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PCL Siena Pagina ufficiale del nucleo di Siena del Partito Comunista dei Lavoratori

Via libera agli oppressori per il bene degli oppressi.
21/10/2026

Via libera agli oppressori per il bene degli oppressi.

🚩 L’ACCORDO FRA TRUMP E PUTIN, SULLA PELLE DEL POPOLO UCRAINO 🇺🇦
Quando i fatti uccidono i miti

Partito Comunista dei Lavoratori

👉🏼 https://pclavoratori.it/laccordo-fra-trump-e-putin-sulla-pelle-del-popolo-ucraino/

Ma non era… una guerra per procura quella dell’Ucraina contro la Russia? Non erano gli USA i principali “procuratori” di questa guerra, trascinando a rimorchio governi europei, sempre più subalterni alla vocazione guerrafondaia americana contro Putin? Non era Zelensky il capo di un governo fantoccio guidato da Washington? …

Per quasi cinque anni il senso comune di un ampio settore di popolo della sinistra in Italia è stato imbevuto di queste idiozie. Un giornalista montanelliano come Marco Travaglio si è preso cura di confezionarle con particolare zelo, servendosi della collaborazione di un professore mitomane (Alessandro Orsini) e di un ex generale della NATO (Fabio Mini). Larga parte della sinistra cosiddetta radicale e del mondo pacifista ha fatto spesso da cassa di risonanza..

Sta di fatto che da un paio d’anni il secondo governo di Donald Trump ha picconato questa rappresentazione nelle sue stesse fondamenta. L’intesa in Alaska fra Trump e Putin sulla spartizione dell’Ucraina già un anno fa chiariva quale fosse il terreno d’incontro fra imperialismo USA e imperialismo russo: Trump offriva a Putin il proprio disimpegno progressivo da ogni aiuto all’Ucraina. Putin ricambiava col semaforo verde in sede ONU alla spartizione della Palestina (voto di astensione di Russia e Cina sul piano coloniale del Board of Peace di Trump). Netanyahu, sodale di Trump, contraccambiava a sua volta alle Nazioni Unite col voto contrario di Israele alla condanna dell’invasione russa della Ucraina. Un cinico mercimonio sulla pelle dei popoli tra potenze imperialiste e coloniali, vecchie e nuove.

Un solo fattore ha ostacolato la concretizzazione dell’intesa Trump-Putin in Alaska: la tenuta e rilancio della resistenza ucraina, soprattutto in ragione del ricorso ai droni di lunga gittata contro le raffinerie russe, prima fonte di finanziamento della guerra di Putin. In altri termini, Trump aveva concesso a tavolino a Putin ciò che Putin non è stato in grado di prendersi sul terreno.

Ora la nuova intesa Trump-Putin sulla liberalizzazione delle forniture petrolifere russe (anche per cercare di abbassare il prezzo del diesel in prossimità delle elezioni americane); il pronunciamento convergente fra Trump e Musk contro ogni attacco ucraino alle raffinerie di Mosca; la limitazione della copertura satellitare delle forze ucraine… puntano apertamente al crollo della resistenza. Non tanto sulla linea del fronte, dove l’esercito ucraino, nonostante tutto, ha persino ultimamente recuperato terreno, come in Donetsk. Ma dai cieli, dove i bombardamenti russi sulle città ucraine – su centrali elettriche, dighe, ponti, ferrovie, aziende, porti, case, supermercati… – si intensificano giorno e notte, con l’aumento esponenziale di vittime civili e distruzioni.

Ora Travaglio saluta come positiva l’intesa fra Trump e Putin, in quanto contributo alla pace. «Quando due potenze si parlano è sempre positivo, visto che noi siamo in mezzo» dichiara testualmente, col solito sorriso sardonico. Case, scuole, ospedali sventrati, la condizione di terrore e disperazione in cui versa la popolazione ucraina in ogni città, la prospettiva di un terribile inverno di morte per assenza di energia elettrica e riscaldamento, sono solo spiacevoli dettagli. Riguardano gli ucraini, non noi. Del resto se la sono voluta, resistendo da quasi cinque anni all’invasione della seconda potenza militare del pianeta, per di più nucleare. Cosa potevano aspettarsi d’altro? Noi già cinque anni fa avevamo detto loro che dovevano arrendersi. Per il loro bene, naturalmente. È questa la sostanza reazionaria del “pensiero” travaglista. Via libera agli oppressori per il bene degli oppressi. È la stessa logica con cui il Fatto Quotidiano salutò inizialmente come positivo il piano Trump per Gaza nel nome della “pace”.

In fondo, il pacifismo di Travaglio è semplicemente il “lasciateci in pace”. Il fastidio irrequieto del borghese piccolo piccolo per i guai altrui che pretendono di coinvolgerlo.

Trasformando la giusta opposizione all’economia di guerra nella campagna per la resa dell’Ucraina, cioè nella negazione del suo diritto a difendersi in armi dall’invasione, Travaglio non compie solo una mistificazione di merito, sovrapponendo questioni distinte, ma confessa candidamente il proprio cinismo. Lo stesso cinismo che anima per ragioni elettorali un Giuseppe Conte, un Matteo Salvini, un Roberto Vannacci. Nel loro caso conta solo il portafoglio delle urne (e forse per Vannacci anche altro). Nel caso di Travaglio, lo spazio di mercato del proprio quotidiano. Non altro.

La chiusura del sito produttivo di Siena della Beko (ex Whirlpool) sacrificata nella fallimentare strategia sindacale, p...
14/10/2026

La chiusura del sito produttivo di Siena della Beko (ex Whirlpool) sacrificata nella fallimentare strategia sindacale, perseguita tante volte in occasione di vertenze nazionali, che mette gli stabilimenti e i rispettivi territori gli uni contro gli altri, vede piu' che dimezzata. ( circa 140 lavoratori sui 299 iniziali) la forza lavoro rimasta in attesa di una soluzione ponte per un ipotetico rilancio industriale. Sindacati, maestranze e istituzioni sono aggrappati ad un ipotetico e ventilato interesse di Leonardo.
Qualche studente in giro per l' Italia mostra di avere le idee molto piu' chiare al proposito

Sciopero regionale toscano e corteo a Massa, contro la stretta autoritaria in atto, per la liberta' di manifestare e in ...
14/10/2026

Sciopero regionale toscano e corteo a Massa, contro la stretta autoritaria in atto, per la liberta' di manifestare e in solidarieta' alle persone chiamate in giudizio dopo le manifestazioni contro il genocidio palestinese, Pcl presente

22/09/2026

VIA L'ITALIA DAL MAR ROSSO E DAL GOLFO PERSICO! RITIRO DA TUTTE LE MISSIONI MILITARI! 📢

🔴 Per una campagna unitaria a sinistra, rimuovendo complicità e ambiguità

“Colpito un caccia italiano in Arabia Saudita!” grida la stampa borghese con aria di scandalo. Ma cosa ci fanno le forze militari italiane nel Regno Saudita, per di più in un contesto di guerra? “Difendiamo i nostri interessi nazionali!” tuona il possente ministro Crosetto. Ma quali sono esattamente gli interessi italiani in Arabia Saudita e più in generale nella regione mediorientale? Questo è il punto che i governi borghesi tricolori – tutti – pudicamente nascondono sotto un velo di retorica ipocrita.

Partiamo da un dato oggettivo. La presenza militare italiana in Medio Oriente è massiccia e prolungata nel tempo: missione Unifil in Libano aggiornata dal governo Prodi nel 2006; missione EuNavfor-Operazione Atalanta al largo della Somalia approvata dal governo Berlusconi nel 2008; missione militare in Libano (Mibil) varata nel 2015 dal governo Renzi; Prima Parthica-Inherent Resolve in Iraq approvata nel 2014 dal governo Letta; partecipazione a missione NATO in Iraq e Kuwait dal 2020 approvata dal governo Conte; missione Emasoh-Agenor nello stretto di Hormuz dal 2020 approvata dal governo Conte; missione Aspides in Mar Rosso, Golfo di Aden e Golfo Persico, varata dal governo Meloni con voto bipartisan in Parlamento di PD e M5S nel 2024.

Il tutto si aggiunge a presenze militari ereditarie addirittura pluridecennali: come la presenza nella Multinational Force e Observers (MFO) nel Sinai egiziano che risale al 1981 e la missione Combined Maritime Forces (CMF) attorno alla Pen*sola Arabica che inizia nel 2002.

I governi di ogni colore hanno rinnovato e finanziato nel tempo tutte queste missioni in occasione di ogni finanziaria. Tutti i partiti borghesi di ogni colore hanno votato a favore del loro rinnovo. Incluse le sinistre cosiddette “radicali”, quando sono state coinvolte in responsabilità di governo, come in occasione del primo e secondo governo Prodi per il Partito della Rifondazione Comunista (cinque anni complessivamente), e in occasione del secondo governo Conte per Alleanza Verdi Sinistra.

La verità è che tutti i governi borghesi hanno agito, secondo natura, come comitati d’affari dell’imperialismo italiano. Certo, dentro il quadro delle sue alleanze internazionali (NATO, UE). Ma anche in funzione dei propri specifici interessi nazionali. Tanto più oggi.

Il Medio Oriente, assieme all’Africa, è attualmente il principale teatro operativo del cosiddetto Piano Mattei. Un piano dettato principalmente dai grandi monopoli energetici (ENI, ENEL) e dall’industria bellica tricolore. Il piano non si riduce affatto alla salvaguardia delle rotte commerciali. Riguarda anche e soprattutto investimenti diretti nell’estrazione delle materie prime, in gigantesche operazioni immobiliari (Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti), in costruzioni militari. Fincantieri costruisce la flotta militare del Qatar, Leonardo spazia in tutta la regione a partire dallo Stato sionista, ENI ed ENEL si muovono nel solco aperto dall’industria bellica, e viceversa. Non a caso l’Arma dei Carabinieri si candida a partecipare alla “nuova struttura militare” prevista dal Board of Peace per Gaza, mentre ha operato già in Cisgiordania nell’addestramento della polizia filosionista dell’ANP. Mentre l’Italia contende alla Francia la spartizione della sua vecchia area coloniale nell’Africa Subsahariana oggi in declino: incluso il Niger (ricco di uranio), dove le truppe italiane sono oggi l’unica presenza militare occidentale rimasta dopo l’obbligato ritiro francese.

Si potrebbe continuare a lungo…

Perché oggi dunque cinquecento militari italiani stanziano in Arabia Saudita, e i suoi aerei da guerra sono ospitati dalla basa arabica di King Fahd? Perché sono lì da ben dodici anni nel quadro di una presenza militare multiforme. Una presenza oggi rinforzata grazie allo spostamento di truppe dal Kuwait in occasione della guerra USA-Iran.

«Le monarchie del Golfo sono nostre alleate, gli attacchi di Iran e houthi sono inammissibili e li condanniamo con forza» esclama Tajani. Una confessione in piena regola. Sta a dire che l’Italia partecipa di fatto con una propria presenza militare diretta alla protezione del proprio alleato saudita contro l’Iran e contro gli houthi. Rei di difendersi legittimamente dalla guerra d’aggressione sionista americana con tutti i mezzi disponibili: incluso il bombardamento delle basi militari americane (e non solo) ospitate da tutte le monarchie del Golfo; incluso il blocco di Hormuz da parte iraniana, e il blocco dello stretto di Bab el-Mandeb da parte degli houthi. Solo la fine dell’aggressione sionista americana può rimuovere i suoi effetti e ripristinare le vie commerciali.

Il questo quadro l’annuncio del ministro Crosetto di un rafforzamento della missione militare italiana nel Mar Rosso, sia essa autonoma o interna ad Aspides, va in direzione esattamente opposta. Crosetto si muove sotto la pressione diretta degli armatori, al prezzo di accrescere di fatto il coinvolgimento italiano nella guerra sionista americana in Medio Oriente. Purtroppo può far leva sul voto parlamentare di larga unità nazionale (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, PD, M5S) a favore della missione navale Aspides nella primavera del 2024: un fatto che dimostra solamente la subordinazione di tutti i partiti borghesi all’interesse superiore dell’imperialismo tricolore. È la riprova della complicità fra destra e “campo largo” in politica estera, al di là di tutte le loro contraddizioni trasversali.

Colpisce che quelle sinistre ucrainofobe che si oppongono a ogni indiretto aiuto italiano alla difesa della Ucraina dall’imperialismo russo (in quasi cinque anni 3 miliardi, in tutto 50 euro pro capite) tacciano o balbettino sulla diretta presenza militare italiana in Medio Oriente, infinitamente più costosa nel suo complesso e nella sua durata, oggi a sostegno di fatto di un’aggressione imperialista USA. E addirittura votino regolarmente il suo rifinanziamento annuale, comunque coalizzandosi con chi lo vota (PD, M5S, Renzi).

A tutte le sinistre, politiche, sindacali, associative, di movimento, proponiamo invece pubblicamente una campagna unitaria che dica: via i militari italiani dal Medio Oriente, e da tutte le missioni all’estero! Revoca immediata della missione Aspides!

Partito Comunista dei Lavoratori 🚩

Mentre il governo a guida post-fascista celebra in Puglia la propria longevita' a Taranto e non solo, la questione del s...
18/09/2026

Mentre il governo a guida post-fascista celebra in Puglia la propria longevita' a Taranto e non solo, la questione del siderurgico deflagra, troppe volte abbiamo assistito a vertenze portate avanti in ordine sparso dalle direzioni sindacali in attesa di salvifiche cordate. In quel di Siena il sito produttivo della Beko, definitivamente chiuso, ha visto gia' l'uscita silenziosa di meta' dei 299 lavoratori che vi lavoravano, in attesa di fantomatici imprenditori interessati la strada dello "spezzatino" del sito e di qualche speculazione e' pronta dietro l' angolo

🔺️ La vertenza ex Ilva in un passaggio cruciale

🔴 Per la difesa di tutti i posti di lavoro! Blocco generale dei licenziamenti! Per la nazionalizzazione integrale della ex Ilva, sotto il controllo degli operai, a garanzia del loro lavoro e della loro salute! 🚩

Sugli operai dell’Ilva continua a gravare un infinito gioco del cerino. Da decenni. Senza che nessun attore di questa partita voglia prendersi le proprie responsabilità.

I gruppi capitalistici che si sono succeduti ai vertici dell’azienda dopo la sua privatizzazione si sono occupati, com’è naturale, di massimizzare i profitti. Prima i Riva, poi Arcelor Mittal, ora chissà. I governi borghesi di ogni colore hanno assicurato i gruppi capitalistici acquirenti. Le cordate politiche dominanti sul piano nazionale e locale hanno mirato a raggranellare il consenso elettorale necessario per tenersi in piedi e riprodursi, in accordo coi padroni dell’Ilva e coi governi: contrapponendo per lo più la salute al lavoro (o il lavoro alla salute), come se gli operai dovessero scegliere tra morire di fame o morire di cancro. Il risultato è che il risanamento ambientale è stato mancato, e il diritto al lavoro di ventimila operai, tra azienda e indotto, è finito sotto sequestro. Un disastro.

Ora la Corte d’Appello di Milano, su esposto di un’associazione di cittadini, ha decretato la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto per l’inosservanza delle tutele ambientali, a meno di atti riparativi.

Ma nessuno dei grandi gruppi capitalistici che hanno mostrato interesse all’acquisto vuole farsi carico degli investimenti necessari a tutelare insieme salute e lavoro. L’indiana Jindal prenderebbe tutto a un costo irrisorio, area a caldo inclusa, per massimizzare l’affare col minimo impegno. La cordata dei capitalisti italiani punta esclusivamente alla cosiddetta area a freddo, con forni elettrici e preridotto, mirando a sottrarsi a ogni contenzioso giudiziario. Ma significherebbe un pesante abbattimento dei posti di lavoro, in azienda e nel relativo indotto, oltre che un abbandono della produzione d’acciaio da altoforno, l’unica rimasta in Italia. Con ricadute a cascata sull’intero ciclo integrato dell’acciaio, e dunque su tutti gli stabilimenti.

C’è peraltro chi ritiene possibile riconvertire la produzione a caldo con forni elettrici, come nel caso di Andrea Colli, professore di Storia dell’industria alla Bocconi (La Repubblica, 9 settembre). Semplicemente, a suo dire, la riconversione sarebbe «costosa, con tempi che eccedono i cicli della politica». Il superesperto di siderurgia professor Carlo Malpelli mette nero su bianco tempi necessari e cifre: «come minimo 4 o 5 anni, considerate anche bonifiche e demolizioni, e investimenti da 2,5 a 5,5 miliardi. Una mole che nessun investitore privato è in grado di sostenere». (La Repubblica, 5 agosto).

Detto in soldoni, significa che né i capitalisti né i loro governi sono disponibili a caricarsi i costi dell’operazione. Questa verità non ha radici nella tecnologia, ma nelle regole del capitale. Cioè nelle regole del profitto. Oggi la siderurgia mondiale soffre di una gigantesca sovrapproduzione, per via soprattutto dell’espansione cinese. Tutti i grandi gruppi siderurgici competono tra loro per abbattere i costi, in posti di lavoro come in tutele ambientali. Il paradosso è che nel resto d’Europa il livello di tutele ambientali nella produzione d’acciaio da altoforno è più basso che a Taranto, non più alto. A rigore, se chiude Taranto dovrebbero chiudere tutti. Sperare tanto più oggi nei capitalisti buoni, “sociali” ed “ecologici”, significa credere alle favole.

L’unica soluzione nell’interesse dei lavoratori dell’ex Ilva passa per la immediata nazionalizzazione integrale dell’azienda, sotto il controllo dei lavoratori stessi, quale premessa di una sua riconversione attraverso gli investimenti pubblici necessari, a garanzia di lavoro e salute. Con la salvaguardia, nel tempo della transizione, di tutti i posti di lavoro a stipendio pieno. E con la successiva ripartizione della produzione siderurgica fra tutti i lavoratori del settore attraverso una riduzione d’orario a parità di paga.

Si dirà che “sono costi insostenibili per le finanze pubbliche”. Niente affatto. Sono costi sicuramente inferiori alla mole di miliardi pubblici versata per decenni ai padroni privati della siderurgia. Sicuramente inferiori a quelli previsti dai grandi piani di riarmo. Sicuramente inferiori al costo dell’enorme debito pubblico (in Italia, di soli interessi, cento miliardi l’anno) versati nel portafoglio delle banche, delle assicurazioni, dei grandi fondi finanziari che hanno comprato i titoli di Stato. Un indebitamento, peraltro, cresciuto in misura proporzionale alla progressiva detassazione dei redditi da capitale (a partire da Ires).

Si obietterà che i vincoli dell’Unione Europea dei capitalismi continentali privilegiano il risanamento finanziario a garanzia dei capitalisti creditori piuttosto che gli investimenti pubblici nella riconversione produttiva dell’acciaio. Verissimo. Ma ciò significa semplicemente che le regole del capitalismo tricolore ed europeo sono incompatibili con gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici. L’avevamo capito da tempo. È ora di portare questa verità nella coscienza dei lavoratori e delle lavoratrici. Nessuna subordinazione alle regole del capitale!

La prima necessità è far emergere la rivendicazione della nazionalizzazione integrale della ex Ilva e dell’intera produzione di acciaio quale unica vera soluzione della crisi siderurgica dal punto di vista degli interessi dei lavoratori. Basta con i passaggi di proprietà da capitalista a capitalista, da pescecane a pescecane, con gli operai che ogni volta ne pagano il prezzo. Basta con lo Stato che si fa comitato d’affari degli interessi privati, socializzando le perdite e garantendo i profitti. È ora di voltare pagina. L’intera produzione siderurgica sia nazionalizzata, senza indennizzo per i grandi azionisti, sotto il controllo degli operai. Tutti i sindacati che dicono di rappresentare gli operai dovrebbero battersi unitariamente per tale rivendicazione. E soprattutto dovrebbero sostenerla con la forza di massa di una mobilitazione vera. Non il classico presidio rituale di testimonianza. Ma un’azione radicale e prolungata capace di incidere realmente sui rapporti di forza ponendo un tema di ordine pubblico alle autorità di governo.

Quando i lavoratori di Genova un anno fa fermarono la produzione a Cornigliano bloccando la città per sette giorni costrinsero il governo a più miti consigli. Il punto è che non si può procedere in ordine sparso, stabilimento per stabilimento, magari nella illusione, o nella speranza, di scampare allo spezzatino aziendale a scapito dei lavoratori di altri siti. La prima necessità è quella dell’unità tra i lavoratori di tutti gli stabilimenti ex Ilva e dell’indotto. Il blocco generale dei licenziamenti, nell’azienda e nell’indotto, è il primo e più urgente obiettivo unitario. Occorre una lotta unitaria che si ponga all’altezza di questo obiettivo.

Quando anni fa gli operai della GKN occuparono la fabbrica contro i licenziamenti e istituirono una cassa di resistenza indicarono l’unica risposta possibile che si ponesse all’altezza dello scontro. Se le direzioni sindacali avessero generalizzato questo livello di risposta in tutte le vertenze esposte ai processi di ristrutturazione, non ci troveremmo nella situazione attuale di atomizzazione e dispersione delle lotte. La crisi dell’ex Ilva ripropone su un piano diverso la stessa esigenza. Certo, fra gli operai, soprattutto a Taranto, serpeggia oggi delusione e disorientamento, frutto anche di una direzione sindacale inconcludente e rassegnata. Quasi che ormai l’unico negoziato possibile fosse sul salvagente degli ammortizzatori. Ma un cambio di direzione della lotta, una piattaforma unificante per tutti gli stabilimenti, una forma d’azione dirompente potrebbe innescare una ripresa di fiducia e di motivazione. E in ogni caso persino sul terreno difensivo, persino in una logica di riduzione del danno, i risultati migliori possono ve**re solo dalla radicalizzazione della lotta, dalla modifica sul campo dei rapporti di forza. Non dalle passerelle istituzionali.

Il governo a guida postfascista ha celebrato in Puglia i fasti dei suoi quattro anni, con l’unica preoccupazione dei fischi operai. Meloni e D’Urso vogliono disinnescare in silenzio la “bomba sociale” di Taranto per timore che esploda loro in mano in prossimità delle elezioni politiche. È una ragione in più per realizzare una svolta unitaria e radicale della mobilitazione. L’unica di cui il governo ha paura. L’unica che può strappare un risultato.

Partito Comunista dei Lavoratori 📰

Capire l' affermazione elettorale di A
09/09/2026

Capire l' affermazione elettorale di A

🔴SVOLTA A DESTRA IN SASSONIA: NON È IL MOMENTO DI LAMENTARSI, MA DI CERCARE DI CAPIRE

Martin Suchanek, Jaqueline Katherina Singh

👉🏼 https://pclavoratori.it/svolta-a-destra-in-sassonia-non-e-il-momento-di-lamentarsi-ma-di-cercare-di-capire/

Dopo le elezioni, in molti ambienti della sinistra tedesca – non solo all’interno della Linke – regna lo sgomento. Tuttavia, dopo sconfitte del genere, lo sgomento non serve a nulla. «Non lamentarsi, non ridere, non odiare, ma capire», consigliava Spinoza. E capire è proprio ciò che occorre fare, se vogliamo trarre una lezione politica dalla vittoria dell’AfD.

Non possiamo continuare per gli anni a ve**re a fingere che la destra possa essere fermata con appelli al “muro di fuoco”, invocando l’«unità dei democratici», sostenendo i governi della CDU «contro il fascismo» o avviando procedimenti di messa al bando dinanzi alla Corte costituzionale. Questo metodo politico separa nettamente la lotta contro l’AfD da quella contro il governo e la crisi capitalistica. Ma c’è di più: in nome della lotta contro la destra, se necessario, si stringono patti proprio con quelle forze che promuovono lo smantellamento dello Stato sociale, il riarmo e l’isolamento, si mette in secondo piano la lotta di classe e si contribuisce a gestire questa miseria. Questa strategia non ha fermato l’AfD. Anzi, ha contribuito a rafforzare la destra.

Chi vuole trarne delle conclusioni politiche deve quindi innanzitutto capire cosa sia realmente accaduto in queste elezioni.

UNA SVOLTA A DESTRA ANNUNCIATA

Il 77,8%: questa è stata l’affluenza alle urne in Sassonia-Anhalt, superiore a quella registrata in qualsiasi altra elezione per il parlamento di questo Land. Un’alta affluenza alle urne è spesso considerata un buon segno per la democrazia. Queste elezioni sfatano però l’idea che ciò vada automaticamente a vantaggio delle forze progressiste. Infatti, con il 43,8% dei voti, la forza politica più forte è stata l’AfD. Una vittoria elettorale clamorosa, ma per nulla sorprendente: da settimane questo partito populista di destra e razzista superava il 40% nei sondaggi. Nel nuovo parlamento del Land, l’AfD dispone quindi di 39 seggi su 83: mancano solo tre seggi per la maggioranza assoluta. La CDU ottiene 15 seggi, SPD, Verdi e Die Linke ne ottengono 8 ciascuno, il BSW 5. I dati più importanti possono essere riassunti in quattro punti:

Primo: la CDU subisce una sconfitta storica. Il suo consenso crolla di 19,9 punti percentuali, attestandosi al 17,2%. Una débâcle che difficilmente potrà non avere conseguenze per il governo federale, già in difficoltà, e sulle tensioni interne al partito.

Secondo: anche la Linke è tra i grandi sconfitti. Con l’8,6%,6 perde altri 2,4 punti percentuali rispetto al 2021. E già allora aveva ottenuto un risultato estremamente deludente. Sta quindi pagando il prezzo di una campagna elettorale che non ha collegato la lotta contro la destra a una chiara opposizione alla CDU, al governo federale e al sistema capitalista. Anziché presentarsi come un’alternativa di principio, si è di fatto proposta come garante della maggioranza per un governo guidato dalla CDU – un motivo non particolarmente allettante per votarla.

Terzo: il BSW, con il 5,3%, supera di poco la soglia di ingresso e potrebbe proprio ora diventare l’ago della bilancia per l’AfD, prima di scivolare nell’irrilevanza a livello nazionale.

Quarto: il successo dell’AfD non si spiega semplicemente con lo spostamento verso destra degli ex elettori della CDU. Una parte decisiva della crescita è dovuta alla mobilitazione di chi finora non votava. Su un totale di 575.037 voti, secondo i sondaggi circa 170.000 erano di ex astenuti alle ultime elezioni regionali. L’affluenza record alle urne e il successo dell’AfD non sono quindi due fenomeni distinti: sono strettamente legati.

CHI HA VOTATO PER L’AFD E PERCHÉ?

Se consideriamo le categorie lavorative, l’AfD ha ottenuto un numero particolarmente elevato di voti tra gli operai e le operaie (59%). Anche tra gli impiegati ha registrato un risultato superiore alla media, con il 46%. Tra le persone in condizioni economiche precarie ha raggiunto il 65%! In altre parole, l’AfD ha conquistato la maggioranza assoluta nella classe lavoratrice. Sebbene non esistano ancora sondaggi specifici sul comportamento elettorale dei membri dei sindacati, possiamo presumere che anche in questo caso l’AfD sia diventato il partito più votato con un netto distacco. Questo fenomeno non è nuovo, ma in Sassonia-Anhalt ha raggiunto un nuovo, drammatico picco.

A differenza di tutti gli altri partiti, l’AfD è riuscita a mobilitare e incanalare a proprio vantaggio l’insoddisfazione, l’insicurezza e la rabbia della popolazione nei confronti del governo e delle conseguenze del continuo peggioramento della situazione sociale.

A differenza di tutti gli altri partiti – compresa la Linke – l’AfD si presenta come un’opposizione radicale al governo e al «sistema». Naturalmente la sua «opposizione» è in definitiva solo di facciata, come in ogni forma di populismo di destra. L’AfD sostiene – non diversamente da altre figure di destra come Milei – un programma economico ultraliberista e lo combina con un razzismo aggressivo. Il razzismo è il programma sociale dell’AfD, che accusa l’imperialismo tedesco di non preoccuparsi della Germania, ma del mondo, dell’Ucraina e dei rifugiati. Il fatto che lo stesso governo agisca in modo massiccio contro i rifugiati e i migranti, e che il sostegno all’Ucraina sia motivato esclusivamente dagli interessi economici e geostrategici della Germania, non cambia nulla. L’AfD, tuttavia – e questo è di fondamentale importanza per gli sviluppi futuri – non rappresenta solo uno sfogatoio di destra per l’insoddisfazione, ma si presenta anche come un’alternativa per la classe dominante in Germania. E proprio tra gli artigiani, gli strati piccolo-capitalisti e la cosiddetta «classe media» (capitali di medie dimensioni) sta trovando sempre più sostenitori.

COSA SIGNIFICA TUTTO CIÒ?

Con queste elezioni, è probabile che si formi un primo governo dell’AfD. Il BSW (Bündnis Sahra Wagenknecht) ha già dichiarato che sarebbe opportuno aiutare un governatore dell’Land dell’AfD a ottenere la maggioranza. Tuttavia, non vuole una coalizione formale, bensì un governo di minoranza da sostenere a targhe alterne. L’AfD, comprensibilmente, rifiuta questa proposta, ma nei prossimi giorni e settimane spererà in defezioni dalla CDU o dal BSW oppure di riuscire comunque a convincere il BSW a formare una coalizione.

Resta da vedere se si arriverà a un governo dell’AfD o piuttosto a nuove elezioni (che probabilmente solleverebbero nuovamente la stessa questione e per le quali l’AfD sarebbe in posizione di vantaggio). In ogni caso, la borghesia tedesca (e anche la CDU) potrebbe considerare la Sassonia-Anhalt come un banco di prova per verificare se l’AfD si rivelerà un difensore affidabile del capitale e se il leader dell’AfD Siegmund si trasformerà in una sorta di «mini-Meloni».

RIPERCUSSIONI SULLA POLITICA FEDERALE

Le elezioni in Sassonia-Anhalt hanno diverse ripercussioni sulla politica federale. Innanzitutto, aggravano la crisi politica all’interno della CDU. Il cancelliere Merz non si dimetterà, ma esce dalle elezioni nettamente indebolito. Anche il governo, già in difficoltà, subirà ulteriori perdite.

Ciò non significa affatto che cambierà rotta. Continuerà l’attacco generale contro i lavoratori dipendenti, il massiccio riarmo e la militarizzazione. Cercherà di recuperare terreno rispetto all’AfD con ulteriori attacchi razzisti, leggi sulla sicurezza più severe e una politica di “law and order”. In realtà, così facendo spingerà verso destra quei sostenitori che preferiscono votare l’originale razzista e populista piuttosto che la sua imitazione.

La crisi, la militarizzazione e la paura del futuro continueranno ad attirare elettori verso l’AfD, tanto più che non sono solo l’SPD e i Verdi ad essere strettamente coinvolti nella politica del governo. Anche i sindacati, con la loro politica di costante cedimento nei confronti del padronato e di cogestione dei licenziamenti di massa – come nel caso della VW – sostengono il governo; anzi, sono uno dei suoi pilastri sociali più affidabili.

La loro politica di collaborazione di classe con il capitale paralizza la classe operaia, impedendole di emergere come forza di opposizione. Allo stesso tempo, aggrava le divisioni esistenti, rafforzando sciovinismo sociale, nazionalismo e razzismo tra i salariati.

Se si vogliono difendere le imprese tedesche sul mercato mondiale dalla concorrenza straniera, allora è logico anche esigere che i posti di lavoro vadano prima ai tedeschi. Il fatto che centinaia di migliaia di salariati votino l’AfD anche per il suo nazionalismo tedesco dichiarato e il suo razzismo, o che lo accettino senza problemi, e che una parte significativa della classe operaia abbia una mentalità razzista, è in ultima analisi anche il risultato di una «politica operaia» concertativa e riformista, secondo la quale il capitale «nazionale» , il gruppo aziendale «del proprio paese» è più “vicino” rispetto alla classe lavoratrice dei paesi e delle aziende «stranieri».

IL DISASTRO DELLA LINKE

Non solo la CDU ha subito una debacle politica in Sassonia-Anhalt. Anche la Linke ha perso il 2,4% e, con l’8,6% e appena 112.541 voti, ha ottenuto il peggior risultato di sempre nel Land. Naturalmente, a ciò hanno contribuito anche fattori congiunturali, come i voti tattici a favore dell’SPD e dei Verdi. Naturalmente, una parte degli ex elettori è passata al BSW. Ma l’intera campagna elettorale è stata praticamente un invito a non votare la Linke. Il partito si era instancabilmente ingraziato la CDU, quasi supplicandola di avviare trattative per una futura collaborazione dopo le elezioni.

Anche il ridicolo tentativo di contendere all’AfD il termine “Heimat” (patria, ndt)– da tempo associato alle correnti conservatrici e nazionaliste – si è rivelato controproducente. Mentre a livello nazionale il partito ama presentarsi come un “partito di classe organizzato”, in Sassonia-Anhalt ha rinunciato a questa strategia, agendo piuttosto come l’ennesima associazione patriottica.

Se la Linke vuole prendere qualcosa dall’AfD, che sia almeno il modo in cui quest’ultima si presenta come opposizione intransigente. Di fronte alla finta opposizione della destra, la Linke deve fare propria, a livello politico e programmatico, una vera opposizione radicale non solo contro la destra e contro l’AfD, ma anche contro il sistema che le genera.

Chi si presenta solo come il partito della cogestione “ragionevole”, del governo condiviso e della tolleranza dello status quo, è destinato a fallire. La classe operaia non ha bisogno di un altro partito che, in caso di necessità, sostenga la CDU. Ha bisogno di un vero partito di classe rivoluzionario – e la Linke ne è ben lontana. Non è nemmeno un partito particolarmente combattivo che si opponga al capitale tedesco, alla sua ragion di Stato, al governo e ai suoi attacchi. Per questo motivo, all’interno della Linke è necessaria un’opposizione di sinistra organizzata e i rivoluzionari devono lottare al suo interno per un programma rivoluzionario.

CHE COSA FARE?

Capire non è un’azione fine a sé stessa. La domanda è: quali conseguenze politiche ne traiamo?

A) Basta con gli appelli all’unità dei «democratici»

Si tratta comunque di una finzione politica. Eppure costringe la Linke a nascondere sotto il tappeto proprio quelle contraddizioni che questo sistema capitalistico produce. Chi difende lo status quo insieme alla CDU, alla SPD e ai Verdi, lascia in balia dell’AfD coloro che ne sono delusi e se ne allontanano disillusi.

Come socialist* – e come esponenti della sinistra all’interno della Linke – dobbiamo quindi chiederci: per chi vogliamo davvero lottare? Perché gli elettori delusi dei Verdi e dell’SPD dovrebbero rivolgersi alla Linke, se alla fine si vuole comunque governare insieme a loro – e per di più alle loro condizioni? E come si possono conquistare, a maggior ragione, i milioni di astenuti, lavoratori e giovani che da tempo non ripongono più alcuna speranza in questo sistema politico?

Ciò significa non fare un solo millimetro di passo indietro in materia di antirazzismo, diritti delle donne o diritti LGBTIAQ. Al contrario: significa collegare queste lotte a una prospettiva sociale. Il nostro obiettivo non può essere quello di sottrarre qua e là uno o due punti percentuali all’AfD. Dobbiamo difendere rivendicazioni e obiettivi per tutta la nostra classe e dobbiamo condurre le lotte in modo tale da realizzarli insieme – e in questo modo indicare la strada da percorrere per rompere con il sistema capitalistico stesso.

😎 Organizzare la resistenza invece di limitarsi a proclamare l’opposizione

Né la minimizzazione né l’adeguamento riusciranno a fermare l’AfD. Il compito della Linke deve essere quello di organizzare la resistenza contro i suoi attacchi razzisti, sociali, autoritari e militari e di svolgere in questo un ruolo centrale.

Ma ciò potrà avere successo solo se la sua risposta andrà oltre le frasi di circostanza sulla tolleranza e la diversità. Contro i tagli, l’aumento dei prezzi, la crisi abitativa o il degrado delle infrastrutture pubbliche occorre una risposta socialista: non calpestare chi sta sotto e litigare per briciole sempre più piccole, ma attaccare chi trae profitto da questo sistema. Non mettere i migranti contro i lavoratori tedeschi, ma condurre insieme la lotta di classe contro il capitale e il governo.

A tal fine, la Linke dovrebbe, tra l’altro, avvalersi del proprio radicamento, dei propri membri e dei propri seggi per organizzare lotte concrete, unirle e portarle alla vittoria. Infatti, la risposta all’ascesa dell’AfD non può consistere nel difendere lo status quo contro la destra e fermarsi lì. Che ciò sia possibile lo dimostrano le controproteste organizzate a Sangerhausen contro la fabbrica di armi che si intende costruire in quella città.

Spetta a noi dimostrare che esiste un’alternativa a questa situazione – e che insieme abbiamo il potere di conquistarla. Ciò è possibile, tuttavia, solo se siamo disposti a combattere e ad affrontare lo scontro.

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