02/06/2026
C’è un volto che più di ogni altro racconta il 2 giugno 1946. È quello di Anna Iberti: una ragazza di ventiquattro anni che sorride mentre sbuca dalla prima pagina del “Corriere della Sera” con il titolo “È nata la Repubblica Italiana”. La fotografia, scattata dal grande fotoreporter Federico Patellani, sarebbe diventata una delle immagini simbolo della nascita della Repubblica. Per decenni nessuno seppe davvero chi fosse quella giovane. Solo molti anni dopo si scoprì che si chiamava Anna Iberti e lavorava al quotidiano socialista “Avanti!”. Era una donna comune, una delle tante italiane che in quei giorni attraversavano la fine del fascismo e della guerra tentando di costruire un paese diverso.
Ed è proprio questo il punto centrale di quella fotografia.
Il 2 giugno fu il tentativo di rompere con la storia dell’Italia monarchica. Di rompere con le violenze sui contadini e sugli operai dopo l’Unità, di rompere con la carneficina della Grande guerra, di rompere il regime fascista, fondato su classismo, colonialismo e violenza.
Fu la prima volta che le donne italiane - dopo alcune amministrative di poco precedenti - smisero di essere escluse formalmente dalla vita pubblica e poterono contribuire a cambiare il paese.
Se purtroppo questo cambiamente non ha raggiunto i livelli sperati non è certo per colpa di chi, come Anna Iberti, ci ha provato in tutti i modi. Dietro quel sorriso non c’era una Repubblica astratta ma c’erano le partigiane, gli operai, i deportati, gli scioperi antifascisti, le donne che avevano nascosto armi e compagni, i giovani morti nelle montagne e nelle città occupate.
La Repubblica italiana non è nata dalla passività e dalla resa, non dalla neutralità o dalla pace sociale, ma da una lotta radicale contro un ordine fondato sul privilegio e sulla violenza.
E il senso più profondo del 2 giugno è nel riaffermare questo: che le persone comuni, donne senza potere, lavoratori e ultimi della società possano cambiare la storia.