25/03/2026
Una nota sulla foto
L’immagine che accompagna questo post è stata generata dall’intelligenza artificiale. Una scelta precisa, doverosa, che nasce dal rispetto assoluto per la privacy di chi ogni giorno affidiamo alle nostre cure nei momenti più vulnerabili della propria vita. Nessun volto reale, nessuna storia vera esposta senza consenso. Eppure quella foto racconta esattamente la verità: è il ritratto fedele di ciò che i nostri volontari vivono ogni giorno, sul campo, in silenzio, con dedizione totale.
Una riflessione personale
Quello che sto per scrivere lo dico come semplice cittadino italiano, come uomo, come essere umano. Non come Governatore della Misericordia di Santa Marinella, ruolo che mi impone un diverso riserbo e che tengo scrupolosamente separato da queste parole.
I numeri parlano da soli: solo nel 2025 la Misericordia di Santa Marinella ha effettuato 2.498 interventi. Quasi 7 al giorno, ogni giorno, senza fermarsi mai. Dietro ogni numero c’è una storia, una famiglia, una vita.
Ma la Misericordia non è solo un’ambulanza. È un sistema di persone coraggiose che dedicano tempo, energie e cuore a tutto ciò che lo Stato spesso non riesce a fare.
È il servizio 118 attivo 24 ore su 24. Sono i trasporti per infermi e dializzati. È il trasporto scolastico per i disabili, quelli che noi chiamiamo con orgoglio e affetto i nostri ragazzi speciali, perché speciali lo sono davvero. È il servizio civile, i servizi sociali, la distribuzione alimentare, il supporto psicologico, il servizio legale. È il coro di intrattenimento che porta musica, sorrisi e un po’ di calore umano agli anziani nelle case di riposo e nelle RSA, perché anche la solitudine fa male e anche la gioia è una forma di cura. Sono i neo facchini di San Giuseppe, nuova presenza, stesso spirito antico di servizio.
E poi ci sono le opere di misericordia, quelle vere, quelle che non fanno rumore. Quando una famiglia non ha i mezzi per trasportare un proprio caro fuori provincia, o fuori regione, e la situazione economica rende quel viaggio impossibile, siamo noi a farci carico di quelle spese. Senza clamore. Senza chiedere nulla in cambio. Perché è quello che si fa.
Eppure, in tutti questi anni, nessuna amministrazione è riuscita a garantire alla Misericordia una sede definitiva. Solo promesse.
Oggi tutto questo rischia di sparire. E vorrei che chi storce il naso sentendo una sirena si fermasse un momento. Un solo momento.
Quella sirena che urla nella notte non è un fastidio. Non è rumore. È il grido disperato di un essere umano che sta combattendo la battaglia più antica e più solitaria che esista: quella con la morte. In quel momento, da qualche parte nella nostra città, c’è qualcuno che giace e che guarda in faccia la Signora dalla falce. Qualcuno che non ha più parole, forse nemmeno più fiato, ma dentro di sé implora, supplica, prega con tutta l’anima che arrivi qualcuno. Che arrivi la cavalleria. Che arrivi in tempo a respingere ciò che avanza, a strappare ancora qualche giorno, qualche ora, qualche minuto a Sorella Morte che paziente e silenziosa viene a mietere il suo raccolto.
Ma il tempo, in quei momenti, non è una risorsa. È l’unica cosa che resta. Ed è pochissima.
Ogni secondo che passa è un passo in più di lei verso di te. Ogni ritardo è una porta che si chiude. Ogni minuto perduto è terreno ceduto a chi non arretra mai.
Quella cavalleria deve partire da qui. Deve conoscere queste strade, questo territorio, questa gente. Deve arrivare prima che sia tardi, perché il confine tra il prima e il dopo, in certi momenti, è sottile come un respiro.
E non sempre ce la facciamo. Non sempre la battaglia si vince. Ci sono momenti in cui la Signora dalla falce porta via quello che è venuta a prendere, e noi restiamo lì, con le mani ancora tese verso qualcuno che non c’è più. In quei momenti i nostri volontari non si girano dall’altra parte. Restano. Asciugano le lacrime ai familiari, tengono una mano, stanno vicini nel silenzio più pesante che esista. Perché il nostro servizio non finisce con l’ultimo respiro di qualcuno. Continua fino a quando chi resta riesce a respirare di nuovo.
Chiunque abbia mai aspettato un’ambulanza con il cuore in gola — per sé, per un genitore, per un figlio, per un amico — sa di cosa sto parlando. Sa com’è quella sirena quando finalmente la senti avvicinarsi. Sa che in quel momento è la cosa più bella del mondo.
E allora, chi si chiede “a cosa serve la Misericordia?” ricordi quei 2.498 interventi. Quasi sette volte al giorno, qualcuno in questa città ha avuto bisogno di quella cavalleria. E quella cavalleria è arrivata. Sempre.
Se dovesse trovarsi in quel momento, vorrebbe sentire quella sirena. Subito. Vicina. Forte.
Santa Marinella è una postazione 118: se la Misericordia venisse meno, al suo posto arriverebbe un soggetto privato o regionale. Le sirene continuerebbero a squarciare il silenzio della città — perché la morte non va in vacanza — ma senza più nessuno dei servizi costruiti in trent’anni di lavoro silenzioso e appassionato. E quella sede che non ci hanno mai dato, dovrebbero comunque trovarla per qualcun altro.
Ma c’è qualcosa che mi ha colpito ancora di più, la sera della riunione. Accanto a interventi legittimi e sensati, ne ho ascoltati altri che rasentavano la follia. Ho percepito qualcosa che non mi è piaciuto: una regia esterna, la presenza di persone con appartenenze politiche e associative precise, che si chiedevano apertamente “a cosa serve la Misericordia, tanto abbiamo la nostra associazione”. Non era la voce disinteressata di cittadini preoccupati. Era qualcosa di organizzato, orientato, con interessi ben distanti dai reali bisogni del territorio.
Questo non posso tacerlo. E non lo taccio.