erano diventati neri, una cosa mai vista prima.
Va aggiunto ancora che il 64 sarebbe un numero esotericamente rilevante in quanto corrispondente alle caselle che formano una scacchiera, e che la ripartizione delle vittime fu curiosamente simmetrica: 31 uomini, 31 donne, un bambino e una bambina (31 è peraltro bifronte di 13).
FONTE
web