Our Story
testi tratti da:
Palazzo Milo sulla Rua Nova, 2005 Soprintendenza per i Beni Culturali
ed Ambientali di Trapani, a cura di Renato Alongi e Eleonora Romano
Dimore nobili del XVIII secolo a Trapani. Palazzo Milo
di Eleonora Romana
Palazzo Milo, conosciuto anche come Palazzo Pappalardo, sulla rua Nova (attuale via Garibaldi) strada di fondazione aragonese e luogo di incontro e rappresentanza della classe egemone del ‘600, nasce nel 1688 accanto alla Chiesa di S. Alberto per ospitare, secondo la tradizione orale, i sacerdoti della congregazione di S. Alberto; nel 1690 passa a Francesco Saura, duca di Castelmonte, che lo trasforma in residenza nobiliare, facendo eseguire lavori di abbellimento: “....Mario Saura, altro non era, se non un Benestante Massaro... Un discendente D. Francesco comprò il titolo di Duca di Castelmonte.... Ed ecco come per la ricchezza si rese nobile una Famiglia…”1
Nel Settecento diventa proprietaria del palazzo la famiglia Milo: “.. la prima persona della famiglia di cui si ha notizia è Guarnero che nel 1403 ricoprì la carica di ‘maestro portolano’ del porto di Castellamare. Andrea ottenne dal re Alfonso la concessione di una salina in Trapani, in seguito chiamata di Milo, la cui concessione rimase nella famiglia sino alla abolizione della feudalità.
Nel 1631 la signoria sulla salina venne trasformata in baronia, di cui ebbe investitura il 1° febbraio 1631 Bartolomeo, che fu anche senatore in Trapani e capitano di giustizia. Francesco Milo e Burgio acquistò il feudo di Campobianco dagli Alliata e ne ebbe concessa l’investitura nel marzo del 1698; ottenne nel 1733 anche la concessione del titolo di marchese. Cesare Milo, colonnello degli eserciti reali delle due Sicilie, chiese nel 1814 di potere vendere il titolo di marchese, ma il protonotaro del regno gli diede parere contrario.
La famiglia è iscritta nell’Elenco Ufficiale della Nobiltà Italiana del 1922 con i titoli di: marchese di Campobianco, di barone e signore della salina di Trapani”.2
Nella seconda metà del Settecento è Francesca, figlia di Benedetto Milo e Emilia Sieri Pepoli, ad abitare il palazzo di via Garibaldi.
Già nel 1748, sull’antica Rua Nova, il palazzo esisteva nella “numerazione delle case” (censimento delle singole proprietà datato 1748 e conservato tra gli atti del Senato) fatta dal Comune di Trapani, inserito nell’isola terza, nominata di Monserrato e S.to Alberto, dal lato tramontana al n°10 come “Carrettaria del Sig. Barone Milo” e dal lato scirocco al n° 27 come “Porta del Sig. Milo del N.13 a tramontana del Quartiere di S. Nicolò e S. Pietro”.3
Tra le carte topografiche di Trapani più vicine a questo censimento in ordine temporale è la pianta di Simancas databile 1719, disegnata in occasione della spedizione del marchese di Lede. Tale iconografia è contraddistinta da una notevole precisione esecutiva ed è la carta più indicata per l’individuazione degli isolati riportati nel censimento.
I beni dei Milo, posti sotto amministrazione controllata alla fine del ‘700, furono venduti in varie riprese: la salina Milo passò al gabelloto Agostino Burgarella, mentre la proprietà del Palazzo passò tramite asta pubblica nel 1891 all’armatore navale Giacomo Augugliaro, che lo ristrutturò interamente arredandolo lussuosamente e stravolgendone l’originaria tipologia edilizia, tranne il prospetto, l’atrio con il doppio loggiato e l’ampio scalone in marmo che permette l’accesso al piano nobile, sul quale venne edificato un secondo piano con grandi terrazze.
Giacomo Augugliaro muore all’età di 57 anni e lascia in eredità il Palazzo al figlio Bartolomeo (testamento del 24/11/1945), che non ha eredi poiché gli morirono le figlie in tenera età assieme alla moglie, e alla sorella Margherita, sposata con il dott. Antonino Pappalardo di Castelvetrano; da questo matrimonio nascono due figli: Benedetto e Giacomo, avvocato, che eredita per successione l’edificio il 20.05.1950.
Giacomo Pappalardo sposa Caterina Beninati e nascono due figli: Antonino e Aurelio, il primo Maestro e Direttore del Conservatorio di Trapani morto nel 2002, il secondo avvocato e professore che ancora oggi vive a Bruxelles.
Il padre Giacomo muore il 30 ottobre del 1983 ed ereditano il Palazzo i figli con l’usufrutto per la madre che muore nel 2001. I figli vendono l’immobile alla ditta Bulgarella (atto del notaio Giovanni Barresi del 4.02.1988 registrato a Tp il 23.02.1988), ditta che lo restaura con progetto approvato il 23.09.1988 e lo rivende alla Soprintendenza (atto di vendita del 9.08.1995 N° 583).
Palazzo Milo tipologicamente rientra tra gli imponenti palazzi di città del Settecento in Sicilia,4 simbolo dell’agiatezza delle famiglie aristocratiche e dell’alta borghesia, che avevano la necessità di essere rappresentate dalla propria dimora realizzata secondo un’organizzazione funzionale che sviluppava un percorso d’ingresso fondato sul sistema atrio-cortile-scalone; “..il palazzo racchiudeva nel suo interno un universo sociale gerarchicamente distribuito anche nell’uso degli ambienti, rigidamente divisi in spazi privati e pubblici (“appartaments de parade” attraverso i quali la famiglia si rapportava con il mondo esterno). La distribuzione al piano nobile era costituita da un succedersi di vani (en enfilade) tutti direttamente comunicanti ...”5
Nel piano nobile le “camere di strato” venivano decorate ed arredate con molta cura: la moda del tempo proponeva di dare ad ogni ambiente una propria funzione e tale caratterizzazione era affidata a variazioni cromatiche dei singoli ambienti o a differenti raffigurazioni pittoriche sui soffitti.
Il Palazzo custodiva al suo interno una raccolta di opere pittoriche di pregevole fattura,6 oltre ad un vasto fondo librario che fu donato alla Biblioteca Fardelliana dalla baronessa Francesca Milo nei primi anni dell’800.
L’edificio prospetta sulla via Garibaldi con una facciata a doppio ordine, bugnato liscio nella parte basamentale con portale settecentesco sul quale è posta la balaustra del secondo ordine, che è rifinito con intonaco liscio e sul quale si aprono ampie finestrature con balconi ed inferriate in ghisa rifatte negli anni ’50 su disegno originale, mentre il balcone centrale con inferriata in ghisa del Settecento, è decorato con festoni ed è sormontato da un timpano spezzato con volute, intramezzato dallo stemma di famiglia. La configurazione volumetrica del palazzo è alquanto semplice: una corte interna quadrangolare caratterizza l’intero impianto planimetrico, sulla quale ad est si apre un armonioso loggiato con due ordini sovrapposti di colonne su plinti; questo filtra l’accesso alla monumentale scala in marmo a due rampe che conduce al primo piano, che si configura in parte come piano nobile.
Nella corte si trovavano le scuderie e le stalle, ora trasformate in sale mostra e Museo della stampa; nel piano nobile gli interni, stravolti da numerosi rifacimenti, hanno perso quasi del tutto ogni connotazione dell’impianto e delle funzioni originarie, oggi sono adibiti ad uffici e biblioteca, tranne il salone principale di rappresentanza destinato a sala conferenze.
I saloni di rappresentanza, secondo i canoni del Settecento, si susseguono l’uno dopo l’altro sul prospetto di via Garibaldi; i soffitti sono decorati quasi interamente con pitture realizzate tra il 1891 e i primi del ‘900, quando il Palazzo apparteneva agli Augugliaro, decorazioni che, secondo la moda del tempo, miravano a raccontare scene di vita vissuta e ad esaltare qualità del proprietario stesso.
Nel Palazzo le decorazioni non si trovano soltanto nelle zone di rappresentanza, ma anche in alcune stanze della zona privata, nelle volte a crociera e nelle lunette del loggiato inferiore e superiore.
Degli arredi originali, lungo lo scalone sono collocate tre alte specchiere con cornici in legno; nel salone principale di rappresentanza rimangono ancora le tappezzerie originali e quattro divani realizzati con stoffe importate dall’Oriente, le specchiere con cornici dorate, le zineffe in legno laccato e dorato, appliques e un lampadario in vetro di Murano; sul salone si affaccia il palchetto della musica per l’alloggiamento dei musicisti.
note bibliografiche
1 Padre Benigno da Santa Caterina, Trapani Profana, ms Bibl. Fardelliana, vol. II, 1810.
Fardella, Annali della città di Trapani, ms Bibl. Fardelliana, Trapani 1810.
2 R. Cedrini, Tortorici, Repertorio delle Dimore nobili e notabili nella Sicilia del XVIII secolo, Palermo 2003.
3 R. Del Bono e A. Nobili, Il divenire della Città, Trapani 1986.
4 V. Scuderi, Architettura e architetti barocchi nel trapanese, Trapani 1984.
5 A. Adragna, Il Palazzo dei Baroni di Morana, Trapani 1997-98.G.
6 G.M. Di Ferro, Guida per gli stranieri in Trapani, Trapani 1825.
testo di Eleonora Romano
copyright 2005
Regione Siciliana
Assessorato dei Beni Culturali
e dell’Identità Siciliana
Dipartimento dei Beni Culturali
e dell’Identità Siciliana
Soprintendenza per i Beni Culturali
ed Ambientali di Trapani
L’apparato decorativo del loggiato e del piano nobile
Giovanna Cassata
Le decorazioni che ancora oggi si possono ammirare nel Palazzo sono state realizzate tra il 1890 ed i primi anni del 1900, quando l’edificio apparteneva agli Augugliaro, famiglia dell’alta borghesia emergente trapanese che prendeva il posto della nobiltà decadente.
Poiché la committenza proveniva da una borghesia colta, le decorazioni, secondo la moda del tempo, miravano con contenuti e motivi diversi a raccontare o esaltare qualità o storie vissute dal proprietario spesso mediante raffigurazioni di divinità antiche e personificazioni delle virtù, suscitando con l’uso vivace del colore effetti illusionistici e di sorpresa.
L’eclettico apparato figurativo di palazzo Milo accosta motivi floreali, figurine a grottesche, gusto per le cineserie, scenette arcadiche e divinità mitologiche, raccogliendo significativi esempi dei principali temi che caratterizzano l’opera dei decoratori dagli ultimi decenni dell’800 ai primi decenni del 1900:l’esaltazione della figura femminile, la moda delle grottesche diffusa dalle incisioni e dalle stampe che riproducevano le logge Vaticane di Raffaello, il gusto per le cineserie attinto dai resoconti di viaggi e dal fascino dell’Oriente, le decorazioni a monocromo e le spartizioni geometriche di gusto neoclassicheggiante. L’inserimento del “ventaglio dipinto” in molte stanze riprende la moda scaturita dalla Mostra del ventaglio patriottico organizzata a favore dei soldati al fronte, inaugurata a Palermo nel 1915 ed alla quale parteciparono i maggiori artisti dell’epoca come il Basile, l’Enea, il Gregorietti, il Lentini.
Allo stato attuale degli studi non esiste alcuna documentazione certa sull’autore o gli autori delle decorazioni, ma sulla base di raffronti ed analisi stilistiche, si può rilevare la presenza di una équipe di artisti non soltanto locali, che ha partecipato all’elegante definizione dei saloni.
L’intervento del pittore trapanese A. La Barbera si intuisce, ad esempio, nella realizzazione dei putti affacciati alle balaustre e nelle figure di donne gitane avvolte in ampi drappi dalle vivaci cromie. La partecipazione di Giuseppe Saporito si può ritrovare nei luminosi paesaggi raffiguranti delle “marine” che sono stati inseriti come quadri nella volta . Nelle decorazioni a grottesche degli interni e del loggiato non è da escludere la presenza di alcuni decoratori fiorentini come Tito Covoni, Achille Scalaffa ed altri,chiamati per affrescare soffitti di palazzi pubblici e privati (palazzo D’Alì).
Al piano nobile l’apparato decorativo originale rimane soltanto in sei stanze caratterizzate da moduli ed elementi decorativi che evocano le pitture d’interni dei numerosi palazzi e villini edificati nella zona del Politeama a Palermo (Villino Favaloro, Palazzo Ziino, il foyer del Teatro Politeama).
Dalla stanza decorata alla “cinese”, dove canne di bambù riquadrano scene e figure orientali dai toni accesi, si passa a quella “a grottesche” con una complessa partizione degli spazi ove si trovano inserite entro teatrini figurine di donne con arpa e pennello.
La “stanza della Musica” o salone da ballo, così denominato per il teatrino della musica in legno scolpito e finemente dipinto a tempera, ha un’impronta fortemente neoclassicheggiante.
Le figure di divinità della danza, del canto e del suono a monocromo, che si trovano inserite entro lunette semicircolari a trompe d’oeil limitano il soffitto dove le muse dai toni contrastati si riconoscono grazie ai tradizionali attributi iconografici.
La “stanza di Apollo” si distingue per la figura di Apollo sul cocchio aureo e per la raffinata eleganza della balaustra circolare trattata come un merletto.
Originalità e complessità delle tematiche caratterizzano le ultime due sale dove si contrappongono donne gitane tra scudi e lance e donne alate che reggono un bambino. Non mancano in queste stanze gli scherzi d’amorini o i puttini alati che si esercitano nel ballo, nel suono, che fanno giochi fanciulleschi o che si impegnano nella caccia e nella pesca, riprodotti fedelmente dai più noti repertori classici.
testo di Giovanna Cassata
copyright 2005
Regione Siciliana
Assessorato dei Beni Culturali
e dell’Identità Siciliana
Dipartimento dei Beni Culturali
e dell’Identità Siciliana
Soprintendenza per i Beni Culturali
ed Ambientali di Trapani
-------------------------------------------------------------
La Quadreria dei Milo
G.M. Di Ferro, “Guida per gli stranieri in Trapani”*, Trapani, 1825.
CAPO L.
Oggetti di Belle Arti presso i Particolari
II. Dal Barone di Milo
Ci si presenta nella prima stanza una veduta pastorale, il cui finito lavorio senza aridità, con intelligenza di chiaro-scuro, con ben mesi colori, e purgato disegno, caratterizzano a meraviglia il pennello di scuola Fiamminga, che lo produsse . L’ignoto suo autore volle dimostrarci quanto egli valesse nelle leggi della prospettiva. Animò quella ninfa, e quel pastore di una gioia schietta, grossolana, e ridente. Occupati alla raccolta delle loro frutta, ce li presentano tali, quali richiede la loro specie, e la stagione opportuna, credendo noi di vedervi sù quella dilicata lanugine, quasi la loro naturale freschezza.
Sieguono indi quattro tempeste di mare, due ornate di figure, e due senza. Dal gusto di questi lavori, si conosce la scuola di Antonio Tempesti, e non sarebbe ardire lo attribuirli a lui medesimo per la facilità, e pel genio con cui sono dipinti.
Si vede poscia sopra a tavola, un martirio di S. Stefano, d’ignoto autore, ma di forte pennello Fiammingo.
La stanza susseguente, fra gli altri quadri che la decorano, ne conserva tre del nostro Carreca; cioè un mezzobusto di S.Francesco di Paola, un S.Alberto, e l’abbozzetto di S.Tommaso d’Aquino, ossia di quel sotto in su, che stà nella volta della chiesa della Badia Nuova.
Si distingue parimenti, come un prodotto di scuola Fiamminga, un presepe sopra a tavola, che riunisce molti preggi in suo favore.
Un’Addolorata di mezzana grandezza, è lavoro dei tempi primieri del nostro Cavaliere Errante.
Una Venere poi sopra a tavola, non lascia invidiare le migliori produzioni, che brillano nelle gallerie le più rinomate. Dessa è parto della scuola di Raffaello. Vi riconoscono alcuni la mano di Giulio Romano, ed altri quella di Pierino del Vaga.
Chiunque stato si fosse dei due prediletti discepoli dell’immortale pittore di Urbino, colui che tratteggiò questa Venere, lo fece con tutta l’eleganza, e la precisione di quella primitiva scuola pittorica. La Dea è coverta di un veleggiamento, che lascia trasparire il morbido delle sue carnagioni, del suo colorito, delle sue forme, e delle sue bellezze. Ella manifesta la sua gioja un poco stizzosa, per aver tolto le frecce a Cupido, onde non poterle più diriggere alla via del cuore. Negli occhi della Diva del piacere, vi si ammirano certi vezzosi trasporti, ed un non sò che di diafano, e di cristallino. Il nume della sensibilità, con quelle narici un poco sollevate, annunzia bene tutta la sua collera, e tenta con lo sforzo della sua mossa, di ricuperare gli strumenti del suo potere. E che non dovea produrre il genio d’ un allievo di Raffaello, e che non sapea ben sostenere i preggi tutti dell’invasabile suo maestro?
Sono ammirevoli nella stanza di compagnia, un Battista che predica alle turbe, ed una presentazione della di lui testa alla figlia di Erodiade, opere dell’instancabile Andrea Carreca.
Un’annunzio ai pastori, ed un villico che dorme vicino ad un cane, vengono giustamente caratterizzati come prodotti della scuola di Pietro Novelli.
Sieguono altri due quadri di scuola Fiamminga. Rappresenta l’uno una contadina con un fagiano; e ci offre l’altro una villanella, con cesta di carcioffi.
Un Autunno di scuola Napoletana, ed un Figlio Prodico sopra a tavola, di Pietro dell’Aquila, compiscono le scene pittoriche di questa galleria.
-------------------------------------------------------------
I Milo, Baroni della Salina
tratto da: Burgio delle Gazzere A., Famiglie nobili mazaresi ed Enti religiosi di Mazara già investiti di beni feudali (in corso di pubblicazione)
Un'antica ipotesi fa discendere questa nobile famiglia da Melo di Bari, nobile longobardo, che fu acclamato Principe di Bari, ed indi dall'Imperatore Santo, Enrico, creato Duca di Puglia. Fu costui quello che avendo incontrato nel 1016, una schiera di quaranta giovani normanni, che si recavano in pellegrinaggio al Santuario di Monte Sant'Angelo, ammirato dal loro aspetto marziale, della loro prestanza e vigoria li invitò a tornare in Puglia insieme ad altri compagni, onde formare, alle sue dipendenze un forte esercito, composto da Longobardi e Normanni, per ba***re i Greci di Bisanzio che allora signoreggiavano l'Italia Meridionale. Il suo invito venne accolto, e così avvenne la discesa dei Normanni, nel Sud d'Italia, dove li aspettava un avvenire di avventura e di gloria.
Isidoro La Lumia, nelle sue Storie Siciliane, accenna ad alcune larghe concessioni, fatte dai Sovrani Normanni ai Cavalieri che li avevano aiutati nella conquista dell’lsola, contro i Musulmani, e cita un Diploma di Re Ruggero II, Sovrano di Sicilia, figlio del Gran Conte Ruggero, del 1130, in favore dei Milo di Bari, che erano stati di valido aiuto al padre, nella sua felice avventura siciliana (l'originale trovasi tra i manoscritti conservati nella Biblioteca Comunale di Palermo, R.P.M. 13, vol.I, nota 2, a pag.l68). E' certo che Giovanni figlio di Melo, militò in Sicilia con i suoi armigeri, sotto il Gran Conte Ruggero.
Si stabilì, questa Famiglia in Sicilia, ultimata la conquista, con un Roberto Di Milo, godendosi nobiltà in Trapani, Mazara e Marsala. Alberto di Milo Milite Imperiale e familiare dell'Imperatore Federico II, Svevo, nel 1223, fu Governatore della Città di Trapani e di Monte San Giuliano. Guarniero Milo„ da Alcamo, nel 1403, fu Portunalotto del Porto e Marina di Castellamare del Golfo. Giovanni, Castellano di Santa Lucia, Regio Milite, fu Consigliere di Re Martino I e servì questo Sovrano contro i ribelli Chiaramontani.
Andrea ottenne da Re Alfonso una Salina in Trapani, nella Marina di San Teodoro, che, poi, fu detta Salina di Milo, della quale un Giovanni ne fu investito, col titolo di Barone, il 3.1 .1479, Giacomo figlio di Giovanni il 26.X. 1496, Giovan Giacomo il 14.XII.1545, e Giuseppe il 3.VIII.1600 Questa Baronia fu in possesso della Famiglia sino al momento dell'abolizione della Feudalità (1812).
Bartolomeo Milo fu Capitano di Giustizia di Trapani, nel 1665, sposò Giovanna Guarnotta, figlia di Giovan Benedetto di Monte San Giuliano, e fu padre di Benedetto e di Giuseppe, Capitano di Giustizia di Trapani, nel 1681 e 1695. Un Vincenzo fu Giurato di Mazara, nel 1706. Francesco Milo e Burgio di Mazara, figlio di Cesare, Signore di Campobianco, Baronia e Fendo, in territorio di Mazara, che anticamente era chiamato "Madonna Giovanna" e che era stato infeudato da Girolamo Sansone e Alliata, che se ne era investito Barone, il 15.XII.1694, e che in seguito era stato acquistato dai Signori Milo, si investì del titolo di Marchese di Campobianco, per concessione dell'Imperatore Carlo VI, Re di Sicilia, [vedi suo testamento in Notar Francesco Costa di Marsala del 28.X.1744]. Sposò costui Anna Sansone e Montaperto, figlia di Diego dei Duchi di Torrefranca di Mazara e fu Capitano di Giustizia di Mazara nel 1742. Morì in Mazara il 23.IV.1751 Altro Francesco Milo e Fici fu Proconservatore di Mazara nel 1730, Capitano di Giustizia di Marsala, nel 1740, e Giurato nel 1743. Il figlio di costui, Cesare Milo e Sansone, Marchese e Cavaliere Costantiniano, sposò in prime nozze, Caterina Sicomo e Collusio dei Baroni di Vita, ed in seconde nozze Maria Genna Barbara e fu Capitano di Giustizia di Mazara, nel 176 Vincenzo suo fratello fu Giurato in Mazara nel 1798. Benedetto succedette al padre Bartolomeo, nel titolo di Barone della Salina, a 20.X.1740, fu Senatore di Trapani, nel 1747 e 1757 e fu padre di Bartolomeo Felice, di Martino e di Giuseppe, che per la morte senza figli dei suoi fratelli maggiori, si investi della detta Baronia, a 5.IX.1807 Mario Milo e Fici, fu Prefetto di Mazara, nel 1746 e 1765. Vincenzo fu Viceammiraglio della Corte Almirantica di Marsala, ed un Francesco fu Sindaco di Marsala. Vincenzo Milo e Sansone fu Giurato di Marsala, nel 1798. Un Ignazio fu Notaro della Corte Civile di Mazara, nel 1803. Rocco Milo e Palma fu Senatore di Marsala nel 1812. Rocco Milo e Genna fu Tenente Colonnello negli Eserciti delle Due Sicilie. Si imparentò questa Famiglia in Mazara, con le Famiglie Burgio, Adamo, Sansone, avendo Emilia di Milo sposato, nel 16.., Niccolò di Burgio Barone di Xirinda, Cesare Milo ed Adamo sposò Brigida Burgio e La Rocca, nel 16.., Bianca di Milo ed Adamo sposò, il 7.VII. 1696, Niccolò IV di Burgio Duca di Villafiorita, Governatore di Mazara e Commissario Generale per le numerazioni del Regno (1714). Girolamo Sansone e Carafa, sposò nel 1710, Maria Milo e Burgio. Francesco Milo e Burgio sposò Anna Sansone e Montaperto, nel 1733. Francesco Sansone e Mandina sposò Cesaria di Milo. Vincenzo Milo e Sansone acquistò la Salina di Villadimare o dell'Infelsa, essendone stato investito con il titolo di Signore il 10.XII. 1804 Possedeva questa Famiglia in Trapani un ampio degno Palazzo, ancora esistente nella centrale via Garibaldi ben restaurato e ben tenuto, oggi di proprietà di altra Famiglia.
Riepilogando annotiamo qui di seguito i titoli nobiliari goduti da questa Famiglia in Sicilia:
Marchese di Campobianco, Baronia e Feudo Nobile in territorio di Mazara, chiamato anticamente Madonna Giovanna, Francesco Milo e Burgio, cittadino Mazarese, figlio di Cesare, se ne investì con privilegio del l5.III.1698.
Barone di Milo, titolo onorario sul cognome, Benedetto ne fu investito a 3.X.1687, per concessione di Re Carlo II.
Barone della Salina di Trapani, detta di Milo, di cui Giovanni Milo ne fu investito a 3.1.1479, per concessione di Re Ferdinando il Cattolico.
Signore della Salina dell'Infelsa, già 1/2 Salina Villadimare di Marsala, Vincenzo Milo e Sansone ne fu investito a lO.XII.1804, per concessione di Re Ferdinando I di Borbone.
La Famiglia Milo è cosi annotata nell'Elenco Ufficiale della Nobiltà Italiana del 1922:
1. Milo, Marchese di Campobianco (s.s.) m.p.r., origine Sicilia, ultimo investito Francesco Milo (7 gennaio 1792).
2. Milo, Barone della Salina di Trapani (s.s.) m.p.r., origine Sicilia, ultimo investito Giuseppe Milo (5 settembre l807).
3. Milo, Signore della Salina dell'Infelsa (s.s.) m.p.r., origine Sicilia, ultimo investito Vincenzo Milo e Sansone (10 XII 1804).