24/09/2025
𝐋’𝐞𝐫𝐨𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐢𝐜𝐮𝐫𝐞𝐳𝐳𝐚: 𝐮𝐧 𝐨𝐬𝐬𝐢𝐦𝐨𝐫𝐨 𝐝𝐚 𝐬𝐦𝐚𝐬𝐜𝐡𝐞𝐫𝐚𝐫𝐞
Poniamo il caso in cui un medico di emergenza urgenza racconti pubblicamente, compiaciuto, di lavorare in un reparto di Medicina di Emergenza Urgenza con circa 200 accessi giornalieri (perciò ad alta capacità produttiva), con grande prevalenza di traumi, svolgendo turni anche di 12 ore consecutive, nonostante una frattura alla scapola. Poi poniamo anche il caso in cui, una società scientifica di settore, ipoteticamente, plauda all’impresa inneggiando all’orgoglio e alla fierezza per questo genere di comportamenti e di sacrificio che, a ben vedere, forse andrebbero invece correttamente stigmatizzati. E dopo poniamo il caso in cui il National Health Service britannico, contemporaneamente pubblichi un report investigativo dal titolo The Impact of Staff Fatigue on Patient Safety nel quale si analizzano i rischi che la stanchezza e lo stress degli operatori sanitari comportano per la sicurezza dei pazienti.
Ci troveremmo, forse, innanzi a due visioni diametralmente opposte: da un lato, il culto del sacrificio personale e del machismo che conducono alla fatica ed allo stress; dall’altro, l’evidenza scientifica dei suoi effetti negativi su operatori e quindi utenti.
Se per gli esperti militari operanti nei sistemi ad alto rischio “se hai mal di pancia” non puoi lanciarti con un paracadute da 10.000 metri per portare a termine una missione rischiosa, per quale motivo, invece, per un professionista sanitario cui è affidata una missione altrettanto importante e rischiosa, la salute pubblica, in un sistema sociotecnico complesso a rischio gestito, questo non dovrebbe valere? Verrebbe mai autorizzato un pilota dell’aeronautica civile a volare, con centinaia di passeggeri a bordo, con un arto fuori uso?
Come potrebbe quindi un medico, con un arto fuori uso, eseguire una buona sutura complessa, una manovra ortopedica riduttiva o una rianimazione cardiopolmonare efficace in condizioni di emergenza, magari in assenza di altri colleghi “esperti” o disponibili al momento? In un sistema già provato dalla carenza di personale qualificato, simili scenari sono tutt’altro che remoti.
In quali altre organizzazioni sociotecniche complesse – come sono la sanità e, in particolar modo, la medicina d’emergenza urgenza – si celebra la minorazione fisica come segno di dedizione al lavoro e valore?
Secondo la visione di R. Amalberti, il saper essere professionista, la figura dell’attore equivalente ed il conseguente abbandono della “mentalità dell’artigiano”, non possono prescindere dalle condizioni minime di idoneità fisica e mentale che sono perciò da considerarsi imprescindibili, conditio sine qua non. La sicurezza e la qualità delle cure non possono poggiare sull’abnegazione individuale ma su una solida e matura cultura organizzativa, capace di distinguere tra resilienza individuale e possibile fonte di pericolo.
Celebrando episodi del genere si correrebbe il rischio di “normalizzare la devianza” (D.Vaughan), l’eccezione e l’anomalia. Si favorisce un modello di lavoro insostenibile, che “scivola” silenziosamente verso il rischio sistematico (drift to danger), come ben spiegano gli studi di J. Rasmussen (2000), sulla deriva organizzativa, che indirizza le azioni umane verso un’area in cui gli infortuni accadono, o accadono con maggiore probabilità, invece di restarne prudentemente lontani.
Se il medico immaginario citato nell’ipotetico caso, che avesse lavorato con la scapola fratturata poi, esaltandosi in questo periglioso clima di celebrazione del rischio, apparisse persino divertito dall’empatia suscitata dalla propria nuova condizione di menomazione fisica nei confronti di utenti e pazienti del pronto soccorso, chiedendosi perché mai non avrebbe dovuto farlo mostrerebbe, a ben vedere, un preoccupante basso livello di situational awareness (consapevolezza della situazione operativa).
Se è comprensibile che certi comportamenti rischiosi siano, talvolta, messi in atto da singoli professionisti, sarebbe tuttavia inopportuno che le società scientifiche condividessero, e implicitamente esaltassero, questo approccio.
Queste ipotesi dovrebbero suscitare profonda riflessione invece, soprattutto per tutelare la fascia di giovani professionisti che si affacciano in contesti lavorativi con accettazione del rischio di livello inferiore alle High Reliability Organizations (10-4), e un po’ più vicine agli ambienti Adaptive (10-3).
Dopo anni di impegno per migliorare la sicurezza delle cure, ci ritroveremmo a celebrare l’eroismo individuale al posto della prudenza, del metodo e del buon senso.
Sarebbe il segnale di un’involuzione culturale che avanza. Servirebbe oggi, più che mai, il coraggio di scuotere le coscienze, per riportare il discorso su binari di consapevolezza, realismo e responsabilità e non sull’esaltazione dell’eroe che nella tradizione classica, solitamente, muore giovane.Se poi, invece, scoprissimo che tutto ciò non fosse un caso ipotetico esemplificativo e di studio? ■
Luigi di Candido - Coordinatore Puglia I.N.S.H.
Italian Network for Safety in Healthcare