26/12/2025
Solidarietà al centro sociale Askatasuna.
Condividiamo questa riflessione della prof. Alessandra Algostino comparsa sul Manifesto del 19/12 in merito allo sgombero di Askatasuna.
«Nessuno spazio per la violenza» (Piantedosi) o nessuno spazio per la democrazia?
Lo sgombero di Askatasuna ha messo ancora una volta Torino al centro, come laboratorio di
repressione. Quello che è andato in scena ieri è l’accanimento contro una realtà che si vuole mettere
a tacere per il suo essere radicalmente alternativa.
Perseguito da anni e fortemente voluto dal governo di Giorgia Meloni, lo sgombero del centro sociale
torinese di corso Regina Margherita 47 concretizza la volontà di criminalizzare il dissenso e la
protesta, a partire dalle mobilitazioni per la Palestina. E colpisce una consolidata attività di
promozione culturale e di autorganizzazione sociale nel quartiere (dalla palestra popolare alla
collaborazione con le scuole ai dibattiti e concerti).
Sullo stabile c’era un percorso, già deliberato e in atto come bene comune, un’alternativa concreta,
coraggiosa proposta per tutelare insieme l’indipendenza di un progetto politico e sociale dal basso e
le esigenze della democrazia come istituzione formale, coniugando forme nuove con il riconoscimento
e la valorizzazione del conflitto come elementi essenziali della democrazia. È finito, tagliate luce e
acqua e alzati i muri a chiudere le porte. Il Comune, a prima mattina, ha recesso il patto di
collaborazione sul bene comune, recependo, da fonti della prefettura, la presenza di persone
nell’edificio in contrasto con quanto stabilito nel patto. Il filo si è spezzato: da un lato, come da accordi
presi, lo stabile doveva essere mantenuto vuoto nei piani alti dagli occupanti; dall’altro, la
comunicazione di recesso da parte del Comune è stata troppo sollecita. È una esperienza, di dialogo
in luogo di repressione, che meritava – merita – di essere difesa.
La sicurezza declinata come partecipazione e come sociale una volta di più ha ceduto il passo alla sua
accezione come repressione della divergenza. L’ordine pubblico, assunto come mero riflesso di un
principio di autorità, mostra di essere l’asse portante dello stato autoritario in stadio avanzato di
costruzione: in suo nome un quartiere è stato militarizzato, le scuole chiuse, la libertà di circolazione
interdetta, i diritti dei cittadini calpestati. È emblematico come il diritto all’istruzione, cardine di
emancipazione, sia stato sacrificato, senza remore, all’esibizione dello Stato come forza di polizia.
La militarizzazione delle strade intorno all’Askatasuna riproduce plasticamente la militarizzazione
della democrazia, dove la vocazione autoritaria delle destre (e del neoliberismo) si salda con il clima
bellico del riarmo e della normalizzazione della guerra.
Una democrazia immunizzata dal conflitto è una autocrazia. Gli spazi sociali autogestiti, come i cortei,
gli scioperi e le proteste, sono indice della vitalità della democrazia, non soggetti e azioni da
squalificare e colpire con il diritto penale. Per inciso, si ragiona di mobilitazioni che non possono certo
essere ridotte né ad Askatasuna né, evidentemente, a episodi come «l’attacco alla Stampa»:
entrambi utilizzati come pretesti per screditare e delegittimare un movimento, quello per Gaza, che
ha squarciato il velo della passività, e intimidire chi intenda farlo in futuro. La criminalizzazione di
Askatasuna (pervicacemente dipinta, nonostante contraria pronuncia giudiziaria, come associazione a
delinquere) condensa l’intento di impedire l’apertura di crepe nell’orizzonte diseguale, bellico e
autoritario imperante.
I mattoni che chiudono l’ingresso dell’Askatasuna chiudono un altro pezzo di spazio democratico, per
tutti. Obbedienza o repressione è la scelta per il futuro? Un’altra è la nostra scelta: esercitare il diritto
a stare nello spazio pubblico, facendo sentire la voce, dissentendo, costruendo alternative.