22/03/2024
In queste settimane divampa, nel dibattito pubblico, la questione relativa alla possibilità che Israele stia compiendo un genocidio in Palestina. La storia ci consegna, da sempre, genocidi, stermini, pulizie etniche et similia come corollari di sistemi politici autoritari, anti-democratici e persino totalitari.
Ma se pure gli strumenti giuridici istituiti per evitare queste catastrofi umanitarie sono elusi, che cosa rimane? A che cosa serve il diritto internazionale se neanche quest’ultimo è più in grado di marcare un confine tra ciò che in guerra si può fare e ciò che è fermamente proibito?
Quello a cui stiamo assistendo da diverse settimane, tra veti posti dagli Stati Uniti alle risoluzioni che chiedono un immediato cessate il fuoco e ricorsi, da parte del Sudafrica, contro Israele per violazione delle convenzioni internazionali sul genocidio, è ormai la rappresentazione patente del braccio di ferro tra il nord e il sud del mondo: da una parte gruppi di potere operano razionalistiche azioni di conservazione della propria egemonia e influenza, dall’altra orde di subalterni - certamente ancora disorganizzati, ma sempre più reattivi - contrastano e smascherano le suddette azioni riaffermando gli stessi strumenti che dovrebbero definire un cardine invalicabile nelle relazioni tra Stati.
In un contesto di questo genere ‒ muscolare, volto a ridefinire i rapporti di forza ‒ difendere il popolo palestinese diventa cogente. È fondamentale ricostruire subito, con credibilità, una grammatica politica del diritto internazionale libera dalle pastoie dell’atlantismo che chiami le cose con il loro nome e responsabilizzi gli stati, favorendo gli scambi, invitando alla pace e scoraggiando e punendo, in ogni modo, iniziative oppressive nei confronti dei popoli. Perché a questo assistiamo a Gaza: alla volontà, incontrastata, di punire su base etnica un intero popolo.