Territorio Libero di Trieste - Svobodno ozemlje - Free Territory of Trieste

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Territorio Libero di Trieste - Svobodno ozemlje - Free Territory of Trieste There is a country, right in the heart of Europe, you have probably never heard of: the Free Territory of Trieste.

Ci troviamo in un momento di estrema difficoltà per la città di Trieste, per il suo Territorio e per l’Europa intera. Mentre le attuali amministrazioni operano in uno status di illegalità locale ed internazionale, il Trattato di Pace con l’Italia, firmato a Parigi nel 1947 e ancora assolutamente in vigore, viene completamente ignorato.

◼ Noi, il popolo, siamo cittadini del Territorio Libero di Tr

ieste, e rivendichiamo il nostro diritto a vivere in una condizione di benessere individuale e collettivo. Il Territorio Libero di Trieste è, per definizione, multiculturale, multilingue ed intimamente mitteleuropeo. Noi favoriamo il processo di internazionalizzazione del tessuto del Territorio: vogliamo fare parte di una popolazione aperta a lingue e culture diverse, in grado di trovare ispirazione nella lunga fase di sviluppo come emporio del Centro Europa. Il Porto Libero di Trieste, motore principale dell’economia, non può decollare o sostenere investimenti reali, senza che venga prima ristabilito uno status di legalità. Una volta rianimato il cuore pulsante del Territorio, intendiamo agevolare processi avanzati di innovazione nella ricerca, nello sviluppo e nella produzione industriale di qualità. Vanno sostenuti la lavorazione e l’uso dell’alta tecnologia, anche al fine di diminuire l’impatto sull’ambiente. Il Territorio è stato infatti stravolto da un fortissimo inquinamento di natura dolosa, che è potuto avvenire solamente grazie alla complicità di tutte le amministrazioni che si sono succedute nei decenni passati. Siamo inoltre coscienti di come uno stato in fallimento — il cui debito non appartiene per legge ai triestini! – non possa essere in grado di far fronte alle priorità reali del Territorio, come trovare la soluzione ad un insostenibile regime fiscale. Mentre l’Europa si interroga sulle condizioni di profonda crisi in cui versa, il movimento punta a migliorare drasticamente la qualità della vita nel Territorio, garantendo la piena applicazione dei Diritti umani, collettivi ed individuali che appartengono ad ognuno di noi.

◼ Rappresentiamo gli interessi fondamentali della stragrande maggioranza del popolo del Territorio, e ne rivendichiamo le specificità politiche, legislative, economiche e fiscali determinate dal Trattato di Pace. Per tutte queste ragioni, il raggiungimento di uno status di legalità è il nostro obiettivo principale.

◼ Noi, il popolo, chiediamo pertanto la piena e completa finalizzazione del Territorio Libero di Trieste.

🔴 Trieste, ottobre 1966: L’assedio di San Giacomo e il grande tradimento della classe operaiaTutto ebbe inizio a metà gi...
18/06/2026

🔴 Trieste, ottobre 1966: L’assedio di San Giacomo e il grande tradimento della classe operaia

Tutto ebbe inizio a metà giugno del 1966, quando come un fulmine a ciel sereno arrivò l'annuncio del presidente dell'IRI, Giuseppe Petrilli: i Cantieri Riuniti dell'Adriatico, lo storico Cantiere San Marco e la Fabbrica Macchine dovevano essere accorpati al polo industriale di Genova. Una decisione calata dall'alto che, come scrisse il direttore del Piccolo Chino Alessi in un durissimo editoriale, rischiava di cancellare Trieste dal mare.

La tensione accumulata in quei mesi estivi esplose pochi mesi dopo in autunno. Tra il 4 e l'8 ottobre 1966, quella che era iniziata come una mobilitazione industriale si trasformò in una vera e propria sollevazione popolare spontanea. Una rivolta che fu spenta con una repressione militare ferocissima e con il totale isolamento politico dei lavoratori.

🪵 L’assedio di San Giacomo: la guerriglia casa per casa
Il culmine della violenza si raggiunse proprio sabato 8 ottobre 1966. Spinti indietro dalle cariche della polizia in Piazza Garibaldi e Largo Barriera, gli operai e i cittadini si asserragliarono nel rione popolare di San Giacomo, che si trasformò in una fortezza urbana.

Le barricate: Vennero divelti i binari dei tram, ribaltati i filobus e usate le traversine di legno per sbarrare le strade d'accesso. Dai tetti e dalle finestre delle case popolari pioveva di tutto contro i blindati: pietre, mattoni, bulloni da cantiere.

La caccia all'uomo: I reparti della Celere, fatti affluire in massa da tutto il Nord Italia, ricevettero l'ordine di bonificare il rione. I lacrimogeni vennero sparati ad altezza d'uomo e direttamente dentro le finestre delle abitazioni. Gli scontri proseguirono casa per casa, androne per androne, scala per scala, con gli agenti che sfondavano i portoni dei palazzi per stanare i manifestanti.

Il bollettino di guerra: Alla fine di quella giornata si contarono 79 feriti gravi tra i dimostranti (ma le stime reali furono molto più alte, poiché molti evitarono il pronto soccorso per paura dell'arresto), 89 arresti in flagranza e ben 450 persone fermate e schedate. Le celle del carcere del Coroneo furono saturate nel giro di poche ore.

❌ Il muro del silenzio: l'abbandono dei partiti e dei sindacati
La tragedia dei cantierini si consumò anche sul piano politico. La spinta iniziale fu talmente interclassista e spontanea da spiazzare le segreterie dei partiti. Su quelle barricate si formò un asse politico tanto clamoroso quanto effimero:

Gli Indipendentisti: I movimenti legati all’autonomismo e alla memoria del TLT (Territorio Libero di Trieste) si schierarono immediatamente e con convinzione a fianco dei lavoratori. Per l'area indipendentista, l'appoggio alla protesta era un atto di solidarietà sincera e profonda: lo smantellamento del San Marco operato da Roma rappresentava l’ennesima, drammatica prova di una colonizzazione economica che calpestava la dignità e la sussistenza stessa della città.

La "settimana" del PCI: Davanti alla rabbia incontrollabile della base, la federazione locale del Partito Comunista Italiano (PCI) si schierò inizialmente a fianco dei lavoratori e degli indipendentisti contro i piani del governo. Ma l'idillio durò appena una settimana. Spaventati dai focolai anti-nazionali e richiamati all'ordine duro da Botteghe Oscure, i vertici comunisti fecero marcia indietro per non incrinare i rapporti istituzionali, abbandonando la piazza al suo destino.

Il tradimento dell'Arco Costituzionale e dei Sindacati: Tutti i partiti dell’arco costituzionale (DC in testa) bollarono i moti di Trieste come "sussulti eversivi" o "nostalgie separatiste". Contemporaneamente, i sindacati confederali (CGIL, CISL e UIL), terrorizzati dal fatto che la base operaia avesse totalmente sfuggito al loro controllo, tolsero ogni copertura politica alla protesta, firmando di fatto la resa e accettando i diktat dell'IRI.

📌 Memoria storica: Schiacciati militarmente a San Giacomo e politicamente isolati da Roma, i lavoratori videro compiersi lo smantellamento del San Marco. Come parziale compensazione, la produzione motoristica della Fabbrica Macchine di Sant'Andrea venne sacrificata per far nascere la Grandi Motori Trieste a San Dorligo della Valle. Ottobre 1966 resta una delle pagine più eroiche, violente e censurate della storia di Trieste.

Il "Porto Internazionale di Trieste"? Tra l'Hotel Savoy e la Fortezza Bastiani.Ho assistito all'ennesima conferenza in c...
15/06/2026

Il "Porto Internazionale di Trieste"? Tra l'Hotel Savoy e la Fortezza Bastiani.

Ho assistito all'ennesima conferenza in cui il 'Porto Internazionale di Trieste' è stato magnificato da una certa intellettualità salottiera. Una narrazione suggestiva, ma figlia della propaganda di conferenzieri titolati che pontificano sul free port e sul suo ruolo geopolitico, mascherando l'ignoranza tecnica sul tema. Un tempo questo porto lavorava e faceva parlare i fatti; oggi, invece, si ricorre alle aule universitarie per vendere una bolla immaginifica, specchio anche di una sindrome locale che scambia i titoli di studio per competenza.

Sembriamo a tratti i personaggi dell'"Hotel Savoy" di Joseph Roth: bloccati in un avamposto ai margini dell'impero, sospesi in un tempo immobile, ad attendere un messia – il miliardario americano Bloomfield – che con la sua ricchezza dovrebbe risvegliare le sorti di una comunità decadente. Oppure, peggio, sembriamo i militari della Fortezza Bastiani nel "Deserto dei Tartari" di Buzzati: consumiamo l'esistenza a sorvegliare un confine mitico, scrutando l'orizzonte in attesa di una gloria o di un nemico che forse non arriveranno mai, glorificando una centralità che esiste solo nei nostri sogni di grandezza geopolitica.

Poi, però, arriva la matematica dei bilanci portuali a svegliarci dal sonno letterario. E i numeri sono impietosi con la retorica:

📊 L'illusione dei 60 milioni di tonnellate
Siamo fieri, forse, di veder svettare Trieste in cima alle classifiche nazionali. Ma quel dato è drogato. Oltre 43 milioni di tonnellate sono rinfuse liquide: petrolio greggio che arriva, entra nei tubi della SIOT e se ne va in Austria e Germania. Un transito strategico per l'Europa centrale, ma che sul tessuto economico e lavorativo della città incide pochissimo. È l'oro nero altrui che pulisce le nostre statistiche.

📉 La classifica reale (senza il petrolio)
Se togliamo il peso del greggio e isoliamo il tonnellaggio commerciale "vero" (container, Ro-Ro e rinfuse solide), Trieste si ritrova con appena 17-18 milioni di tonnellate.

Ed ecco l'impietosa e reale classifica dei porti italiani per tonnellaggio commerciale secco, dove Trieste – pur essendo formalmente un Free Port e avendo teoricamente a disposizione l'Allegato VIII del Trattato di Pace – sotto l'attuale amministrazione italiana più di così non riesce proprio a fare. I famosi decreti interministeriali Padoan-Delrio del 2017, d'altronde, si sono rivelati per quello che erano: poco più che propaganda elettorale dell'allora governo a guida PD, incapaci, anzi impossibilitati a sbloccare il reale potenziale internazionale dello scalo.

La classifica reale:

1) Genova (~50 mln t) – Leader commerciale e container gateway

2) Livorno (~34 mln t) – Hub per Ro-Ro e automotive

3) Cagliari-Sarroch (~32 mln t) – Volume trainato dalla raffineria Saras

4) Gioia Tauro (~28 mln t) – Primo hub italiano per i container (transhipment)

5) Ravenna (~25 mln t) – Leader per le rinfuse solide (agroalimentare)

6) Venezia (~24 mln t) – Forte componente commerciale e siderurgica

7) Messina-Milazzo (~23 mln t) – Spinto da Milazzo e dai traghetti dello Stretto

8 ) Augusta (~22 mln t) – Polo quasi esclusivamente petrolchimico

9) Napoli (~18 mln t) – Mix di merci varie, container e passeggeri

10) Taranto (~16 mln t) – Legato a doppio filo alla siderurgia (ex Ilva)

🔴 TRIESTE (senza greggio) (~17-18 mln t) – Solo merci varie, container e Ro-Ro turco.

12) La Spezia (~14 mln t) – Prevalentemente container gateway

13) Savona-Vado (~13 mln t) – Ro-Ro e merci convenzionali

Mentre noi ci auto-assolviamo e ci addormentiamo cullandoci nei fasti asburgici e nei finti primati italiani dopati dall'oleodotto, la vicina Capodistria lavora alla grande con le rinfuse e consolida il suo primato reale nell'Adriatico (ma su questo torneremo presto con un articolo specifico e dettagliato sull'argomento).

Finché continueremo a specchiarci nel fantasma di ciò che fummo, rimarremo prigionieri di questa bolla, a presidiare una Fortezza Bastiani di carta d'identità e nostalgie. Meno storytelling d'accatto, più realismo economico.

- Alessandro Gombač -

📜 12 GIUGNO 1945: IL "GIORNO DELLA LIBERAZIONE" CHE COSTÒ L'ISTRIA.I complessi giochi di potere dietro i 40 giorni di Tr...
12/06/2026

📜 12 GIUGNO 1945: IL "GIORNO DELLA LIBERAZIONE" CHE COSTÒ L'ISTRIA.
I complessi giochi di potere dietro i 40 giorni di Trieste.

Oggi ricorre una data spartiacque per la nostra terra. Il 12 giugno 1945, dopo quaranta giorni di terrore e sequestri notturni, l'esercito jugoslavo di Tito abbandonava Trieste, lasciando il controllo della città alle forze anglo-americane. Ma dietro le celebrazioni di facciata si nasconde una delle pagine più ciniche della diplomazia internazionale.

In questo approfondimento storico analizziamo i retroscena di quel giugno di ottant'anni fa, toccando i punti chiave che la propaganda nazionale di ogni fazione ha sempre cercato di nascondere:

🔴 LA MINACCIA DI TRUMAN E IL CANNONEGGIAMENTO DAL GOLFO – Tito non se ne andò per via diplomatica, ma piegato da un durissimo ultimatum militare. Il presidente USA Harry Truman ordinò il blocco navale e minacciò apertamente di cannoneggiare Trieste dalle sue navi nel golfo, distruggendo le postazioni jugoslave sia se l'esercito di Tito non fosse sfollato subito, sia se avesse tentato di ritornare in città in un secondo momento. A dare il colpo di grazia alle ambizioni jugoslave fu Stalin: il dittatore sovietico, per non compromettere i suoi accordi con gli occidentali, negò il sostegno all'alleato e ordinò a Tito di ritirarsi. Messo alle strette dal cappio navale e dall'abbandono di Mosca, Tito firmò gli Accordi di Belgrado del 9 giugno accettando di ritirarsi da Trieste e dagli "approdi istriani" (Capodistria, Isola, Pirano, Umago, Cittanova, Parenzo, Rovigno. Pola discorso a parte). Ma, a parte Pola, gli Alleati in Istria non vi sbarcarono mai, permettendo agli jugoslavi di rientrarvi 48 ore dopo e cancellando per sempre la secolare presenza veneta.

🔴 LA NEMESI IDEOLOGICA E L'ASSE OZNA-NKVD – A differenza del 1918, nel 1945 Trieste divenne il teatro di uno scontro ideologico globale in cui Russia e Jugoslavia puntavano decise allo sbocco sul Mediterraneo. Le truppe di Tito arrivarono ebbre di stalinismo e sete di vendetta per i crimini nazi-fascisti. Il quartier generale di questa repressione fu l'attuale Scuola di Polizia di San Giovanni, dove i vertici della polizia segreta jugoslava (OZNA) operavano fianco a fianco con gli agenti del NKVD sovietico inviati da Mosca.

🔴 PURGA POLITICA, NON PULIZIA ETNICA – Le violenze dei 40 giorni (circa 500 scomparsi a Trieste, tra cui torturatori fascisti ma anche decine di poveri disgraziati e autonomisti) non furono una "pulizia etnica" biologica contro gli italiani, ma una spietata purga politica contro chiunque si opponesse al comunismo. Lo dimostra il contemporaneo Massacro di Bleiburg: 180.000 jugoslavi anticomunisti (cetnici, ustascia, domobranci) sterminati da Tito dopo la riconsegna dei britannici. La commissione mista anglo-slovena ha accertato che ben il 90% di quelle vittime era composto da civili. A differenza degli italiani, loro non ebbero uno Stato amico oltre il confine in cui rifugiarsi.

🔴 IL CINISMO ALLEATO – Agli anglo-americani del destino dei triestini e degli istriani importava poco. Rimasti scioccati dai metodi brutali dell'OZNA, si mossero solo per due ragioni di puro interesse: evitare uno scontro armato con la Jugoslavia (dopo le tensioni sul confine greco) e garantirsi l'uso esclusivo e sicuro del Porto di Trieste, snodo logistico vitale per rifornire le truppe britanniche di stanza in Carinzia e in Europa centrale.

Arrivando al nocciolo della questione, emerge una verità scomoda: sia gli italiani nel 1918 sia gli jugoslavi nel 1945 si comportarono a Trieste da invasori, cioè da stranieri. Entrambi imposero la propria bandiera e la propria ideologia calpestando la specificità, la cultura cosmopolita e il diritto all'autodeterminazione di questo territorio.

👉 Leggi l'articolo completo sul nostro sito per scoprire tutti i nomi, le date e i documenti d'archivio di questo cold case della storia europea.
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https://www.triest-ngo.org/it/12-giugno-1945-il-giorno-della-liberazione-che-costo-listria-i-complessi-giochi-di-potere-dietro-i-40-giorni-di-trieste/

🕯️ 10 GIUGNO 1944: IL PRIMO SANGUINOSO BOMBARDAMENTO SU TRIESTE. LA MEMORIA DIMENTICATA.Ottantadue anni fa, la mattina d...
10/06/2026

🕯️ 10 GIUGNO 1944: IL PRIMO SANGUINOSO BOMBARDAMENTO SU TRIESTE. LA MEMORIA DIMENTICATA.

Ottantadue anni fa, la mattina del 10 giugno 1944, il cielo sopra Trieste si riempì del rombo assordante dei quadrimotori americani Boeing B-17 "Fortezze Volanti" e Consolidated B-24 "Liberator" della 15th Air Force statunitense. Partiti dalle basi della Puglia, l'obiettivo strategico era colpire le infrastrutture logistiche e industriali della città, snodo vitale dell'Adriatisches Küstenland (il Litorale Adriatico occupato e amministrato direttamente dal Terzo Reich).

Gli ordigni miravano al porto, ai cantieri navali del San Marco, alle raffinerie di San Sabba e allo scalo ferroviario di Campo Marzio. Ma la precisione millantata dai comandi alleati si tradusse, nei fatti, in una devastazione cieca.

Oltre un centinaio di bombe ad alto potenziale fallirono gli obiettivi militari e si abbatterono con violenza inaudita sui quartieri civili densamente popolati. Il rione operaio di San Giacomo fu letteralmente sventrato. Le case di via della Tesa, via d'Alviano, piazza Sansovino, piazza Foraggi, via Rosseti, via Donadoni e via Molin a Vento vennero sbriciolate, seppellendo centinaia di famiglie che avevano cercato rifugio nelle cantine e nelle gallerie, rivelatesi trappole mortali.

Il bilancio finale di quella mattina fu un bollettino di guerra drammatico:

463 vittime accertate (ma stime successive parlano di oltre 400 corpi identificati e decine di dispersi);

Oltre 1.000 feriti;

Interi isolati rasi al suolo e migliaia di sfollati rimasti senza nulla.

Fu il battesimo del fuoco per Trieste, il più grave e sanguinoso bombardamento subito dalla città in tutto il secondo conflitto mondiale. Un trauma collettivo impresso a fuoco nella carne di una generazione.

EPPURE, OGGI, QUESTA RICORRENZA PASSA QUASI INOSSERVATA.

Se si escludono le lodevoli iniziative di storici locali, comitati di quartiere e associazioni indipendenti, il 10 giugno 1944 è stato letteralmente cancellato dall'agenda della memoria istituzionale.

A Trieste non esistono monumenti imponenti dedicati alle vittime dei bombardamenti anglo-americani. Non ci sono cerimonie solenni alla presenza delle massime cariche dello Stato. Non ci sono finanziamenti pubblici milionari per preservarne il ricordo, né programmi scolastici ministeriali dedicati, né campagne mediatiche martellanti a reti unificate ogni anno.

Per altre tragedie e altre narrazioni del Novecento, invece, questa macchina della memoria monumentale e istituzionale esiste, ed è potentissima.

I morti non dovrebbero avere colore politico, e il dolore dei civili non si classifica in base alla bandiera di chi ha premuto il gr*****to o di chi ha sganciato la bomba.

Ma proprio per questa ragione morale diventa impossibile accettare che centinaia di triestini, uccisi dalle bombe di chi poi sarebbe diventato l'alleato geopolitico del dopoguerra, debbano essere trattati come vittime di serie B. Morti "scomodi", la cui memoria è stata sacrificata sull'altare delle convenienze internazionali e della realpolitik occidentale.

La storia non è, e non deve diventare, una graduatoria del dolore in base a quanto una tragedia sia spendibile nel dibattito politico odierno.

Le vittime civili del 10 giugno 1944 meritano dignità e memoria pubblica non perché siano più importanti di altre, ma perché sono parte integrante della stessa identica identità storica di questa città di frontiera.

Una memoria pubblica che seleziona chirurgicamente ciò che è utile ricordare e ciò che è opportuno dimenticare non è più memoria, non è giustizia e non è storia. È pura propaganda. È una scelta politica.

E a Trieste, queste scelte, ormai gridano vendetta da ottantadue anni.

Più che un monumento commemorativo, sembra una capsula distopica: uomini messi a bollire in una pentola o esseri umani c...
29/05/2026

Più che un monumento commemorativo, sembra una capsula distopica: uomini messi a bollire in una pentola o esseri umani coltivati in laboratorio, tipo The Matrix.
E tutto questo piazzato davanti a una splendida chiesa neogotica, deturpando uno degli angoli più armoniosi e mitteleuropei della città.

Francamente, viene da sperare che prima o poi arrivi il IX Korpus a portarselo via a cannonate di T-34.
Non per negare i fatti del 43 / 45 e quelli che li precedettero fin dal 1922 — che meritano conoscenza storica seria e non monumenti ideologici o scenografie emotive — ma perché Trieste non può diventare una discarica estetica della guerra civile infinita.

Anche perché un monumento alle foibe esiste già anche se non lo sapeva quasi nessuno, per fortuna: il famigerato ‘porta-CD’ di Piazza Goldoni, non a caso inserito anni fa tra gli ‘orrori d’Italia’ da la Repubblica.
E persino Vittorio Sgarbi osservò giustamente che averlo piazzato sulla mediana della piazza più centrale di Trieste significa dividerne simbolicamente in due l’anima, quasi agendo sull’inconscio collettivo della città.

Per la serie "non c'è limite al peggio", adesso siamo al bis: dopo il porta-CD, l'incubatrice umana.

25/05/2026

Lo ricorderò ogni anno.COME CREARE E IMPORRE UN FALSO STORICO:"Il Piave mormoravaCalmo e placido, al passaggioDei primi ...
25/05/2026

Lo ricorderò ogni anno.
COME CREARE E IMPORRE UN FALSO STORICO:
"Il Piave mormorava
Calmo e placido, al passaggio
Dei primi fanti, il ventiquattro maggio
L'esercito marciava
Per raggiunger la frontiera
Per far contro il nemico una barriera
Muti passaron quella notte i fanti
Tacere bisognava, e andare avanti
S'udiva intanto dalle amate sponde
Sommesso e lieve il tripudiar dell'onde
Era un presagio dolce e lusinghiero
Il Piave mormorò: "Non passa lo straniero".

E' la prima strofa de "La canzone del Piave", una canzone così amata da molti sindaci, non necessariamente leghisti o fratellitalioti, da imporla alle celebrazioni del 25 aprile in luogo di "Bella ciao", considerata una canzone troppo "di parte" e pertanto "divisiva".
Nel 2019 il monito che si vorrebbe mormorato dal Piave, "Non passa lo straniero", diventò uno degli slogan di maggiore successo di Salvini quando si eresse a difensore della nostra terra contro l'invasione di profughi e rifugiati.
Ma la conoscenza della storia, l'eterna lacuna che affligge leghisti, fascisti e molti altri ci offre un contesto diverso di quel 24 maggio 1915.
La frontiera con l'Austria-Ungheria si trovava a oltre 100 chilometri a nord-est dall'alveo del Piave e le truppe italiane vi si trovavano già da tempo ammassate in attesa delle decisioni del Governo.
Le quali giunsero la sera del 23 con l'ordine di aggredire l'Austria-Ungheria, alla quale eravamo legati dalla Triplice Alleanza, stipulata, nientemeno, nel maggio 1882.
Il secolare nemico ...
NOI fummo gli aggressori, NOI infrangemmo la barriera e il Piave non fu coinvolto in quell'immane macello che molto tempo dopo, quando l'Esercito italiano si ritirò verso sud-ovest dopo la rotta di Caporetto.
Studiate la storia. Studiatela.
E non mettete le mani sul 25 aprile, che celebra la vittoria del popolo italiano nell'unica guerra difensiva che sostenne e che non potrà mai essere la vostra festa.
Fatevene una ragione.

15/05/2026

Imperdibile.

Trad. letterale in italiano di ogni sottotitolo dell'originale:

L'inizio e le Grandi Potenze
[00:00] Oh, l'Istria è in gioco, Trieste è sul tavolo, i confini ballano come in tempo di crisi.
[00:22] Inizia l'anno '47, la gente del Litorale va in Jugoslavia, "Dai, andiamo!". No, noi Istriani riceviamo un foglio: Territorio Libero, come una nuova pace.
[00:33] Si disegnano le mappe, con forbici e colla. Un giorno sei a casa, il giorno dopo la regola è cambiata. Le grandi potenze guardano dai loro scranni, e noi sul campo raccogliamo le briciole dai bordi.

Il "Jackpot" di Trieste e la Nascita del TLT
[00:41] Oh, Trieste era il jackpot. Tutti la volevano. Gli italiani la volevano indietro, gli jugoslavi la volevano prendere.
[00:51] Gli Alleati dicono: "Gente, niente panico. Creiamo il TLT (STO), così sarà uguale per tutti".
[01:00] Pensavamo: "Ecco fatto, uno Stato libero sul mare, oro puro". Ma poi è arrivata la politica e "addio, bonjour". Costa perduta, negli archivi c'è ancora il rumore.
[01:11] TLT sulla carta era il massimo, ma in realtà è un dramma, come l'hip hop balcanico. Noi Istriani abbiamo sognato il nostro film, ma poi Tito dice: "Grazie, ora questa è la mia rima".

Zona A e Zona B
[01:29] Come dalla A alla B, come in discoteca. Una parte sotto gli Alleati, l'altra parte sta già aspettando.
[01:34] Zona A: Trieste, uniformi, tè inglese. Zona B: jugoslava, "Dai, lavora adesso!".
[01:39] E tra la gente si sussurra nel buio: "Stalin ci ha dato il TLT, è un dono, credimi". Come se avesse detto: "Istria, ecco a te lo Stato", ma in politica c'è sempre una trappola.
[01:53] La Guerra Fredda bolle come un goulash, mescolano i confini come un collage. E noi in strada, senza potere e senza voce. Solo le onde contano storie senza nome.

La Fine e il Memorandum di Londra
[02:32] Poi Stalin muore e tutto si ribalta, come se qualcuno facesse girare il grammofono velocemente. La Jugoslavia aveva già detto di no a Mosca, Tito sorride: "Adesso gioco io".
[02:41] Arriva il Memorandum di Londra, come se il TLT avesse ricevuto l'ultima data di scadenza. Non ci sono stati carri armati, non ci sono stati fronti, solo firme e pace sul conto corrente.
[02:54] E cosa otteniamo? Un taglio netto: alla Slovenia un pezzo, alla Croazia un pezzo, e l'Istriano è tagliato fuori. Il nostro Stato è passato alla storia come una vecchia cartolina dimenticata in una vetrina.

Riflessioni Finali
[03:04] Cosa sarebbe successo se il TLT fosse rimasto? Trieste sarebbe stata nostra? Tutto brillerebbe di più? L'Istria avrebbe avuto la sua voce, il suo sistema? O qualcuno direbbe ancora: "Questo è un problema mio"?
[03:22] Pensavamo: "Ecco fatto", ma la costa libera non sarà libera. La politica è veloce come un tram nella notte. Ci lascia con una domanda come aiuto.
[03:33] TLT: leggenda sulla carta, costa perduta in una lite storica. Non siamo qui, il mare è ancora la nostra casa, ma lo Stato è scivolato via con la corrente.
[03:45] Sì, Territorio Libero di Trieste, libero solo a parole...

🛑 Trieste/Trst: non è un abuso, è il rispetto della legge (e dei trattati)In merito alle polemiche sulla dicitura “Tries...
12/05/2026

🛑 Trieste/Trst: non è un abuso, è il rispetto della legge (e dei trattati)

In merito alle polemiche sulla dicitura “Trieste/Trst” comparsa sulle nuove carte d’identità elettroniche, conviene ristabilire un principio elementare: nello Stato di diritto contano le norme vigenti, non gli slogan elettorali.

La dicitura bilingue non nasce da un “pasticcio informatico”, ma da una precisa continuità giuridica e normativa che parte dal secondo dopoguerra e arriva fino alla legislazione italiana attuale.

1. Il Trattato di Pace del 1947 è legge dello Stato

Il Decreto Legislativo del Capo Provvisorio dello Stato 28 novembre 1947, n. 1430 ha dato “piena ed intera esecuzione” al Trattato di Pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947 ed entrato in vigore il 15 settembre dello stesso anno.

Non si tratta di un documento storico privo di effetti: il Trattato è stato recepito nell’ordinamento italiano con forza di legge.

Nell’ambito del regime previsto per il Territorio Libero di Trieste, gli allegati al Trattato stabilivano il principio del bilinguismo ufficiale e della tutela delle comunità linguistiche presenti sul territorio.

Si può discutere per decenni delle vicende politiche successive, del Memorandum di Londra o del Trattato di Osimo, ma una cosa resta incontestabile: quelle disposizioni internazionali non sono mai state formalmente cancellate dall’ordinamento italiano.

2. La Repubblica italiana ha confermato questi obblighi

L’Italia non solo non ha eliminato quella tutela, ma l’ha successivamente rafforzata con la Legge 23 febbraio 2001, n. 38, dedicata alla protezione della minoranza linguistica slovena del Friuli Venezia Giulia.

Successivamente, il DPR 12 settembre 2007 ha individuato ufficialmente i comuni nei quali si applicano tali misure di tutela, includendo Trieste.

Questo significa che la presenza della dicitura bilingue “Trieste/Trst” nei registri anagrafici e nei documenti pubblici non è abusiva: è coerente con norme vigenti della Repubblica italiana.

3. Perché compare anche fuori Trieste?

I casi emersi a Sappada, Limbiate e in altri comuni italiani non dimostrano alcuna “forzatura ideologica”.

Dimostrano semplicemente che il sistema anagrafico nazionale riporta il luogo di nascita secondo la denominazione ufficialmente registrata.

L’ufficiale comunale che emette il documento non sta “slavizzando Trieste”: sta utilizzando dati presenti nei registri dello Stato.

4. La vera stranezza

La vera stranezza è vedere uomini politici scandalizzarsi per l’applicazione di leggi italiane e trattati internazionali recepiti dall’Italia stessa.

Definire “offensiva” la dicitura “Trieste/Trst” significa considerare offensiva la realtà storica di una città che da secoli vive tra lingue, culture e identità differenti.

Trieste non perde nulla ad essere chiamata anche Trst e Triest, anzi.
Semmai perde qualcosa quando la politica cerca di ridurre una storia complessa a propaganda identitaria da campagna permanente.

La storia non si cancella con un’interrogazione parlamentare.
E nemmeno con un titolo di giornale.

Indirizzo

Trieste

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