Due secoli di storia economica nel libro: "Una crisi che viene da lontano"

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Due secoli di storia economica nel libro: "Una crisi che viene da lontano" Quali sono le vere cause della crisi che ci ha colpito nel 2008? Nel libro analizzo oltre due secoli di storia economica per cercare di scoprirlo.

Leggevo oggi un interessante articolo di Forbes, che pubblica la classifica delle 100 aziende più innovative al mondo. S...
02/08/2018

Leggevo oggi un interessante articolo di Forbes, che pubblica la classifica delle 100 aziende più innovative al mondo. Senza grossa sorpresa vedo che in questa classifica è presente una sola azienda italiana al sessantunesimo posto. Per ora voglio tenervi in sospeso sul nome dell’azienda, in modo che leggiate questo post sino al termine.
Delle prime 10 aziende 8 hanno sede negli Stati Uniti d’America, le restanti due in Asia (più precisamente in India e Corea del Sud), delle prime 50 aziende ben 31 provengono dagli USA, delle rimanenti 19, 14 provengono dall’Asia (4 Cina, 4 Corea del Sud, 1 India, 1 Indonesia, 1 Thailandia, 3 Giappone), 4 dall’Europa (2 Francia, 1 Gran Bretagna, 1 Belgio) ed 1 dall’America Latina (Cile).
I settori nei quali operano queste aziende sono principalmente il settore biotecnologico (5 aziende), quello della salute (4 aziende), e quello del software/internet (14 aziende). Con mia grande sorpresa ci sono anche due produttori di birra (Anheuser Busch, Coors) ed un produttore di soft drink (Monster Beverage).
Questo articolo evidenzia come il centro dell’innovazione abbia ancora sede negli Stati Uniti d’America che investono moltissimo in ricerca e innovazione e sviluppano continuamente nuovi prodotti in grado di soddisfare al meglio i bisogni dei consumatori. Non sorprende che le aziende che si occupano di salute e biotecnologia siano tra le più innovative al mondo, in quanto l’invecchiamento della popolazione rende questo mercato molto invitante e redditizio. La vecchia Europa rimane indietro, segno del suo lento, ma costante, declino. L’unica azienda italiana inserita in questa classifica è Luxottica.

29/03/2018

Le politiche sovraniste.
Molte persone sono diventate Euro-scettiche perché ritengono che l’Euro e l’Europa abbiano peggiorato le condizioni di vita nel nostro Paese. Alcuni partiti hanno portato avanti una campagna elettorale interamente basata su queste convinzioni, e sono stati premiati dalle urne.
Bisogna fare chiarezza, ma per poterla fare è necessario analizzare la situazione in maniera pragmatica, senza farsi guidare dai proclami del momento.
La globalizzazione e il libero scambio hanno creato una situazione di interconnessione tra gli Stati del mondo che ha reso necessaria una politica comune. Un Paese che vive al di sopra delle proprie possibilità, indebitandosi continuamente per importare merci e servizi dagli altri Paesi del mondo, crea uno squilibrio che rischia di indebolire l’economia globale e provocare, come nel 2011, conseguenze disastrose. La risolutezza con la quale si combatte la spesa pubblica e si chiede una riduzione del deficit pubblico, limitando la possibilità di utilizzarla in funzione anticiclica, risiede nel fatto che la spesa pubblica alimenta i consumi, ma non necessariamente fa crescere il Prodotto Interno Lordo per un importo corrispondente (o moltiplicato, come sostiene Keynes), in quanto, una buona parte di questi consumi riguardano merci prodotte all’estero. Questo comporta un peggioramento della bilancia commerciale che deve essere compensato con un incremento dei rendimenti dei titoli di stato (semplificando). Se un Paese è fortemente indebitato, questo innalzamento dei tassi di interesse provoca un peggioramento dei conti pubblici ed un conseguente innalzamento del debito pubblico. Nel nostro Paese, grazie alle politiche sulla riduzione dei salari per recuperare competitività a livello internazionale, siamo riusciti a ritornare in attivo nella bilancia commerciale, riducendo le tensioni sui nostri titoli di stato (anche grazie al quantitative easing), però dobbiamo sfruttare questo aspetto positivo per ridurre il nostro debito pubblico, che, invece, aumenta proprio a causa degli enormi interessi che gravano sul debito pubblico pregresso.
Pertanto una politica sovranista, basata su un incremento della spesa pubblica, potrebbe avere effetti devastanti sui nostri conti pubblici. Sicuramente aver rinunciato alla propria sovranità monetaria in favore della BCE, ed aver rinunciato a buona parte della propria sovranità fiscale in favore della Trojka (BCE, FMI e Commissione Europea), non costituiscono un fatto positivo. D’altro canto, le politiche di sostegno e le riforme richieste sono necessarie per evitare che squilibri interni ad un Paese, si riversino sugli altri.
L’atteggiamento migliore in questa situazione economica potrebbe essere quello di ricercare alleanze con gli altri Paesi dei PIIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna), per costringere la Germania ad attuare politiche fiscali espansive volte a ridurre l’enorme attivo commerciale, e porre in essere dei piani industriali mirati a recuperare l’autosufficienza nei settori più importanti dell’economia, riducendo così la necessità di importazioni massicce dall’estero, e rivolti allo sviluppo di quei settori ad alto valore aggiunto che potranno consentire, in futuro, la sostenibilità di salari più elevati rispetto alla media mondiale.

05/03/2018

Quale futuro per la nostra economia?
Ad urne chiuse si può tentare di analizzare il futuro economico del nostro Paese. Gli scenari che si presentano nel dopo voto partono dalla chiara indicazione da parte degli elettori di abbandonare la politica neo-classica dettata dalla troika ed abbracciare una politica keynesiana, attribuendo alla spesa pubblica il ruolo primario di rilanciare l’economia del nostro Paese.
I mercati potrebbero reagire con un aumento dello spread, rendendo difficile il collocamento dei nostri titoli di Stato. Questo, in combinazione con la diminuzione del quantitative easing, potrebbe contribuire al peggioramento dei nostri conti pubblici.
Il risultato delle urne ha decretato un solo ed unico vincitore: il partito keynesiano. La stragrande maggioranza dei nostri concittadini ha dato mandato esplicito ai nostri politici di individuare le modalità attraverso le quali sia possibile incrementare la spesa pubblica, eludendo le norme del Fiscal Compact.
L’espansione fiscale comporta però la necessità di tradursi in un aumento del PIL senza compromettere le nostre esportazioni. Il miglioramento della Bilancia commerciale in questi ultimi anni è scaturito dalla diminuzione dei salari, che ha consentito un guadagno in termini di competitività.
Un peggioramento dei nostri conti con l’estero ci costringerebbe ad un aumento dei tassi di interesse (tenete conto che gli acquisti di titoli attraverso il quantitative easing di Mario Draghi si ridurranno nei prossimi mesi), per compensare il passivo commerciale con un aumento del flusso dei capitali in entrata.
Se volessimo aiutare il Governo a realizzare questa politica sarebbe necessario impegnarci ad acquistare prodotti realmente “made in Italy” in modo che il moltiplicatore keynesiano esplichi i suoi massimi effetti sul PIL senza compromettere la nostra Bilancia commerciale.

18/02/2018

Dialoga con l'autore gavino Demontis

04/02/2018

Mercantilismo
Nella discussione politica non va sottovalutato l’effetto che anni di crisi hanno avuto sulle economie occidentali. La ricetta tedesca per uscire dalla crisi è semplice: ridurre i salari per aumentare la competitività e di conseguenza le esportazioni. Mantenendo la domanda interna bassa, questo porta ad una diminuzione delle importazioni e ad un saldo positivo della bilancia commerciale. Un saldo positivo della bilancia commerciale fa affluire moneta estera che consente di diminuire il debito pubblico (se non in termini assoluti, almeno in termini di esposizione verso l’estero).
Questa politica, adottata dalla Germania da molto tempo, prevede che il livello dei salari venga mantenuto “artificialmente” basso (in quanto non correlato né alla produttività né alla forza dell’economia), e di conseguenza anche la crescita del Prodotto Interno Lordo sia limitata.
Oggi, da più parti, si chiede una politica fiscale espansiva che sia in grado di migliorare il potere d’acquisto dei cittadini. Le resistenze di fronte ad una politica di questo genere (che, a mio avviso, sarebbe più che appropriata in un momento storico come quello che stiamo vivendo), partono da un presupposto reale (che vedremo più avanti).
Quando Donald Trump fece il suo famoso discorso nel quale pronunciò, nel suo discorso di insediamento alla Casa Bianca, le parole:” America First”, voleva sottolineare che in questi ultimi 80 anni l’America ha operato in deficit nella bilancia commerciale (forte del fatto che può pagare le importazioni con la sua moneta), consentendo a tutti gli altri Paesi di trovare un ampio mercato di sbocco delle proprie esportazioni. Oggi anche l’America si rende conto dell’esigenza di migliorare i conti con l’estero perché il suo debito pubblico cresce a ritmi importanti ed ha ormai raggiunto il 103% del PIL.
Quindi migliorare i conti con l’estero è una priorità anche per gli Stati Uniti d’America.
Per comprendere il presupposto reale sul quale si basano le opposizioni ad una politica fiscale espansiva, vorrei che rispondeste a queste domande:
Avete in casa un PC prodotto in Italia?
Avete in casa un Tablet prodotto in Italia?
Avete in casa uno smartphone in Italia?
Avete in casa un televisore prodotto in Italia?
Avete un’automobile prodotta in Italia?
Probabilmente molti di voi non hanno nemmeno uno di questi beni prodotto in Italia. Pertanto un’espansione fiscale, che fa aumentare il potere d’acquisto, farebbe aumentare le importazioni peggiorando la nostra bilancia commerciale e provocando stress sul debito pubblico. E qui ritorniamo ad “America First”. Il Governo ha quattro strade:
1) può mantenere bassi i salari e deprimere la domanda in modo da privilegiare le esportazioni sulle importazioni;
2) può decidere di imporre dazi alle importazioni per renderle meno convenienti rispetto alle merci prodotte internamente e quindi rivolgere l’aumento di domanda verso le merci prodotte in Italia (politica di Trump);
3) può stipulare accordi con gli altri Stati, richiedendo che adottino anch’essi politiche fiscali espansive di pari ammontare, in modo che la domanda interna di questi Paesi cresca e con essa cresca anche la richiesta di merci italiane, consentendo di pareggiare l’aumento delle importazioni con un corrispondente aumento delle esportazioni;
4) Può stabilire per legge, che l’aumento della domanda stimolato dalle politiche fiscali espansive, sia destinato esclusivamente alle merci interne, mantenendo invariati i livelli di importazione dai singoli Paesi esteri, alle quantità rilevate prima della politica fiscale espansiva.
In tutti questi casi vediamo che una politica fiscale espansiva, come richiesta da molti schieramenti politici, è possibile (con l’attuale livello del debito pubblico italiano) soltanto concertando questa politica fiscale (facendo in modo che tutti i Paesi dell’eurozona adottino politiche fiscali di pari livello) almeno a livello europeo, con la BCE che ammortizza gli eventuali stress dei debiti pubblici di Paesi dell’Eurozona.
Una politica fiscale espansiva “unilaterale” ci esporrebbe al rischio di un peggioramento della nostra bilancia commerciale, cosa che con l’attuale livello del debito pubblico è impossibile sostenere.

Lunedì 19 febbraio alle ore 18.00, sarò a Sassari per presentare il mio libro: "Una crisi che viene da lontano".Vi aspet...
30/01/2018

Lunedì 19 febbraio alle ore 18.00, sarò a Sassari per presentare il mio libro: "Una crisi che viene da lontano".
Vi aspetto per chiacchierare con voi delle cause della crisi del 2008.

Ritorniamo ad analizzare i dati ISTAT sulla forza lavoro e sulla disoccupazione.Il mio punto di vista rimane che la perc...
25/01/2018

Ritorniamo ad analizzare i dati ISTAT sulla forza lavoro e sulla disoccupazione.
Il mio punto di vista rimane che la percentuale di occupati in Italia è troppo bassa. Su una popolazione attiva (tra i 15 ed i 74 anni – dati 2016), di 45.371.615 lavorano soltanto 22.677.878 e cioè il 49,98%.
Oltre il 50% dei residenti in età lavorativa non lavora.
Quando si parla di disoccupazione è bene pertanto tenere presente questo dato perché lo spostamento tra le varie categorie di persone che non lavorano può cambiare le cifre.
Un primo aspetto singolare del nostro Paese è che le forze di lavoro potenziali, gli inattivi (e pertanto non considerati disoccupati), ma disponibili a lavorare sono più numerosi ai disoccupati in senso stretto (3,3 milioni contro 3 milioni), mentre nella media europea si verifica l’opposto: i disoccupati sono molto superiori a questo segmento di inattivi (più del doppio nel 2012).
Questa peculiarità italiana ci porta a riconsiderare i dati che ci vengono illustrati.
In questi ultimi anni in Italia il numero di inattivi si è ridotto in misura sensibile, passando dai 17,8 milioni del 2011 ai 16,3 milioni del 2016. L’ingresso nel mondo del lavoro di persone che prima erano considerate inattive ha fatto crescere l’offerta di lavoro e pertanto il numero di occupati è cresciuto. Ma accanto a questo è cresciuto anche il lavoro part time e il precariato. Come vediamo nei dati il numero di occupati che sarebbero disposti a lavorare a tempo pieno, ma che sono costretti ad accettare il part time è passato da 1,8 milioni nel 2011 a 2,6 milioni nel 2016.
In questi ultimi anni l’Italia sta vivendo una trasformazione con una crescita del tasso di attività, e cioè della percentuale di persone che cercano lavoro attivamente. Questa potrebbe essere una conseguenza del Jobs Act che ha reso possibile per le imprese regolarizzare lavoro “nero” grazie agli sgravi contributivi, oppure della Legge Fornero, che ha innalzato l’età pensionabile e pertanto incrementato il numero di lavoratori. Vedremo con il nuovo Governo se le politiche per il lavoro saranno in grado di incrementare sia il tasso di occupazione e diminuire il tasso di disoccupazione contemporaneamente riducendo anche i sottoccupati ed incrementando il reddito. Solo così si potrà uscire dalla crisi.

16/01/2018

In questa campagna elettorale sta diventando difficile districarsi nell’immenso dedalo di promesse elettorali che poco hanno a che vedere con la realtà dei fatti.
È vero che il livello delle tasse raggiunto in Italia è ormai impossibile da sostenere, è vero che l’innalzamento dell’età pensionistica rende difficile aumentare la produttività e diminuire la disoccupazione, però è altrettanto vero che il nostro debito pubblico non ci consente di affrontare la questione con superficialità o attraverso proclami roboanti.
La Riforma Fornero e il Jobs Act sono due riforme fondamentali per rendere credibile il rimborso dell’enorme debito pubblico e consentirci di rinnovare quei 300/400 miliardi di debito pubblico che scadono ogni anno.
Molti dimenticano il fiscal compact e la clausola di salvaguardia sono dietro l’angolo, e qualsiasi riforma che provochi nuovi costi o il mancato rispetto degli accordi internazionali provocherebbe la loro immediata applicazione.
Sinora siamo stati aiutati dalla contemporanea convergenza di alcuni fattori favorevoli, come la Presidenza Italiana alla BCE, il crollo del prezzo del petrolio, i bassi tassi di interesse e il Quantitative Easing, ma oggi questi fattori favorevoli si stanno attenuando. Nel 2019 la presidenza della BCE passerà di mano (probabilmente ad un tedesco), il prezzo del petrolio aumenta, il Quantitative Easing diminuisce, e pertanto il prossimo Presidente del Consiglio dovrà avere la massima credibilità a livello internazionale per evitare il tracollo, evitato per miracolo nel 2011.
Teniamo conto che la spending review è già stata fatta, le spese sono state ridotte, i servizi ai cittadini diminuiscono, e che abbiamo quasi raschiato il fondo del barile. Dal punto di vista delle entrate, non si possono ulteriormente aumentare le tasse e pertanto le uniche speranze di ripagare l’enorme debito pubblico sono costituite da un aumento dell’inflazione o dall’aumento del Prodotto Interno Lordo.
Il nostro Prodotto Interno Lordo può aumentare se la nostra produttività (attraverso gli investimenti in macchinari o competenze) o la nostra competitività aumentano. Aumentare la competitività passa anche attraverso una ulteriore riforma del mercato del lavoro nel quale si aumenti la flessibilità e si diminuisca il costo del lavoro come dimostra il caso spagnolo.

16/01/2018

L’istituto di ricerca: “Se Francia e Germania a marzo avranno governi in grado di prendere importanti decisioni europee e il nostro Paese no, sarà un problema grave”. Ombre anche sugli Usa dove preoccupa “lo scollamento fra una gestione politica dilettantistica e la crescita dei mercati fin...

14/01/2018

I Non performing Loans

La crisi del 2008 è stata soltanto l’antipasto della crisi, ben più grave, che ha colpito il nostro Paese nel 2011. Se dalla crisi del 2008, dovuta in gran parte ai mutui subprime, il nostro sistema bancario è riuscito a risollevarsi brillantemente, dalla crisi del 2011, dovuta al crescente spread sul debito pubblico, il nostro sistema bancario è uscito malconcio.
I NPL (non performing loans, o per dirla in Italiano i prestiti effettuati dalle banche a rischio di insolvenza o sofferenza) sono cresciuti in maniera esponenziale in questi anni sino a raggiungere la ragguardevole cifra di oltre 350 miliardi di Euro (Fonte Banca d’Italia).
Questo elevato ammontare provoca problemi alle banche che devono accantonare riserve sempre più ingenti per far fronte alle richieste della Banca d’Italia e della Banca Centrale Europea. In questi ultimi due anni è in atto una massiccia vendita dei NPL da parte delle Banche per rientrare nei parametri richiesti dalla BCE e riuscire a superare gli ormai famigerati “stress test”.
In questa situazione risulta evidente che le Banche italiane facciano fatica a concedere quel credito necessario a far ripartire l’economia. I problemi da affrontare sono 2:
1) da un lato la capacità da parte dei funzionari bancari di valutare la bontà del piano industriale proposto, e la solidità dei dati finanziari in esso inseriti sta venendo meno. Tempi ristretti, valutazioni delegate ai software, rendono più difficile accorgersi di artifizi contabili che fanno apparire ottimo, un investimento poco più che mediocre.
2) Dall’altro lato la capacità di valutare il rischio sistemico, che porta alcuni settori ad essere in oggettiva difficoltà e pertanto rende difficile la sopravvivenza anche delle aziende migliori, sottoposte anch’esse alle insolvenze dei propri clienti e/o ai capricci dei propri fornitori.

I vari cambiamenti legislativi con una decisa sterzata dal bail-out (salvataggio con “risorse esterne”) al bail-in (salvataggio con “risorse interne”), rendono ancora più incerta la situazione.
Per questo motivo la decisione di alcuni investitori americani di scommettere miliardi di dollari contro l’Italia attraverso la vendita allo scoperto di titoli di banche italiane e di alcune aziende energetiche deve preoccupare, non soltanto per il rischio che inneschi una spirale ribassista, ma perché la facilità con la quale questi investitori senza scrupoli cerchino di destabilizzare un Paese per trarne vantaggi è sconcertante.
L’annunciato piano di tapering di Draghi (riduzione degli acquisti dei titoli pubblici a partire dal mese di gennaio 2018) costituisce una ghiotta occasione per fare pressione sull’Europa, attraverso il suo anello più debole (l’Italia), per ottenere misure in grado di favorire i guadagni di questi speculatori.

BitcoinIn questi ultimi mesi il dibattito sui bitcoin si sta facendo interessante, con sostenitori e detrattori che si s...
05/01/2018

Bitcoin
In questi ultimi mesi il dibattito sui bitcoin si sta facendo interessante, con sostenitori e detrattori che si sfidano sulle pagine dei giornali.
Ma cosa sono i bitcoin?
Sono una cripto valuta inventata da Satoshi Nakamoto che viene “prodotta” con un complesso sistema di crittografia che ne garantisce l’unicità. Gli scambi avvengono sulla rete, attraverso il meccanismo peer to peer (cioè attraverso la comunicazione diretta tra due computer) e il protocollo garantisce che un bitcoin possa essere utilizzato dal possessore una sola volta.
I bitcoin sono legali in molti Paesi del mondo, e quindi possono essere utilizzati per le transazioni tra le persone.
Il funzionamento del bitcoin può essere paragonato a quello dell’estrazione dell’oro, infatti coloro che li producono vengono chiamati miner (minatori), che invece che scavare nel terreno alla ricerca del minerale usano i propri computer per “risolvere” un algoritmo criptato e produrre una stringa alfanumerica univoca che rappresenta il bitcoin.
La difficoltà di produzione (per produrre un bitcoin sono necessarie macchine potentissime o pool di macchine), l’anonimato, e la sicurezza delle transazioni hanno reso questa cripto valuta molto popolare tra gli utenti di internet.
Una ragione del suo successo può essere attribuita alla possibilità di garantire l’anonimato alle persone che effettuano gli scambi e pertanto la possibilità di essere utilizzato anche per scambi illegali e per riciclare denaro.
Alcuni aspetti meritano di essere sottolineati.
In primo luogo l’assoluta virtualità della moneta. I bitcoin non esistono fisicamente, non potete tenerli in mano, e dovete per forza usare un pc per scambiarli.
In secondo luogo manca un ente di emissione che li garantisce. Il processo di emissione avviene sulla rete, è pubblico (chiunque può diventare un miner) e pertanto l’unica cosa che viene garantita dal protocollo, è l’unicità del bitcoin.
In terzo luogo il loro valore è determinato solo ed esclusivamente dalla legge della domanda e dell’offerta, non è possibile aumentare o diminuire la quantità di bitcoin circolanti sulla rete per influenzarne il valore (la velocità di produzione dipende dalla potenza di calcolo dei computer che producono bitcoin). Pertanto sinché la domanda sarà superiore all’offerta il loro prezzo salirà, quando l’offerta sarà superiore alla domanda il loro prezzo diminuirà.
Questo aspetto rende difficile utilizzare il bitcoin come moneta di scambio, rendendolo più appetibile come bene di investimento (oggi che il suo valore sale). Questa confusione ha creato una bolla speculativa sui bitcoin facendogli raggiungere quotazioni incredibili (19.000 Euro per 1 bitcoin). Joseph Stiglitz, il premio Nobel per l’economia del 2001, sostiene che gli Stati dovrebbero prendere provvedimenti contro il bitcoin e dichiararlo illegale. “il bitcoin ha successo solo per le sue potenzialità di aggiramento della legge e per la mancanza di vigilanza”, ha affermato il mese scorso. “Non svolge alcuna funzione utile per la società”.
Per comprendere meglio la difficoltà di utilizzare i bitcoin come moneta di scambio, supponete di vendere la vostra casa per 10 bitcoin nel momento in cui la quotazione è di 1:19.000, e di voler utilizzare i bitcoin per acquistare un’altra abitazione il giorno dopo. Nella notte la quotazione scende (come è successo) e passa ad 1:14.000. Le soluzioni sono 2 o vi accontentate di una casa molto più piccola oppure andate in affitto aspettando che il valore ritorni a quello che aveva nel momento della prima transazione. Certo, alcuni potrebbero obiettare che il valore del bitcoin è salito continuamente in questi anni e che pertanto ha consentito a molti di realizzare importanti guadagni da reinvestire in beni reali (nel nostro caso in case più grandi). Quello che differisce è la velocità nel cambiamento, perdite importanti si possono verificare nel giro di poche ore, mentre per i guadagni ci vuole, solitamente, più tempo.
Questa bolla speculativa ricorda molto da vicino la bolla speculativa sulle dot.com del 2001. Molti non comprendono i meccanismi di funzionamento, ma sono attirati dalla paura di perdere la possibilità di fare denaro facile, visto che tutti intorno guadagnano. Ora sono arrivati anche i contratti future sui bitcoin, per alimentare la bolla speculativa ed incrementare il volume degli scambi.
Le mie competenze non mi consentono di prevedere il futuro dei bitcoin (non sono un indovino), ma sono preoccupato da questa frenesia speculativa (questa bolla mi ricorda molto la tulipomania) che rende le persone simili a giocatori di poker piuttosto che attenti al reale andamento dell’economia.

L’Euro e la spirale dei salari.L’introduzione dell’Euro impedisce agli Stati membri una svalutazione della moneta per re...
30/12/2017

L’Euro e la spirale dei salari.

L’introduzione dell’Euro impedisce agli Stati membri una svalutazione della moneta per recuperare competitività. Il fiscal compact (insieme alla situazione dei mercati finanziari) impedisce agli Stati membri di ricorrere al debito pubblico e alla spesa pubblica per consentire all’economia di ripartire. In questo scenario le uniche alternative per consentire al Prodotto Interno Lordo di crescere sono un aumento di produttività o una discesa del costo del lavoro.
L’esempio spagnolo consente di chiarire meglio il concetto. Il PIL spagnolo è ritornato ai livelli pre-crisi e in questi ultimi due anni cresce ad un ritmo molto sostenuto (oltre il 3%). Nonostante questo la disoccupazione sp****la ha raggiunto cifre preoccupanti (l’ultima rilevazione parla del 16,3%). Come è possibile?
Durante la crisi del 1929 una delle principali variabili studiate da Keynes era la flessibilità dei salari. Infatti secondo il modello economico classico, i salari crescono in momenti di espansione e decrescono in momenti di contrazione consentendo al sistema economico di mantenere la piena occupazione. Keynes riuscì a dimostrare che la flessibilità dei salari verso il basso non era sufficiente nei momenti di crisi, a causa della rigidità contrattuale ed inoltre sosteneva che la piena occupazione non poteva essere raggiunta a causa del fatto che alcuni non avevano intenzione di lavorare a certe condizioni retributive e preferivano incrociare le braccia.
La flessibilità contrattuale introdotta da Rajoy, ha consentito alle imprese spagnole di recuperare competitività sul mercato internazionale e di incrementare l’export, ma il dato sulla disoccupazione dimostra che, a certe condizioni, l’equilibrio tra domanda e offerta di lavoro è molto difficile.
In Spagna la crisi ha inciso notevolmente su uno dei bisogni fondamentali dell’individuo: quello della sicurezza. Sono aumentati i precari e il 90% dei nuovi posti di lavoro sono a termine. Oltre alla disoccupazione è necessario considerare anche la precarietà e la mancanza di prospettive a lungo termine.
Per questi motivi i consumi interni non crescono e l’inflazione, nonostante la massiccia espansione monetaria, non riparte.
Anche in Italia la disoccupazione unita alla precarietà ed alla discontinuità lavorativa costituiscono un grave fardello per le nuove generazioni che, finiti i risparmi delle generazioni precedenti, si ritroveranno in grosse difficoltà perché non avranno una pensione adeguata a soddisfare le minime esigenze di vita.
La riduzione del divario nel tasso di disoccupazione tra Italia e Spagna è dovuta alla maggiore flessibilità del mercato del lavoro in Spagna, ma l’aumento della precarietà (più spiccato in Spagna, ma presente in misura importante anche in Italia) non è sicuramente un indicatore da sottovalutare nelle politiche sociali del Governo.

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