09/05/2026
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C'è una signora di ottantadue anni, da qualche parte in Italia, che proprio in questo momento è stesa su una barella in un corridoio di Pronto Soccorso.
È lì da diciotto ore. Ne mancano altre cinque, in media, prima che riesca a trovare un posto letto.
Accanto a lei, magari, c'è il figlio in piedi che le tiene la mano. Ogni tanto va a chiedere agli infermieri, che non hanno colpa di nulla, se c'è una novità.
La novità non c'è. Non perché siano cattivi, ma perché sono in tre dove dovrebbero essere in otto.
Questa scena, oggi, in Italia, si ripete nel 70% dei Pronto Soccorso.
Lo dice l'indagine pubblicata ieri dalla Società Italiana di Medicina di Emergenza-Urgenza: tre milioni di accessi censiti, ventitrè ore di attesa media in barella, nove ospedali su dieci sotto organico, costretti a tappare i buchi chiamando medici gettonisti pagati a chiamata per la mancanza di personale.
E mentre quella signora aspetta su una barella, Giorgia Meloni va in televisione e ripete sempre la stessa frase imparata a memoria, cioè che il suo governo "ha messo sulla sanità più soldi di chiunque altro".
È una presa in giro. Perché l'unico indicatore che conta davvero, in tutto il mondo, è il rapporto tra spesa sanitaria e PIL. Ed è lì che si vede se un governo investe sulla salute o se la sta lasciando affondare.
Sotto Meloni quel rapporto è sceso al 6,3%, contro il 6,7% della Spagna, il 9,1% del Regno Unito, il 9,7% della Francia, il 10,6% della Germania.
Si chiama definanziamento e il prezzo delle bugie di Giorgia Meloni lo paga la signora di ottantadue anni stesa su una barella. Lo paga il figlio che aspetta lì per ore. Lo paga il personale del Pronto Soccorso, costretto a sopperire ai disastri del Governo.
Lo paga ognuno di noi, ogni volta che ci capita di finire al Pronto Soccorso e scoprire che la "sanità più finanziata di sempre" in realtà è questa.