07/11/2022
Ho letto con attenzione l’intervista di Dario Nardella che pubblico qui sotto e dalla quale si evince che il sindaco di Firenze è in procinto di candidarsi alla segreteria del PD.
Il sindaco Nardella sostiene la tesi secondo cui per aprire il PD, e far affluire forze nuove nel partito, ci sarebbe bisogno di un ruolo dominante degli amministratori e dei sindaci in particolare che, secondo lui, a differenza del partito nazionale, vincerebbero le elezioni perché “manifestano cura per la loro comunità” e “sperimentano forme innovative di welfare”.
Tuttavia non si capisce dove Nardella ricavi l’idea che a livello locale il PD vinca.
Infatti, se guardiamo alle città capoluogo della nostra regione, la Toscana, il centrosinistra non amministra più Massa, Pisa, Grosseto, Siena, Arezzo, Pistoia e Lucca, e non va certo meglio nei centri medi e in quelli piccoli.
Anche nel resto dell’Italia c’è poco da stare allegri: il centrosinistra , anche dopo le elezioni dell’ottobre 2021, esprime il sindaco in non più di 48 comuni capoluogo su 111.
Inoltre, come è noto, tanti piccoli centri delle aree interne indirizzano spesso il loro voto non certo al PD ma piuttosto verso la protesta motivata da un sentimento di emarginazione dai servizi e di esclusione dai flussi della modernità che caratterizzano i grandi centri urbani; le cui periferie, infatti, abitate dai ceti popolari sono diventate spesso per il centrosinistra un terreno particolarmente difficile se non apertamente ostile.
Dunque, la realtà è molto più complicata di come Nardella vuole presentarla con una tesi che non ha riscontro con la realtà è che è soltanto funzionale a rivolgere un appello ai primi cittadini affinché sostengano la sua candidatura.
Il sindaco di Firenze nega di voler fare un partito dei sindaci che, dice, sarebbe “autoreferenziale e corporativo”, però pensa ad un “movimento promosso dai sindaci” capace di incidere sulle scelte.
In realtà i sindaci e gli amministratori da tempo già contano molto nel partito e non c’è, a mio avviso, nessun bisogno che il loro potere invada ancora di più tutto il campo della politica.
Il PD ha bisogno di ridefinire e scegliere i suoi punti di riferimento sociale, gli emarginati e bisognosi, gli operai, il ceto medio, gli intellettuali e all’interno di queste categorie promuovere una nuova classe dirigente di partito capace di una visione, non meramente amministrativa, del futuro e degli interessi del Paese.
Gli amministratori sono importanti ma non bastano, né possono rivendicare, semplicemente per la loro posizione, un ruolo dominante rispetto ad altri le cui esperienze di vita e le cui competenze sono ugualmente di grande valore per costruire un partito davvero nuovo e diverso.
L’idea dei sindaci alla guida del partito è un’idea vecchia , lanciata a suo tempo da Renzi, e in gran parte già praticata, che anziché risolvere i problemi che stanno alla base della crisi de PD e della sinistra, finirebbe soltanto per aggravarli.