29/08/2024
De juventute et senectute
Capita ancora che durante una cena si riesca a parlare di cose serie. Che cosa intendo per cose serie? cose che non siano una lunga narrazione di accadimenti personali, di ciò che ci piace o no, di vacanze più o meno vere, di stagioni e temperature, di bambini da esibire.
L'altra sera nell'eterna comparazione intergenerazionale cercavamo parallelismi o perpendicolarismi tra la nostra (i seventies) e gli attuali ventenni. Mi è stato detto che a differenza nostra che "avevamo fame" (non in senso letterale ma inteso come emancipazione, successo, ascesa sociale) oggi i giovani hanno già tutto e quindi vanno verso un equilibrio che gli economisti chiamerebbero di "sazietà" ovvero in cui le curve di indifferenza raggiungono l'apice.
E sia. Ragioniamo per assurdo e postuliamo che l'assunto sia corretto. I ventenni sono una generazione a cui non manca materialmente nulla anche perchè i loro genitori che li tengono in ostaggio li lusingano in ogni modo non facendogli mancare nulla. Ma di cosa si pascono? Di junk food al ristorante giapponese (riso bollito con salmone cannibale di allevo in vasca), di video altrui ottenuti da una connessione a basso costo? di abiti vietnamiti a basso o ad alto costo ma sempre della medesima qualità. Pochi genitori pagano loro un corso di sommelier o un'esperienza formativa, o un master di qualsiasi tipo. Le uniche cose che, potendosele permettere (e fanno di tutto per permettersele) sono i cellulari costosi, visti come un totem o una reliquia medievale o un abbigliamento appariscente e volgare che compensi la pochezza cerebrale.
Anche noi ambivamo al motorino o alla Fiat 127 o Uno. Ma erano mezzi per viaggiare, conoscere posti e gente. Forse mi sbaglio, o vorrei sbagliarmi, ma uno smarphone da 1500 euro non è il PC più potente con cui fare grafica o programmazione avanzata ma solo un simulacro sociale con le stesse funzioni di uno da 150 che però, sperano, li renda più attraenti. Non ritengono di aver altre carte da giocare.
Il secondo aspetto che, mi pare, marchi una grossa differenza con noi, è il rapporto intergenerazionale. Io (ma credo di non essere stato il solo) mi sono sempre pasciuto del rapporto con gli adulti. Ovviamente non quelli pregiudizialmente ostili ma quelli che reputavo intelligenti, degni di ascolto. Tutto quel che so lo devo ai più vecchi ed ai consigli o qualche volta alle imposizioni che mi davano. Gli adulti (sia i vecchi che i poco più che coetanei) erano un punto di riferimento, non sempre positivo ma comunque un termine di paragone. Ora, da quel che vendo e sento, siamo semplicemente un male necessario ovvero un gradino su cui, obtorto collo, salire per raggiungere i propri interessi personali o, meglio, ancora i propri sporchi comodi. E questo gradino si sale quasi sdegnosamente usando la mascherina del Covid per evitare possibili contaminazioni. Mi si dice, a riprova di presunta coesione familiare, che, a differenza nostra, i figli amano andare in vacanza con i genitori. La cosa potrebbe essere vista anche altrimenti ovvero che risulta meno impegnativo ed economicamente vantaggioso viaggiare spesati aderendo supinamente alla progettualità altrui. Prova di intraprendenza invece sarebbe il contrario ovvero non solo guadagnarsi i soldi ma soprattutto progettare, organizzare, realizzare in autonomia aggregando intorno a sè nuove relazioni. Ma forse io trasecolo.
Non vorrei essere frainteso. Non sto dicendo chi sia meglio o chi sia peggio. Nè mi serve fare graduatorie. Dico solo che la chiave di decrittazione per conoscere le nuove generazione ed afferrarne i valori è ben lungi dall'essere rivelata e che c'è ancora molto da capire, sempre ammesso che questo scenario sia definitivo e non pronubo di altri futuri contesti non ancora completamente emersi.