Cittadini per il Comune di Sequals

Cittadini per il Comune di Sequals Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Cittadini per il Comune di Sequals, Organizzazione politica, Via San Giovanni, 21, Sequals.

14/06/2022

Mancini dimettiti

14/06/2022
14/06/2022

Con gioia immensa, ancora esterrefatto e senza parole: ho vinto il Tony Award 2022 per Best Play! Piango di emozione, serata leggendaria!

With immense joy, still astonished and speechless: I won the Tony Award 2022 for Best Play! I cry with emotion, legendary night!

The Lehman Trilogy on Broadway

20/05/2015
29/03/2013

BUONGIORNO
13/03/2013
Cercansi lampadine
MASSIMO GRAMELLINI
Un amico racconta che qualche tempo dopo la morte del nonno ha dovuto liberare la cantina del suo appartamento. Tra le altre cose ha trovato uno scatolone pieno di lampadine fulminate. Era accompagnato da un biglietto scritto a mano: «Casomai in futuro inventassero un sistema per ripararle».

Dietro certi aneddoti affiora un mondo. Pare di vederlo, quell’uomo, mentre accatasta oggetti inutilizzabili in un angolo della cantina con la speranza segreta che un giorno possano servire ancora: se non più a lui, a qualcuno della sua famiglia. C’è chi interpreterà il gesto del nonno come un rifiuto del consumismo o un afflato di tirchieria. Io al contrario vi sento la fiducia nel futuro. È lei che abbiamo perso, è lei che ci sorride nostalgica da questi quadretti del passato che ammorbidiscono i cuori perché sembrano celare una risposta possibile alle angosce presenti. L’Italia è uscita dalle macerie di una guerra mondiale grazie a persone che ragionavano così. Statisti che inseguivano obiettivi e non sondaggi, imprenditori che rinunciavano agli utili per tradurli in investimenti, banchieri che prestavano denaro senza passare subito all’incasso, famiglie che risparmiavano sui cappotti dei figli ma non sui loro studi. Milioni di appassionati della vita che coniugavano i verbi al futuro, pur sapendo che non lo avrebbero goduto ma soltanto propiziato. A chi, seduto su nuove macerie, si chiede da dove ripartire, mi verrebbe da indicare quello scatolone di lampadine bruciate.

24/03/2013

BUONGIORNO
28/02/2013
I grandi vecchi
MASSIMO GRAMELLINI
In questi giorni burrascosi ma intrisi finalmente di energia giovane si stagliano come lame di luce i gesti di due anziani. Il primo lo compirà stasera Joseph Ratzinger. L’hobbit del Signore degli Anelli. Con le sue dimissioni rammenta - temo invano - ai mestatori di Curia ubriachi di potere che il vero eroe non è chi conquista un tesoro, ma chi trova il coraggio di gettarlo via. Il secondo gesto lo ha compiuto ieri Napolitano, rifiutandosi di incontrare il capo tedesco della sinistra, la sua stessa parte politica, che aveva definito «clown» Grillo e Berlusconi, dando per estensione dei pagliacci ai milioni di italiani che li hanno appena votati. Ignoro cosa pensi in cuor suo Napolitano di Grillo e Berlusconi, anche se posso immaginarlo. Ma col suo scatto ha voluto difendere qualcosa di più grande, la dignità di un Paese. Un valore ignoto a tanti suoi compatrioti addestrati da millenni di invasioni a tenere curva la schiena. Mio padre, che se fosse vivo gli sarebbe coetaneo, avrebbe fatto la stessa cosa.

La rottamazione che in tanti invochiamo non chiede la carta di identità. Anziani come Ratzinger, come Napolitano, come l’esercito di nonni che tiene in piedi le famiglie squassate dalla crisi sono figure insostituibili di un presepe sociale sano. Non è contro di loro che è montata la rabbia popolare, ma contro chi ha sempre solo parlato, promesso, auspicato e mai fatto. La vita è un film muto. Contano i gesti, non i fiati. Gli sguardi stanchi ma fieri di un Papa e di un Presidente a fine carriera non hanno bisogno di troppe spiegazioni. Si impongono con la forza dirompente dell’esempio che dona loro quell’autorevolezza senza la quale si vanifica qualsiasi autorità.

02/03/2013

BUONGIORNO
02/03/2013
Le virtù del buon politico
MASSIMO GRAMELLINI
Anticipando il probabile duello finale dei prossimi mesi, Grillo ha attaccato Renzi dandogli della «faccia come il c.» (in comproprietà con Bersani) e del «politico di professione». Per lui e per una parte dei suoi elettori le due definizioni sono sinonimi. Tralascio ogni giudizio sull’uso del turpiloquio, uno dei tanti lasciti di questo ventennio che ancora prima delle tasche ci ha immiserito i cuori, portandoci a considerare normale e persino simpatico che un leader politico si esprima come un energumeno. Ma vorrei sommessamente segnalare che essere professionisti della politica non è una vergogna né una colpa. E’ colpevole, e vergognoso, essere dei professionisti della politica ladri e incapaci.

In questi ultimi decenni ne abbiamo avuti un’infinità e la stampa porta il merito ma anche la responsabilità di averli resi popolari, preferendo esibire i fenomeni acchiappa audience piuttosto che il lavoro serio ma noioso di tanti membri delle commissioni parlamentari.
Dando agli elettori la percezione che tutti i politici fossero uguali a Fiorito o a Scilipoti e che chiunque potesse fare meglio di loro. Non è così. Il «chiunquismo» è una malattia anche peggiore del qualunquismo e porta le società all’autodistruzione. Questa idea che tutti possono fare politica, scrivere articoli di giornale, gestire un’azienda o allenare una squadra di calcio è una battuta da bar che purtroppo è uscita dai bar per invaderci la vita e devastarcela.

A furia di vedere buffoni e mediocri nelle foto di gruppo della classe dirigente, ma soprattutto di vedere ovunque umiliata la meritocrazia a vantaggio della raccomandazione, siamo sprofondati in un’abulia che ci ha indotti ad accettare senza ba***re ciglio ogni sopruso e ogni abuso antidemocratico (a cominciare dai partiti padronali e da una oscura rockstar del capitalismo come presidente del Consiglio). E ora che ci siamo svegliati, per reazione vorremmo buttare tutto all’aria, convinti che per fare politica bastino un ideale e una fedina penale intonsa. Non è vero. Gli ideali e l’onestà sono la base per distinguere i buoni leader dai cialtroni che ci hanno ridotto in questo stato. Ma la politica è anche un mestiere con regole precise: l’attitudine all’ascolto, la conoscenza della materia trattata e delle procedure legislative, la capacità di giungere a una sintesi che in democrazia è quasi sempre un compromesso tra diversi egoismi, come ben sa chiunque abbia frequentato un’assemblea di condominio. Era così ai tempi di Pericle e delle lavagnette di creta. Lo rimarrà nell’era di Grillo e del web, con buona pace di chi pensa che la democrazia diretta possa abolire il filtro della rappresentanza. I rimpianti Cavour e De Gasperi non erano dilettanti o improvvisatori. Erano politici di professione, come lo è oggi un Obama.

Il fatto che queste ovvietà suonino eretiche testimonia l’abisso di confusione in cui ci dibattiamo. La politica, se fatta bene, è una cosa dannatamente difficile e seria, specie in giorni come quelli che ci attendono, quando si tratterà di rimettere in piedi un Paese economicamente e moralmente allo stremo. Da cittadino di una democrazia malata sarei più sereno se a occuparsi dell’infermo fossero persone selezionate da un meccanismo che garantisse scelte autorevoli. E qui già vedo un ghigno profilarsi sul volto di Grillo: i partiti sono morti, incapaci di formare una classe dirigente. Ma allora bisogna immaginarne di nuovi, diversamente strutturati. Di certo il futuro non può essere affidato a miliardari e magistrati fai-da-te. Può anche darsi che la soluzione siano movimenti di persone perbene agglomerati dal web come i Cinque Stelle, ma dovranno risolvere l’intima contraddizione fra la trasparenza della base e l’oscurità della catena di comando. A cosa serve accendere una we**am in Parlamento se poi l’ufficio della Casaleggio & Associati, in cui si scrivono le regole e si decide la strategia, rimane ostinatamente al buio?

27/02/2013

BUONGIORNO
26/02/2013 - L’IDENTIKIT DI UN MOVIMENTO CHE SPIAZZA L’ITALIA
Pancia e sentimento, la rivolta
contro le élite di una nuova comunità
Così un comico diventato leader
ha riunito malesseri, speranze, solitudini
MASSIMO GRAMELLINI
Di sicuro, in queste elezioni, c’è solo che Grillo ha vinto. E dire vinto è poco. Le urne hanno ospitato una sollevazione di massa contro le élite. Almeno un elettore su quattro ha votato per la lista del Gabibbo Barbuto, spesso senza nemmeno avere la cortesia di anticiparlo ai sondaggisti, considerati elite anche loro. E non si può ridurre sempre tutto alla pancia, per quanto la pancia brontoli, se è vuota anche di più. Qui c’è del sentimento, non soltanto del risentimento. C’è la disperata speranza che i parlamentari a Cinque stelle siano diversi, che non rubino, ma soprattutto che ascoltino: gli altri non lo facevano più.

E’ come se da mille stanze si fosse levato l’urlo di mille solitudini connesse fra loro attraverso i cavi dei computer. Un’emozione virtuale che nel tempo si è fatta piazza. Radunando individui che si ritengono incompresi e sovrastati dall’ombra sorda di troppe congreghe: la Casta dei politici, dei giornalisti, dei banchieri, dei raccomandati. Ogni membro della comunità ha una storia e una sconfitta diverse: chi ha perso o mai trovato il lavoro, chi la fiducia nel domani, nello Stato e nei corpi intermedi come partiti e sindacati. Non odiano la politica, ma chi la fa di mestiere da troppo tempo, senza averne né la competenza né l’autorità morale. Intorno a queste desolate solitudini esisteva un vuoto di attenzione e Grillo lo ha riempito. Dapprima con un vaffa, poi con una serie di proposte concrete e una buona dose di utopia. Ha disegnato panorami che ciascuno ha poi colorato come voleva. Dal punto di vista della composizione sociale il suo movimento è un franchising: a Torino ci trovi (anche) i centri sociali che vogliono abba***re il capitalismo, a Bergamo i padroncini in lotta con Equitalia, a Palermo i disperati e gli allergici a qualsiasi forma di oppressione pubblica e privata. Ovunque c’era un malessere, Grillo gli ha messo a disposizione un format e una faccia, la sua.

I politici professionisti non hanno saputo o forse potuto offrire un’alternativa. Sarebbe bastata un’autoriforma dignitosa, qualche taglio nei costi e nel numero dei parlamentari, una campagna elettorale che parlasse non solo di cifre ma di ambiente, di vita, di futuro. Invece hanno snocciolato cifre fredde, discusso della Merkel e borbottato metafore inconsistenti, persi nel loro altrove. A comba***re qui sulla Terra sono rimasti un vecchio impresario con le tasche piene di biglietti omaggio per il paese dei balocchi e un guitto che ha talmente studiato il meccanismo seduttivo di Berlusconi da essere riuscito a sublimarlo. Grillo ha scelto il linguaggio dello spettacolo, l’unico che gli italiani mostrino di comprendere dopo un ventennio di vuoto, ma ha deciso di usarlo per dire cose serie. Lo hanno aiutato la sua popolarità, la sua energia e persino i suoi difetti. Anche la selezione di candidati sconosciuti e scarsamente rappresentativi si è rivelata un punto di forza. Se fra le tante nuove offerte politiche l’unica ad avere sfondato è la sua, è anche perché - a differenza di Monti e Ingroia - non l’aveva infarcita di pseudo vip, algidi tecnocrati e notabili polverosi.

Fra i suoi seguaci storici si può trovare di tutto: il sognatore pragmatico come il vittimista cronico. Ma fra i tanti elettori dell’ultima ora prevale, credo, la fusione di due umori in apparenza contrapposti. Da un lato il desiderio passionale di collassare il sistema, nella speranza che dalle macerie delle varie Caste possa sorgere una classe dirigente nuova. Dall’altro il calcolo razionale di mandare in Parlamento un manipolo di alieni dalla vista acutissima che illumineranno i maneggi del potere. Un amico che ha scelto i Cinque Stelle dopo avere invano votato Renzi alle primarie del Pd mi ha detto: «Non so se metterei mai un grillino ad amministrare il mio condominio, ma se si tratta di fare le pulci all’amministratore, nessuno è più affidabile».

E adesso? Il movimento degli spulciatori affidabili è talmente nuovo da restare misterioso persino a molti di coloro che lo hanno votato. Grillo è il padre-padrone della squadra o è solo l’arbitro che vigila sul rispetto delle regole e fischia le espulsioni? I parlamentari riceveranno ordini da lui o, come assicurano in coro, solo dal popolo della Rete a cui sottoporranno ogni proposta, da quella di un improbabile accordo di governo al nome del prossimo Capo dello Stato? L’unica domanda che è davvero sciocco porsi è se i Cinque Stelle siano di destra o di sinistra. Grillo non ha tolto voti agli altri partiti. Si è limitato a raccogliere quelli che hanno lasciato cadere. E la prossima volta potrebbero essere ancora di più.

27/02/2013

Le risatine sbagliate di destra e sinistra
Tutti hanno ignorato il successo ottenuto dal «V-day» organizzato in piazza a Bologna nel 2007.
«Se Grillo vuol fare politica fondi un partito e vediamo quanti voti prende!» «Grillo è un trombone, non conta nulla». Le acute analisi con cui Piero Fassino e Maurizio Gasparri liquidarono pochi anni fa il trionfatore di oggi restano immortali. Non furono solo loro, però, a sballare la valutazione dei fatti. Anzi, il rifiuto di capire l'ira popolare per certe storture inaccettabili del Palazzo è stata comune a molti. Ed è alla base dell'ondata di «grillismo» che rischia di travolgere tutto e tutti.
Cosa doveva succedere, perché i partiti capissero che una stagione era finita? Doveva prosciugarsi il Po? Sprofondare Venezia? Esplodere il Vesuvio? Creparsi il Monte Bianco? E invece, per anni, anche dopo il successo di piazza del «V-day» del settembre 2007, che avrebbe dovuto spaccare i timpani ai sordi, ne abbiamo lette di tutti i colori.

I tagli ai costi della politica? «Il punto fermo è la nostra dignità», tuonava alla Camera Gerardo Bianco che sedeva lì da nove legislature, «la nostra agenda non può essere dettata da istrioni della suburra». L'insistenza cocciuta sul web da sviluppare perché l'Italia non può essere alla preistoria nella Rete? «La mia Internet è Gianni Letta», sogghignava il Cavaliere. «Grillo ha sempre fatto un po' il ciarlatano», sbuffava lo statista celtico Umberto Bossi.

Risatine. Smorfiette. Spallucce. Al massimo qualche pensosa riflessione sul «termometro che non è sempre rotto se segnala una febbre alta». E via così, per anni e anni. Basti ricordare l'accoglienza ricevuta nel dicembre 2007 dal comico quando arrivò a Palazzo Madama su un risciò per consegnare una catasta di firme raccolte in un solo giorno sotto tre disegni di legge popolare: no ai condannati in Parlamento, no a più di due legislature, no ai deputati e senatori «nominati» dai capi partito col «Porcellum».

Proposte giuste? Sbagliate? Virtuose? Demagogiche? Non vogliamo neppure entrare nel merito. Ma fu vergognoso che pur essendo state sottoscritte da 350 mila cittadini, sette volte di più di quelli previsti dall'articolo 71 della Costituzione per le leggi di iniziativa popolare, quelle proposte non vennero neppure esaminate dal Parlamento. Non aprirono mai i pacchi, non misero mai i progetti all'ordine del giorno, non si sforzarono mai neppure di fingere qualche interessamento per salvare la faccia... né in quella legislatura malamente in mano (si fa per dire...) alla sinistra, né in quella successiva dominata dalla destra. Le firme di cittadini? Chi se ne infischia!

E mentre il guru genovese, blog su blog, email su email, comizio su comizio, continuava a rosicchiare le gambe delle poltrone sulle quali erano seduti gli annoiati custodi del Palazzo, tutto continuava, salvo ritocchi, esattamente come prima. Basti vedere i numeri della Regione Lazio: dopo il 2007, dopo le denunce e il V-Day, mentre il Pil pro capite calava del 6,8% e la vendita di automobili precipitava addirittura ai livelli del 1979 (quando impazzava la Fiat Ritmo) i costi del Consiglio Regionale, prima con la sinistra e poi con la destra, sono saliti del 43,1%. Quello delle consulenze e dei convegni del 493%.

Eppure ancora risatine. Smorfiette. Spallucce. Ed ecco Maroni ammiccare: «Grillo si tenga i suoi boy scout incompetenti. Noi abbiamo i nostri sindaci guerrieri». Ecco Gianfranco Fini sbuffare davanti all'ipotesi che il comico potesse portar via voti al Fli: «Grillo chi?» Ecco Massimo D'Alema in vena di spiritosaggini: «Mi sono sottoposto al sacrificio di ascoltare su internet il comizio di Beppe Grillo: mi sembra un impasto tra il primo Bossi e il Gabibbo». Ecco Silvio Berlusconi: «Grillo è un fenomeno da baraccone che però sottrae voti ai moderati e fa vincere la sinistra». Perfino Giorgio Napolitano, di solito trasversalmente amato per la prudenza, si lasciò sfuggire una battuta che gli avrebbero rinfacciato: «Cosa pensa del boom di Grillo alle comunali?». «Di boom ricordo quello degli anni Sessanta, altri non ne vedo».

E quando nei mesi scorsi, dopo l'irruzione di un manipolo (folto) di guastatori del Movimento 5 Stelle nell'Assemblea regionale siciliana, pareva dai sondaggi che la marea montante della protesta grillina si fosse in qualche modo quietata, erano stati in tanti a ti**re un sospiro di sollievo da destra a sinistra, dal Nord al Sud: vuoi vedere che la spinta propulsiva del comico genovese era ormai esaurita o comunque stava rientrando in una ondata un po' meno gigantesca del previsto?

Gli stessi commenti iniziali nei salotti televisivi dopo i primi dati, ieri pomeriggio, quando le dimensioni del trionfo grillino non erano ancora così vistose, resteranno indimenticabili. Pareva quasi che, avendo in quel momento il comico genovese una percentuale più bassa di quanto temessero tutti gli altri, fosse un po' sconfitto lui pure. Non si aspettava forse di più?

Poi, mentre quei numeri montavano, è apparso chiaro che stava accadendo una cosa mai vista: il trionfo di un «partito-non partito» costruito un po' in casa tra mille errori (le espulsioni dei dissidenti, la cacciata dei giornalisti marchiati dalla nazionalità italiana...) ma capace non solo di insidiare il presunto vincitore, cioè il Pd, ma anche di sorpassare quel Pdl che apparentemente poteva contare su una potenza di fuoco televisiva ed economica esorbitante.

E forse ieri sera, quasi affogati dall'alluvione grillina, tutti quelli che in questi anni si sono adeguati al vecchio adagio siciliano del «calati juncu ca passa a china» (abbassati giunco ché passa la piena) pensando di cavarsela tagliando il meno possibile, sforbiciando il minimo necessario per placar la plebe, irridendo ai costi della politica «inventati da giornalisti sfaccendati», hanno finalmente capito una cosa. Che proprio per salvare il Parlamento valeva la pena già anni fa di tagliare, tagliare, tagliare. Senza aspettare di essere costretti a farlo dalla ribellione di milioni di italiani così esasperati da chiedere aiuto a Beppe Grillo e alla sua «banda di boy scout».
Gian Antonio Stella

24/02/2013

BUONGIORNO
16/02/2013
Elogio della genericità
«C’è in giro a pochi giorni dal voto un’ansia di precisione, di dettagli, di promesse circostanziate davvero incomprensibile. Se si votasse per un dittatore dai pieni poteri di un pianeta privo di relazioni con chicchessia forse avrebbe senso chiedere ai candidati degli impegni precisi. Qui invece le condizioni reali in cui chiunque vinca si troverà a operare sono talmente tante e intrecciate tra loro - da quelle strettamente politiche a quelle economiche ed europee - che anche solo chiedere “cosa farai una volta eletto?” ha il sapore di una domanda retorica, alla quale necessariamente si deve rispondere sapendo di mentire. Io non voglio promesse, voglio prospettive. Non mi interessa sapere cosa esattamente tu vincitore farai all’indomani delle elezioni, perché non puoi saperlo neanche tu. Mi interessa conoscere i tuoi valori di riferimento, la tua idea di società, di Italia, di Europa. Cosa intendi per libertà, responsabilità, famiglia, educazione. Mi interessa conoscere l’orizzonte che ti guida, la tua utopia. Non perché ho voglia di ascoltare favole, ma per sapere quale sarà la stella polare nel corso del tuo impegno politico. E capire se sei in grado di muovere almeno qualche timido passo in quella direzione. Sarebbe già tanto. Buon voto a tutti».

21/02/2013

BUONGIORNO
20/02/2013
Ditegli qualcosa
MASSIMO GRAMELLINI
Uno vorrebbe anche parlare d’altro, ma non si può: ormai arrivano soltanto lettere come questa. «Caro Massimo, sono un comunissimo italiano residente in un comunissimo paese del Friuli, con una moglie e una bimba piccola. L’unico aspetto non comune, ma forse lo è fin troppo, è che sono da quattro anni in cassa integrazione, mia moglie ha un lavoro che finirà a breve e non sappiamo cosa ci aspetterà domani. Quando esponi la tua situazione lavorativa, gli altri tendono a pensare che tu sia un nullafacente o peggio un id**ta. La realtà è che mi sono impegnato per anni nei lavori socialmente utili e ho mandato in giro migliaia di curriculum per qualsiasi - credimi, qualsiasi - posto. E adesso sono qui a scriverti perché penso che la società d’oggi non vuole rendersi conto del baratro che si sta aprendo sotto i nostri piedi. Ho sempre lavorato dignitosamente, impegnandomi al massimo in ciò che mi veniva assegnato. Perché la faccia pulita dell’Italia deve morire di stenti? Non sopporto più che mia figlia mi chieda dove lavoro senza che io possa darle una risposta. Non posso pensare che a 40 anni io sia troppo vecchio per lavorare e che i 20 anni di lavoro che ho alle spalle non siano serviti a nulla. Non posso pensare che tutto a un tratto io non sia più in grado di svolgere un mestiere dignitoso. Questo è il semplice sfogo - scritto male, ma col cuore pieno di lacrime - di un padre di famiglia che crede ancora nei valori di onestà e dignità nel lavoro».
Ai piazzisti che si aggirano qui fuori con promesse mirabolanti per avere il mio voto, chiedo in cambio una cosa sola: che diano una risposta a quest’uomo.

17/02/2013

Nella prima ipotesi, io non facevo parte della giunta. Era previsto un assessorato al turismo e al commercio da affidarsi ad una imprenditrice locale, secondo il neo eletto sindaco, persona di palese competenza, nei confronti della quale non si sarebbe mai potuto ipotizzare un latente conflitto di interessi. Solo dopo i suggerimenti pervenutegli da alcuni cittadini, che gli hanno fra l'altro ricordato il numero di preferenze da me ottenuto alle elezioni, sono entrato a far parte della giunta e mi è stata assegnata la delega ai servizi sociali. Ritengo di aver svolto con passione e competenza questo incarico.
Durante il mandato non ho mai chiesto di essere nominato assessore ai lavori pubblici e il signor Odorico a questo proposito mente. Ho fermamente criticato l'immobilismo, il tempo perso in inutili discussioni e la scarsa efficacia della giunta nel campo delle opere pubbliche. Basta leggere il mio intervento nell'ultimo consiglio comunale. Solamente dopo le mie dimissioni da assessore con il consigliere Crozzoli abbiamo proposto un rimpasto della giunta, proposta rimasta inascoltata. I miei presunti conflitti di interesse vengono ultimamente, anzi dopo la sua caduta, sempre più spesso menzionati dal signor Odorico. Ci chiediamo, e prima? Io sono assolutamente sereno e mi dispiace molto dover constatare che, spesso, in campagna elettorale, l'argomento principale del candidato sia la diffamazione dell'avversario, o presunto tale! Mi chiedo infine: come mai sul trofeo Carnera ci diceva sempre che non si poteva fare per mancanza di trasferimenti ed invece la regione ha regolarmente finanziato l'evento?

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