16/11/2021
Cari amici, in questi giorni in cui si discute della surreale entrata del Movimento 5 stelle nella famiglia dei socialisti europei, vi ricordo il capitolo 22 di "Manuale di politica per principianti", ambientato nel dicembre 1992, quando le famiglie politiche europee erano ancora una cosa seria.
22
«Chi è libero dal 15 al 19 dicembre per andare al Congresso nazionale del Movimento Giovanile?» chiese Silvano ai sei membri del Comitato provinciale presenti quella sera. «Ne servono quattro.»
Lo Statuto prevedeva che i magnifici quattro fossero eletti dal Comitato attraverso un complicato meccanismo, ma i tempi stavano cambiando in fretta e la voglia di partecipare a questi eventi non era quella di una volta. Le riunioni del Comitato provinciale già da mesi registravano una presenza media di un terzo degli aventi diritto.
Erano spariti, uno dopo l'altro: il dossettiano Alberto Moretti, che si era sposato e aveva trovato immediato impiego alla Cisl (o viceversa); Mariano, che era un po' troppo fuori età per amalgamarsi con noi e sparì subito anche lui inglobato dalla Cisl; Elisabetta, fornita di lunghi femori e gonne corte era sparita in banca, ai piani alti; Maria e Marta si erano volatilizzate entrambe, insieme, neanche a farlo apposta; Massimiliano, che avevamo soprannominato “il Tornello”, perché era stato spinto nel Comitato a forza dall’onorevole Sonazzi e lui ne era subito uscito; Bronzati, che viaggiava in Cherokee, aveva il telefonino quando ancora rappresentava uno status, era iscritto al Leo club e vestiva in giacca e cravatta, dopo il flop alla piscina Barracuda diradò le sue apparizioni fino a dissolversi; Angelo, fortemente voluto dal Segretario provinciale del partito “per le sue capacita”, che non avevamo però avuto il piacere di apprezzare perché non si era mai visto.
Alla fine la scelta venne quasi da sé: Silvano Borrini, Valerio Braglia, io e Andrea Mattioli (sì, quello che aveva fatto il J’accuse al Congresso contro Silvano era rimasto e si impegnava pure) ci meritavamo il premio.
Per giunta eravamo rappresentanti proporzionali delle correnti interne al Comitato provinciale, così nessuno avrebbe avuto modo di lamentarsi: tre della Sinistra e uno del Grande Centro, nome collettivo per indicare tutti quelli che non erano a sinistra.
«Ti sono arrivate le deleghe?» chiese Valerio.
Silvano guardò bene dentro la busta che teneva in mano e trasse fuori quattro foglietti.
«Credo che siano queste.»
Valerio ne afferrò una, la osservò come si guarda un francobollo prezioso e confermò.
«Mi hanno inviato anche le tesi programmatiche di cui discuteremo. È opportuno che ci confrontiamo insieme in modo da essere uniti quando saranno votate.»
Fare un Congresso a tesi era una grossa novità rispetto al passato, perché non si sarebbe più parlato di tutto e di niente, ma ci saremmo schierati sulle questioni indicate nelle tesine che il Centro nazionale aveva inviato a tutte le province.
Il documento era diviso in capitoli. Il primo era titolato: “Il nuovo scenario mondiale”. Sul piano degli equilibri politici europei era in atto un processo di semplificazione attorno ai due più forti poli di attrazione, quello socialista nel quale stavano confluendo i partiti ex comunisti e quello democristiano, che stava vivendo un processo di integrazione con alcuni partiti conservatori. In sostanza, ci chiedevano cosa ne pensavamo dell’ingresso dei Conservatori inglesi nel gruppo democristiano al Parlamento Europeo.
«Non ci vedo nulla di male» disse Valerio. «I Conservatori hanno molti punti in comune con noi. Sono di destra, ma antifascisti: era il partito di Churchill.»
Non conoscevo molto bene la politica conservatrice britannica, ma se Valerio era favorevole al loro ingresso, noi avremmo fatto bene a essere contrari.
«Su questo punto, libertà di coscienza» sentenziò Silvano, salomonico.