18/06/2026
🔴 Trieste, ottobre 1966: L’assedio di San Giacomo e il grande tradimento della classe operaia
Tutto ebbe inizio a metà giugno del 1966, quando come un fulmine a ciel sereno arrivò l'annuncio del presidente dell'IRI, Giuseppe Petrilli: i Cantieri Riuniti dell'Adriatico, lo storico Cantiere San Marco e la Fabbrica Macchine dovevano essere accorpati al polo industriale di Genova. Una decisione calata dall'alto che, come scrisse il direttore del Piccolo Chino Alessi in un durissimo editoriale, rischiava di cancellare Trieste dal mare.
La tensione accumulata in quei mesi estivi esplose pochi mesi dopo in autunno. Tra il 4 e l'8 ottobre 1966, quella che era iniziata come una mobilitazione industriale si trasformò in una vera e propria sollevazione popolare spontanea. Una rivolta che fu spenta con una repressione militare ferocissima e con il totale isolamento politico dei lavoratori.
🪵 L’assedio di San Giacomo: la guerriglia casa per casa
Il culmine della violenza si raggiunse proprio sabato 8 ottobre 1966. Spinti indietro dalle cariche della polizia in Piazza Garibaldi e Largo Barriera, gli operai e i cittadini si asserragliarono nel rione popolare di San Giacomo, che si trasformò in una fortezza urbana.
Le barricate: Vennero divelti i binari dei tram, ribaltati i filobus e usate le traversine di legno per sbarrare le strade d'accesso. Dai tetti e dalle finestre delle case popolari pioveva di tutto contro i blindati: pietre, mattoni, bulloni da cantiere.
La caccia all'uomo: I reparti della Celere, fatti affluire in massa da tutto il Nord Italia, ricevettero l'ordine di bonificare il rione. I lacrimogeni vennero sparati ad altezza d'uomo e direttamente dentro le finestre delle abitazioni. Gli scontri proseguirono casa per casa, androne per androne, scala per scala, con gli agenti che sfondavano i portoni dei palazzi per stanare i manifestanti.
Il bollettino di guerra: Alla fine di quella giornata si contarono 79 feriti gravi tra i dimostranti (ma le stime reali furono molto più alte, poiché molti evitarono il pronto soccorso per paura dell'arresto), 89 arresti in flagranza e ben 450 persone fermate e schedate. Le celle del carcere del Coroneo furono saturate nel giro di poche ore.
❌ Il muro del silenzio: l'abbandono dei partiti e dei sindacati
La tragedia dei cantierini si consumò anche sul piano politico. La spinta iniziale fu talmente interclassista e spontanea da spiazzare le segreterie dei partiti. Su quelle barricate si formò un asse politico tanto clamoroso quanto effimero:
Gli Indipendentisti: I movimenti legati all’autonomismo e alla memoria del TLT (Territorio Libero di Trieste) si schierarono immediatamente e con convinzione a fianco dei lavoratori. Per l'area indipendentista, l'appoggio alla protesta era un atto di solidarietà sincera e profonda: lo smantellamento del San Marco operato da Roma rappresentava l’ennesima, drammatica prova di una colonizzazione economica che calpestava la dignità e la sussistenza stessa della città.
La "settimana" del PCI: Davanti alla rabbia incontrollabile della base, la federazione locale del Partito Comunista Italiano (PCI) si schierò inizialmente a fianco dei lavoratori e degli indipendentisti contro i piani del governo. Ma l'idillio durò appena una settimana. Spaventati dai focolai anti-nazionali e richiamati all'ordine duro da Botteghe Oscure, i vertici comunisti fecero marcia indietro per non incrinare i rapporti istituzionali, abbandonando la piazza al suo destino.
Il tradimento dell'Arco Costituzionale e dei Sindacati: Tutti i partiti dell’arco costituzionale (DC in testa) bollarono i moti di Trieste come "sussulti eversivi" o "nostalgie separatiste". Contemporaneamente, i sindacati confederali (CGIL, CISL e UIL), terrorizzati dal fatto che la base operaia avesse totalmente sfuggito al loro controllo, tolsero ogni copertura politica alla protesta, firmando di fatto la resa e accettando i diktat dell'IRI.
📌 Memoria storica: Schiacciati militarmente a San Giacomo e politicamente isolati da Roma, i lavoratori videro compiersi lo smantellamento del San Marco. Come parziale compensazione, la produzione motoristica della Fabbrica Macchine di Sant'Andrea venne sacrificata per far nascere la Grandi Motori Trieste a San Dorligo della Valle. Ottobre 1966 resta una delle pagine più eroiche, violente e censurate della storia di Trieste.