25/04/2026
🇮🇹𝑭𝑬𝑺𝑻𝑨 𝑫𝑬𝑳𝑳𝑨 𝑳𝑰𝑩𝑬𝑹𝑨𝒁𝑰𝑶𝑵𝑬 🇮🇹
25 𝑎𝑝𝑟𝑖𝑙𝑒 2026
Questa mattina a il Sindaco, Vincenzo Giovagnorio, insieme ai componenti della e del , ha preso parte alle celebrazioni organizzate in occasione del .
Un momento di raccoglimento e memoria condivisa per rendere omaggio ai valori della libertà, della democrazia e della pace, fondamento della nostra Repubblica.
Nel corso della cerimonia Romana Rubeo ha tenuto un appassionato discorso commemorativo dedicato al significato e all’attualità della Festa della Liberazione.
“Buongiorno a tutti,
Grazie al Sindaco Vincenzo Giovagnorio per avermi esteso l’invito a parlare qui, oggi. Quando l’ho ricevuto non ho potuto fare a meno di pensare alla me bambina, che veniva qui, tra le fila della banda, ad ascoltare le parole dell’Avvocato Vincenzo Marini, che con i suoi discorsi appassionati sugli studenti universitari di Curtatone e Montanara ci trasmetteva, quasi per osmosi, alcuni valori, e questo è il lato positivo di crescere in una comunità come Tagliacozzo.
Ho pensato poi a lungo a quale fosse il senso più autentico di trovarsi qui, oggi, nel 2026. Non siamo qui per compiere un rito stanco o per sfogliare un album di vecchie fotografie ingiallite. Siamo qui per riattivare una memoria che deve essere "viva", e che deve permetterci di trovare quegli anticorpi che ci permettano di riconoscere e scovare il nemico della Liberazione, ovvero l’orrore dell’oppressione e dell’occupazione e di guardarlo in faccia, annientandolo.
C’è un motivo intimo che mi lega a questa data. Io dico con orgoglio, e ho avuto l’onore di dirlo anche quando ho avuto l’occasione di presentarmi al di fuori di Tagliacozzo e al di fuori dell’Italia, che io sono figlia e nipote di queste montagne e, con loro, di quella storia.
Porto nel mio DNA i racconti dei miei nonni, che all’epoca, negli anni bui del fascismo e poi dell’occupazione nazista anche di queste terre, scelsero quella che allora sembrava la strada più impervia. E la scelsero per il profondo amore che nutrivano per questo Paese, per il futuro che immaginavano.
Come loro, tanti giovani italiani decisero di mettere a rischio la propria vita per quella che consideravano una necessità morale.
Perché stare dalla parte giusta della storia non è sempre la strada più intuitiva, in un determinato momento storico, anzi. Spesso la macchina dell’informazione dominante, quella che oggi viene chiamata mainstream, ci porta a credere che l’assetto di potere che determina certi orrori sia di senso comune, sia giustificato, sia “giusto”.
Ma stare dalla parte giusta della storia, oggi come allora, non è solo una battaglia politica, ma una scelta antropologica: la scelta di stare dalla parte della parola contro il silenzio imposto, della dignità contro l'umiliazione, dell’umanità contro l’aberrazione.
Quella lotta e quella scelta di libertà che tanti giovani e giovanissimi operarono, contro il senso comune, contro il potere costituito, pagando con la povertà, la fame e spesso anche con la vità, hanno trovato la loro casa nella liberazione e nella nostra Costituzione.
Non a caso Piero Calamandrei diceva che se volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, dovete andare nelle montagne dove caddero i partigiani (ovvero quei giovani e giovanissimi), nelle carceri dove furono confinati, nei campi dove furono impiccati.
Oggi, in un'epoca che sembra aver perso, smarrito l’orizzonte della complessità, la Costituzione può essere ancora la nostra casa, la bussola con cui possiamo orientarci per distinguere quel bene dal male, quella parola dal silenzio, quell’umanità dall’aberrazione.
"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale," recita l’articolo tre. Non dice "alcuni". Dice "tutti". È questo il cuore pulsante dell’umanità contro l’aberrazione: l’idea che non esistano uomini di serie A e uomini di serie B. E che la sofferenza di un essere umano deve riguardarci tutti, a prescindere dalla sua provenienza o dal suo credo.
E pensate all’Articolo 11, così attuale oggi: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli". “Ripudiare” è un verbo tassativo. Non dice "evita" o "sconsiglia". Dice che l'essenza stessa della nostra Repubblica è incompatibile con la guerra e con la complicità verso chi usa la guerra come strumento di ooppressione di un altro popolo.
Qui, in questa piazza, il mio pensiero non può non andare a chi, ancora oggi, vive nell'attesa di quella stessa libertà che noi celebriamo.
La mia vita personale e professionale mi porta a confrontarmi ogni giorno con chi sperimenta sulla propria pelle cosa significhi vedere negati i propri diritti fondamentali, anche la propria stessa umanità. Quando guardo negli occhi quei giovani, quei civili palestinesi a cui ha fatto riferimento il nostro sindaco, vedo gli occhi giovani di mio nonno e dei nonni del nostro Paese.
Bisogna trovare in quei giovani e giovanissimi di allora il coraggio dentro di noi di dire e di agire: di dire che la libertà non è un recinto chiuso. La libertà o è di tutti, o è un privilegio di pochi. E il 25 Aprile è la negazione di ogni privilegio.
Quando guardiamo ai conflitti che feriscono il nostro tempo, non dobbiamo vederli come eventi distanti. La lezione che i nostri nonni ci hanno lasciato è che l’ingiustizia fatta a uno solo è un’ingiustizia fatta a tutta l’umanità.
Quei giovani di allora ci hanno insegnato l'empatia: la capacità di sentire il dolore dell'altro come se fosse il nostro. Non possiamo dirci pienamente liberati se chiudiamo gli occhi davanti alla mancanza di libertà altrui.
E non possiamo dirci pienamente liberati se non agiamo, conseguentemente alle nostre parole, per raddrizzare le storture, per coltivare ogni giorno il seme dell’umanità contro l’aberrazione.
Resistere, oggi, significa soprattutto combattere l’indifferenza. Significa non scivolare nel cinismo di chi dice "tanto non cambierà nulla". Significa prendersi cura degli altri, non chiudere gli occhi, non voltarsi dall’altra parte.
Dobbiamo essere e farci "sentinelle della memoria".
Ieri il nostro sindaco ha presentato questa giornata scegliendo dei bellissimi versi di un poeta palestinese che io amo profondamente, Mahmoud Darwish.
Oggi ne scelgo altri, sempre di Darwish:
Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.
Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.
Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.
Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,
e di’: magari fossi una candela in mezzo al buio”.
Viva le candele in mezzo al buio, viva la Resistenza contro l’oppressione, viva la nostra Costituzione, e viva l’Italia liberata.”
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