15/06/2026
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Il decreto Primo Maggio approvato dalla Camera viene presentato come una risposta alla questione salariale. In realtร consolida la sostituzione del salario con i benefit, amplia la flessibilitร e lascia irrisolto il problema fondamentale: in Italia si continua a lavorare per stipendi troppo bassi.
Il via libera della Camera al decreto Primo Maggio segna un passaggio importante nella politica del governo Meloni verso il mondo del lavoro. Dietro la propaganda sul cosiddetto "salario giusto" emerge perรฒ una realtร diversa: nessuna misura strutturale per recuperare il potere d'acquisto perduto dai lavoratori e nuove concessioni alle esigenze delle imprese.
Non รจ casuale che, mentre si parla di salario giusto, il decreto metta al centro quasi un miliardo di euro di incentivi alle imprese.
Il vero baricentro del provvedimento non รจ la redistribuzione della ricchezza a favore del lavoro, ma il sostegno alla competitivitร delle aziende attraverso nuove agevolazioni e sgravi.
Da anni l'Italia รจ uno dei pochi Paesi europei in cui i salari reali sono diminuiti. L'inflazione degli ultimi anni ha aggravato ulteriormente la situazione, mentre milioni di lavoratrici e lavoratori continuano a fare i conti con stipendi insufficienti a sostenere il costo della vita.
Di fronte a questa emergenza sociale il governo sceglie ancora una volta di non affrontare il problema alla radice.
Particolarmente significativa รจ la definizione di "salario giusto" introdotta dal decreto. Nel calcolo del trattamento economico complessivo vengono infatti inseriti non soltanto gli elementi salariali diretti, ma anche il welfare aziendale e contrattuale. Si tratta di una scelta politica precisa: equiparare il salario monetario a benefit e prestazioni che non aumentano realmente il reddito disponibile dei lavoratori.
Con le assicurazioni sanitarie integrative o con i buoni welfare non si pagano l'affitto, il mutuo, le bollette nรฉ la spesa quotidiana.
Come non ricondurre queste norme alla tendenza, ormai consolidata, della detassazione del welfare aziendale e alla privatizzazione strisciante della sanitร e della previdenza?
ร una concezione che favorisce un processo giร in atto da anni: la progressiva sostituzione del salario con strumenti che riducono il costo del lavoro per le imprese e indeboliscono il sistema pubblico di welfare.
Inoltre, poichรฉ molte di queste voci non incidono come il salario sui contributi previdenziali, il rischio รจ quello di produrre effetti negativi anche sulle pensioni future e sul trattamento di fine rapporto.
Il decreto contiene anche un meccanismo di tutela per i contratti collettivi scaduti da oltre nove mesi, con il riconoscimento automatico di una quota dell'inflazione. Si tratta di una misura che va nella direzione giusta, ma che risulta fortemente limitata dalle numerose deroghe introdotte durante l'iter parlamentare. Interi comparti caratterizzati da lavoro povero e precario, come il turismo, restano esclusi dal beneficio, insieme ad altri settori per i quali sono state introdotte specifiche eccezioni.
Ancora piรน preoccupanti sono le disposizioni che ampliano gli spazi della precarietร . L'estensione da 24 a 36 mesi della possibilitร di utilizzare lavoratori somministrati presso la stessa azienda conferma una tendenza ormai consolidata: invece di favorire occupazione stabile e diritti, si continua a moltiplicare le forme di lavoro flessibile e ricattabile.
Non meno grave รจ il tentativo, emerso attraverso un ordine del giorno della maggioranza, di modificare le regole sulla prescrizione dei crediti di lavoro. Se questa impostazione dovesse tradursi in una norma, molti lavoratori sarebbero costretti a contestare il datore di lavoro mentre sono ancora occupati nell'azienda, con il rischio evidente di ritorsioni e discriminazioni. Si tratterebbe di un ulteriore arretramento delle tutele conquistate in decenni di lotte del movimento operaio e sindacale.
Il cosiddetto "pacchetto incentivi" rappresenta un altro tassello della stessa impostazione. Le imprese che assumono o stabilizzano giovani, donne e disoccupati nelle Zone Economiche Speciali potranno accedere a consistenti agevolazioni pubbliche a condizione di garantire il cosiddetto "salario giusto".
Anche qui emerge tutta l'ambiguitร del provvedimento. Da un lato lo Stato mette a disposizione risorse pubbliche per sostenere le imprese; dall'altro non interviene in modo efficace per garantire salari adeguati, occupazione stabile e diritti universali. Ancora una volta il lavoro viene considerato soprattutto come un costo da alleggerire attraverso incentivi e sgravi, mentre passa in secondo piano il suo ruolo di fonte della ricchezza sociale e fondamento della dignitร delle persone.
Il decreto Primo Maggio conferma cosรฌ una linea ormai consolidata: sostituzione del salario con il welfare aziendale, ampliamento degli spazi di precarietร , indebolimento delle tutele e crescente trasferimento di risorse pubbliche verso il sistema delle imprese.
Dietro la formula del "salario giusto" si nasconde in realtร una nuova offensiva contro il lavoro. Un'offensiva che si colloca in continuitร con quelle politiche che negli ultimi decenni hanno progressivamente ridotto il potere contrattuale dei lavoratori, favorito la precarizzazione dell'occupazione e indebolito il carattere universale del welfare pubblico.
Noi dobbiamo rilanciare una battaglia politica e sociale per l'aumento reale dei salari, per la stabilitร del lavoro, per il rafforzamento della contrattazione collettiva e per la difesa dei servizi pubblici universali.
Noi dobbiamo contrastare una deriva che scarica ancora una volta il peso della crisi sulle lavoratrici e sui lavoratori.
Noi non possiamo accettare che il lavoro venga ridotto a una variabile dipendente delle esigenze del mercato e della competitivitร delle imprese.
Noi dobbiamo rappresentare e divulgare la realtร del lavoro, smantellando gli slogan attraverso l'informazione e la conoscenza.
Emanuela Seno
Dipartimento Lavoro