30/12/2021
«La musica è forse l’esempio unico di ciò che avrebbe potuto essere la comunicazione delle anime (se non ci fossero state l’invenzione del linguaggio, la formazione delle parole, l’analisi delle idee)». Se la cavava così Marcel Proust nel su “La prisonnière”. Aveva ragione di scriverlo? Sono stati il linguaggio, le parole e le analisi ad aver impedito la missione della musica oppure essi stessi se ne sono fatti carico derubricando l’arte delle muse a mero tappeto sonoro? A giudicare da quanto detto anche in questo 2021 che va ad inabissarsi, di spirituale c’è stato ben poco. La cacofonia narrativa e prescrittiva di questo biennio pandemico è lì fuori che pone più domande delle risposte che ci meritiamo. Parrebbe quindi opportuno prendere in considerazione soltanto la pars destruens del dire; renderci conto della sofferenza della musica, in sé e per sé. Eppure se scindessimo il binomio talk-show forse potremmo avere il meglio di entrambi, giacchè anche le parole servono e, come si vede, le stiamo utilizzando. Anche per ricordaci che la migliore musica nasce soffrendo, e che se mai dovessimo porre in musica questo messaggio di auguri ne scaturirebbe certamente una work song che, in modalità, call and response, congiungerebbe certamente le nostre anime. È per questo che la scuola MeA è qui: per comunicare, per comunifare, per fare comunità. Prendiamo ora il nostro strumento, la nostra voce, le nostre parole, una boccata d’ossigeno e di iodio e, docenti o corsisti poco importa, iniziamo a dosare le energie che questi altri 365 che ci aspettano saranno suonati come vogliamo noi. Buon anno!