20/06/2024
Cari amici della newsletter,
bentornati a questo nostro appuntamento bisettimanale.
È la prima newsletter dopo le elezioni europee, ed è il momento di essere ancora più franchi e diretti del solito. Penso sia un dovere di ciascuno di noi parlare con la massima chiarezza: non solo per il rispetto che ognuno di noi deve alla nostra comunità, ma anche perché solo col confronto schietto e senza tatticismi possiamo trovare di nuovo un cammino praticabile.
Con serenità e senza bisogno di fare drammi o tragedie. La politica, e ancor più la vita, spesso ci mettono di fronte a momenti in cui occorre un sovrappiù di coraggio e di franchezza per poterci migliorare. Ma far questo non significa “eccedere in personalismi”, “rinnegare il passato”, “voler prendere il posto di…”. No. Più semplicemente, significa voler contribuire a ritrovare una prospettiva, anche se sarebbe più facile e comodo continuare a tacere.
Le elezioni sono andate molto male. Sono andate molto male le europee (con il risultato del 3,77% della lista Stati Uniti d’Europa, che oltre a noi raccoglieva altre cinque formazioni politiche), e sono andate molto male alcune cruciali elezioni amministrative, come ad esempio Firenze.
L’errore più grande che possiamo commettere è pensare che questo esito – su cui, ripeto, non ci devono essere ambiguità – possa essere colpa di questo o quel leader, di questo o quel dirigente, di questa o quella “cordata”. E conseguentemente, usare l’occasione per regolare dei conti o per sostituire una “cordata” con un’altra.
A mio parere, provando a ragionare di politica, le elezioni sono andate molto male perché si è esaurito un ciclo, e si è esaurita l’agibilità politica dell’attuale configurazione “centrista” (o comunque di chi non si riconosce nei due principali schieramenti). Non serve trovare un colpevole: serve ragionare di politica, se possibile con lucidità e senza rancori o secondi fini di nessun tipo.
Il ciclo che si è concluso iniziò nell’autunno 2019, quando nell’area centrista nacquero, originando entrambe da una scissione del Pd, due formazioni politiche aventi entrambe l’obiettivo di conquistare un’agibilità politica che era preclusa precedenti case.
Questo ciclo ha avuto, sempre a mio parere, un momento di declino irreversibile quando nell’aprile 2023, a soli sei mesi da elezioni politiche che ci avevano consegnato un risultato molto incoraggiante, sciaguratamente si fece a pezzi il Terzo Polo, che di quelle due formazioni aveva rappresentato un tentativo di fusione. Per responsabilità in primo luogo (ed in gran parte) di Carlo Calenda. Ma non solo.
L’agibilità politica ora ci è preclusa perché l’attuale configurazione non possiede alcun tipo di prospettiva politica. Il massimo che possiamo fare, al momento, è sopravvivere cercando di inventarci un nuovo modo di superare il prossimo scoglio, e la prossima soglia di sbarramento.
Ma questa non è agibilità politica, e a pensarci bene non è nemmeno sopravvivenza: semplicemente, non è all’altezza del nostro passato, della passione che i militanti e i dirigenti di base ci mettono da anni senza chiedere nulla in cambio, delle speranze della nostra comunità e del destino che essa merita.
In questo momento non abbiamo la scelta tra due o più alternative, più o meno desiderabili a seconda delle legittime preferenze di ciascuno di noi. La scelta è tra la sparizione (della nostra esperienza politica e, visti i risultati simili degli altri, di un’intera area di rappresentanza politica del paese), o l’inizio di un cammino per ricostruire tutto daccapo.
Subito dopo il voto Matteo ha annunciato un congresso straordinario di Italia Viva in autunno, con due obbiettivi: uno importante, l'altro meno.
Quello importante è discutere la linea politica per ricominciare daccapo e ricostruirci una prospettiva e un’agibilità politica. Ancor più importante perché all’interno della nostra comunità esistono idee molto diverse – e tutte molto autorevoli – su come farlo.
Quello meno importante, ma evidentemente collegato al primo, è scegliere un nuovo Presidente del nostro partito.
Due giorni dopo, in questa intervista al Riformista, a domanda precisa ho risposto che si, se il congresso dovesse effettivamente essere convocato - e non solo annunciato, come al momento - mi metterò in gioco personalmente per dare il mio contributo alla definizione di una prospettiva politica (QUI e QUI ho ulteriormente chiarito il mio pensiero, in due interviste radiofoniche, e anche a Coffee Break questa mattina dove abbiamo parlato di Europa, di Patto di Stabilità, della Francia e del congresso di IV e le prospettive del centro).
Come forse ricorderete, l’ho fatto anche nel nostro precedente congresso dello scorso ottobre (il primo, in cinque anni). Non presentando una mia candidatura, ma diffondendo questo documento politico. Anche allora le reazioni di parte del gruppo dirigente furono infastidite, così come lo sono state – molto di più – in questa occasione.
Ed è su questo che mi voglio soffermare ora.
Non so come ci siamo arrivati, ma siamo finiti in una situazione paradossale in cui – sia a livello nazionale che locale – invece di valorizzare la discussione e il confronto, non appena qualcuno si azzarda a pronunciare una sillaba, viene criminalizzato. Viene accusato di non essere leale alla causa, di avercela con “tizio” o con “caio”, di “non ringraziare abbastanza Matteo” e via di altre sciocchezze simili.
È anche questo atteggiamento che ha contribuito a rendere più piccola e meno forte la nostra comunità politica.
È un atteggiamento di chi si stringe a coorte a difendere un fortino, e guarda con sospetto chiunque non stia sufficientemente sull’attenti, invece di quello di chi vuole cercare un confronto per tornare a essere forti, ridare speranza alla nostra comunità e regalarci un nuovo orizzonte di prospettiva.
Io non ho voluto rispondere ad attacchi e provocazioni, né intenderò farlo. Perché qui non è in gioco la simpatia o l’antipatia di qualsiasi dirigente, o la sua futura collocazione: è in gioco – e al momento seriamente compromessa – l’esistenza della nostra esperienza politica. Che è più grande dei destini personali di ciascuno di noi.
Nel frattempo, con Enrico Costa abbiamo ripreso a girare l’Italia, modificando il titolo delle nostre iniziative. In molti hanno commentato questa sua intervista, trascurando completamente il 99% di quello che ha detto e soffermandosi sull’ultima risposta, cogliendo l’occasione per ricominciare l’ennesimo e ormai devastante ritornello da nomination del Grande Fratello.
Io la vedo in modo molto più semplice: Italia Viva e Azione sono due comunità politiche che devono molto, forse tutto, ai loro attuali leader. Aspettarsi che mentre noi difendiamo, e lo facciamo convintamente, quello che il nostro ha rappresentato e rappresenta, mentre loro debbano trascinare il loro sulla pubblica piazza e sputargli addosso, è un atteggiamento nella migliore delle ipotesi ingenuo. O, nella visione di chi “sapientemente” manovra alcuni profili social anonimi, direi disperato.
So che sono giorni complicati, soprattutto per i tanti di voi che la politica non la fanno sui comodi scranni parlamentari ma nella polvere dei banchetti e tra le persone al bar (e grazie ancora una volta per quello che avete fatto, che fate e che farete).
Ma vorrei anche condividere una riflessione: non vi è nulla di male se oggi, a dieci giorni dalla sconfitta, non abbiamo ancora un’idea perfettamente chiara e unanime su cosa fare. Sarebbe davvero strano se fosse così, se ci pensate.
Abbiamo bisogno di riflettere, di parlarci, di condividere dubbi e domande, di trovare delle risposte insieme.
Anche perché nell’area liberal-democratica c’è fermento, come vedete dalle interviste e dalle iniziative che si susseguono, di tanti amici che da tempo camminano insieme a noi.
Vi segnalo in particolare l’intervento di Oscar Giannino ieri su Il Foglio e di Andrea Marcucci oggi su Il Tempo. E anche qui, è una cosa buona: meglio pensare e discutere, che aspettare cosa dice qualcuno e ripeterlo, e criminalizzare chi non lo fa.
Ovviamente, questo fermento condurrà nei prossimi mesi a qualcosa di buono se la smetteremo di rintanarci a difesa di un fortino che non c’è più, se la smetteremo di considerare un poco di buono chiunque voglia discutere, se la smetteremo di personalizzare sempre tutto (ormai non si può più avanzare un ragionamento politico: se lo fai, sei sempre accusato di voler parlare solo di nomi) e se torneremo a sentirci comunità in modo un po’ diverso da come lo siamo stati ultimamente.
Io ho ancora fiducia, e spero con tutto il cuore ce l’abbiate anche voi.
A presto
Luigi Marattin