09/09/2026
𝗥𝗜𝗖𝗢𝗥𝗗𝗜𝗔𝗠𝗢 𝗜𝗟 𝗖𝗢𝗠𝗣𝗔𝗚𝗡𝗢 𝗠𝗔𝗢 𝗭𝗘𝗗𝗢𝗡𝗚 𝗔 𝟱𝟬 𝗔𝗡𝗡𝗜 𝗗𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗠𝗢𝗥𝗧𝗘
Mao Zedong, leader del Partito comunista cinese e costruttore della nuova Cina, morì il 9 settembre 1976, esattamente 50 anni fa. Era nato il 26 dicembre 1893 in una famiglia contadina del villaggio di Shaoshan, sottoprefettura di Xiangtan, provincia di Hunan.
Nel 1919, quando i vincitori della prima guerra mondiale riuniti a Versailles assegnarono al Giappone le concessioni coloniali tedesche invece di restituirle alla Cina, ci fu qui un forte moto di protesta noto come Movimento del Quattro Maggio. Mao vi partecipò, entrò allora in contatto con il marxismo e tornato nello Hunan organizzò il movimento rivoluzionario locale.
> Dalla fondazione del Partito alla costituzione dell’Armata rossa
Nel 1921 fu uno dei dodici delegati, rappresentanti una cinquantina di iscritti, che presero parte al congresso di fondazione del Partito Comunista Cinese tenuto nella concessione francese a Shanghai e poi sul lago Jiaxing. Nel 1923 al terzo Congresso nazionale entrò nel Comitato Esecutivo Centrale. L’anno dopo, quando il Kuomintang diretto da Sun Yat-sen si aprì alla collaborazione dei comunisti, fu eletto membro supplente del Comitato Esecutivo Centrale. Nel 1927, morto Sun, la collaborazione si interruppe drammaticamente, con il colpo di stato reazionario organizzato dal successore Chiang Kai-shek (Jiang Jieshi). Ci furono forti reazioni. Mao guidò in settembre la Rivolta del Raccolto d’Autunno, portandosi poi con gli insorti sui monti Jinggang, al confine tra Jiangxi e Hunan, dove nacque la prima base rivoluzionaria diretta dal PCC. Nell’aprile 1928 vi giunse anche Zhu De, con le truppe superstiti della Rivolta di Nanchang del 1° agosto precedente, data che segna la nascita dell’Esercito popolare di liberazione, in origine Armata Rossa cinese. La quale ebbe nella coppia Zhu-Mao l’efficiente capo militare e il lungimirante capo politico.
Nel 1931 fu costituita la Repubblica sovietica cinese, con Mao presidente del Governo centrale provvisorio, e nel 1932 fu dichiarata guerra al Giappone che aveva occupato la regione della Manciuria creandovi uno stato fantoccio, nella sostanziale acquiescenza del governo di Chiang Kai-shek, espressione della borghesia compradora e degli interessi degli imperialisti anglo-americani. Passivo verso i giapponesi, Chiang condusse ripetute campagne militari di accerchiamento e annientamento contro il potere rosso, con forze via via accresciute, che furono respinte con impiego abile delle tattiche di guerriglia: fino al 1934, quando a causa anche di posizioni errate della dirigenza di allora del partito ci fu la sconfitta.
> Dalla Lunga Marcia al nuovo Fronte unito
Per evitare il completo annientamento fu decisa allora la ritirata, che divenne la Lunga Marcia fino allo Shaanxi, di fronte all’invasore giapponese. Furono percorsi a piedi in un anno 12mila chilometri attraverso luoghi impervi, montagne innevate, fiumi in piena e strette gole, con le truppe di Chiang alle calcagna: un’impresa epica, che rappresentò una grande scuola di formazione politica, arricchimento di esperienza sociale e militare, e di mobilitazione patriottica delle popolazioni delle regioni attraversate; e che fece del PCC il perno della riscossa nazionale e di un nuovo Fronte unito contro l’imperialismo giapponese, che nel 1937 avrebbe esteso l’invasione occupando le ricche regioni costiere.
Intanto nel gennaio 1935 nella località di Zunyi, provincia settentrionale del Guizhou, si era tenuta una Conferenza Centrale del Partito, che aveva cambiato la propria leadership portando alla guida Mao Zedong, che vi sarebbe rimasto per il resto della vita.
Nella Guerra di Resistenza contro il Giappone Mao sostenne con decisione la politica di Fronte, cui Chiang Kai-shek fu costretto dalle pressioni dei suoi, e cercò di dargli un contenuto di democrazia sociale e mobilitazione popolare, avendo cura di mantenere l’autonomia del Partito e delle proprie forze militari. Particolare cura fu rivolta all’azione nelle retrovie del nemico, organizzando la guerriglia e creando zone libere. Nel 1945, quando l’intervento sovietico costrinse il Giappone alla resa ponendo fine alla guerra mondiale, le forze comuniste dalle basi rurali poterono procedere a occupare le città, estendendo rapidamente le regioni liberate.
> La disfatta di Chiang e la nascita della Repubblica Popolare
Chiang Kai-shek aveva tenuto contro il Giappone una linea prevalentemente attendista e di conservazione delle forze, e finita la guerra rifiutò di condividere il potere in un governo di coalizione coi comunisti, riprendendo le campagne di annientamento, contando sulla propria superiorità militare e sul sostegno massiccio degli Stati Uniti. Questa volta però fu lui a soccombere e scappare, riparando con i fedelissimi nell’isola di Taiwan sotto protezione americana.
Il 21 settembre 1949, mentre l’Esercito popolare di liberazione si avviava a riunire tutta la Cina, si apriva a Pechino la Conferenza politica consultiva del popolo cinese, con le funzioni di assemblea nazionale dei rappresentanti del popolo: più di seicento delegati, rappresentanti varie associazioni e partiti democratici, l’esercito popolare, regione e nazionalità e cinesi d’oltremare, i quali definirono programma, bandiera, capitale, composizione del governo centrale provvisorio. La Cina era di nuovo in piedi. Il 1° ottobre in una grande manifestazione sulla piazza della Pace celeste (Tienanmen) veniva proclamata la nascita della Repubblica Popolare Cinese.
Nel suo discorso Mao, rivolgendosi a tutti i paesi, dichiarò che il nuovo governo cinese, solo e unico rappresentante della Cina, era “desideroso di stabilire relazioni diplomatiche con ogni governo straniero disposto a osservare i principi dell’uguaglianza, del mutuo interesse, del rispetto reciproco, dell’integrità territoriale e della sovranità”. Principi che hanno da allora orientato la politica estera della Cina.
L’Unione sovietica di Stalin e i Paesi di democrazia popolare dell’est Europa stabilirono subito relazioni fraterne e costruttive, mentre gli Usa coi loro vassalli reagirono rabbiosamente, imponendo un blocco economico e l’ostracismo dai consessi internazionali. Erano passati pochi mesi che gli Usa sbarcavano in Corea con l’intento di sottomettere l’intero Paese e portarsi ai confini della Cina: dalla quale partì in aiuto alla Resistenza del popolo coreano un” esercito di volontari”, e fu posto un primo fermo al disegno egemonico americano in Asia. La Cina avrà riconosciuto il suo posto all’Onu solo nel 1971, l’anno dopo la visita di Nixon, ma passarono ancora sette anni perché gli Usa si decidessero a stabilire regolari rapporti diplomatici (1° gennaio 1979).
> Il contrasto con i sovietici
Lo stretto rapporto con l’Urss cominciò a incrinarsi con l’attacco unilaterale e grossolano di Kruscev alla figura di Stalin in coda al XX congresso (1956).
Forte della propria riconquistata indipendenza, la Cina respinse anche ingerenze e pressioni aggravatesi al ritorno di Kruscev dal viaggio negli Stati Uniti (settembre ’59). Fu rotto unilateralmente l’accordo di collaborazione in campo nucleare, ritirati i tecnici sovietici impegnati in numerosi progetti di mutuo aiuto che rimasero abbandonati, preteso il rimborso dei prestiti già accordati senza curarsi delle difficoltà della Cina, debito che i cinesi con grandi sacrifici restituirono integralmente prima della scadenza.
La parte sovietica, accusata di revisionismo, cercò di ottenere una risoluzione di condanna delle posizioni ideologiche cinesi da parte del movimento comunista internazionale: tentativo non andato in porto per la resistenza e opposizione di vari partiti, tra cui anche il Partito comunista italiano.
Non tutte le scelte di Mao furono giuste e produttive dei risultati attesi. Come errori principali vengono generalmente addebitati il “grande balzo in avanti” del 1958-61, con cui si voleva uscire dall’arretratezza con uno slancio volontaristico, ma che dovette fare i conti con tre anni di seguito di siccità e cattivi raccolti e con le accennate misure ostili krusceviane.
L’altra principale imputazione riguarda la “rivoluzione culturale” dispiegatasi nel decennio 1966-76, durante la quale ci fu una grande mobilitazione di massa soprattutto giovanile con eventi sfuggiti di mano, caos economico e guerra civile tra fazioni.
> Il giudizio di Deng Xiaoping
In una intervista rilasciata nell’estate 1980 a Oriana Fallaci inviata del “Corriere della Sera”, Deng Xiaoping, protagonista della nuova linea di riforme e apertura che avrebbe dato grande slancio allo sviluppo, disse del suo predecessore: .
È un giudizio equilibrato che ricalcava in parte quello che Mao stesso aveva dato nei confronti di Stalin, dopo che si era abbattuto su di lui il giudizio nichilista e auto-screditante della direzione krusceviana.
I contributi di Mao allo sviluppo del marxismo-leninismo, della teoria militare e della teoria del Partito, sono indicati con l’espressione “Pensiero di Mao Zedong”, assunto come ideologia guida del PCC fin dal 1945. Aspetti principali di questo pensiero sono che in un paese semicoloniale e semifeudale quale era la Cina, il Partito del proletariato doveva assumere come centrale il ruolo dei contadini e partire dalla campagna per conquistare le città (e non viceversa), in una lotta di lunga durata. Il Partito doveva adottare una linea di massa, ascoltare i bisogni e i desideri delle masse e tradurli in obiettivi di lotta (dalle masse alle masse). La politica di fronte doveva basarsi sulla nuova democrazia, quindi potere (dittatura) non solo del proletariato ma del complesso delle classi alleate: classe operaia, contadini, piccola borghesia, borghesia nazionale (patriottica), rappresentate nella bandiera dalle 4 stelle che accompagnano la stella grande a simboleggiare il ruolo dirigente del Partito comunista.
A Mao oltre all’aver saputo tradurre il marxismo nel linguaggio cinese e svilupparlo alle condizioni concrete della Cina, si riconosce il merito di aver indicato ai popoli oppressi la possibilità e la via per conseguire la piena indipendenza ed emanciparsi dal colonialismo imperialista. Alla fase maoista risalgono inoltre le fondamenta strutturali che hanno consentito la modernizzazione e lo sviluppo del socialismo dalle caratteristiche cinesi.
> Il messaggio del P.C.I.
All’epoca della morte di Mao il P.C.I. non aveva da molti anni relazioni dirette col P.C.C.: ma era determinato a stabilirle, come espresso allora pubblicamente in commenti di dirigenti e come realizzato qualche tempo dopo col viaggio di Berlinguer, ricevuto nell’aprile 1980 dai massimi esponenti cinesi.
Lo stesso 9 settembre ’76, alla notizia della scomparsa, veniva inviato al Comitato centrale del Partito comunista cinese il seguente telegramma:
«Il Comitato centrale del PCI e tutti i comunisti italiani esprimono il più profondo cordoglio per la morte del compagno Mao Tse-tung, presidente del Comitato centrale del Partito comunista cinese. Egli fu alla testa di quel grande movimento di lotta popolare, unitario e rivoluzionario che nel corso di oltre un cinquantennio ha portato prima il popolo cinese alla vittoria contro i suoi oppressori, interni e stranieri, e poi dal 1949 alla costruzione della nuova Cina popolare e socialista.
Questo è stato uno dei grandi eventi storici che ha trasformato la situazione mondiale, che ha modificato i rapporti di forza internazionali tra socialismo e capitalismo e che ha dato un possente contributo alla lotta dei movimenti di indipendenza e di emancipazione dei popoli che si sono via via sottratti al giogo dell'imperialismo.
I comunisti italiani, nel ricordare la illustre figura e l'opera del compagno Mao Tse-tung, formulano l'auspicio più sincero che il popolo cinese continui ad avanzare sulla strada del socialismo e dia il suo insostituibile apporto alla affermazione nel mondo del progresso e della pace».
A distanza di cinquant’anni non possiamo che ribadire l’auspicio, che è oggi anche fiducia, in un mondo sempre più turbolento e carico di pericoli, nella saggezza dell’attuale dirigenza della Cina, impegnata con successo oltre che nella via di un moderno socialismo coi colori della Cina, sulla proposta formulata dal compagno Xi Jinping di un futuro condiviso di pace e prosperità per l’umanità tutta.
Ruggero Giacomini
Segretario regionale PCI Marche