18/01/2026
L'esponente di Forza Italia Pietro Pittalis ha dichiarato in un suo post la denuncia, senza citare nomi, ma riferendosi al 41-bis e al decreto energia appena approvato, che va nella direzione opposta rispetto alla Pratobello24, a dispetto di quello che dichiara Pittalis.
La denuncia presentata da un esponente politico contro comitati e attivisti segna un nuovo punto di rottura tra istituzioni e una parte della società sarda, dopo tre anni di mobilitazione ignorata e una legge che ha prodotto l’effetto opposto a quello richiesto dai cittadini.
Tre anni di mobilitazione continua. Tre anni di assemblee, presìdi, studi, proposte. E soprattutto 210.000 firme: un numero mai visto in Sardegna per una legge di iniziativa popolare. La Pratobello24 non era uno slogan, ma un atto politico limpido, pacifico, democratico.
La risposta delle istituzioni?
Il silenzio. Poi, alla fine del percorso, una legge statale percepita come persino più restrittiva, più centralista, più distante dalla volontà popolare.
È in questo contesto che nasce la frustrazione. Non dal nulla, non da un capriccio ideologico, ma da un sentimento preciso: non essere stati ascoltati. Quando una mobilitazione così ampia viene ignorata, quando il lavoro di migliaia di cittadini viene cestinato senza vero confronto, la rottura è quasi inevitabile.
Oggi assistiamo a una scena che rovescia la realtà: il potere politico che denuncia i cittadini, i comitati, gli attivisti. Chi governa, protetto da meccanismi istituzionali sempre più blindati — una legge elettorale regionale con uno sbarramento al 10% (al pari soltanto della Turchia, offrendosi per violare od ignorare l'autonomia regionale), leggi popolari svuotate, manifestanti denunciati — si presenta come vittima. Chi protesta, invece, diventa il problema.
È questa la dimensione distopica, in cui la partecipazione viene trasformata in fastidio, il dissenso trattato come delegittimazione, la parola pubblica ricondotta entro i confini della “correttezza” stabilita dal potere.
La reazione dura, anche eccessiva nei toni, di una parte del movimento va letta dentro questa asimmetria. Non come modello, ma come sintomo. Quando i canali democratici non producono effetti, quando tre anni di lotta finiscono con un risultato opposto a quello richiesto, la rabbia prende il posto del linguaggio istituzionale.
Resta una domanda di fondo, che precede ogni querela e ogni comunicato:
che spazio reale ha oggi la volontà popolare in Sardegna?
Se 210.000 firme non bastano, se la protesta viene criminalizzata, se il diritto di parola diventa un rischio legale, allora il problema non è il tono di chi grida. È il silenzio di chi governa.