02/06/2026
Buongiorno a tutte e a tutti,
ci ritroviamo qui, in Piazza Calori,
come ogni 2 giugno,
a celebrare la Festa della Repubblica.
Ma quest’anno questa data porta un numero preciso,
e quel numero merita di essere pronunciato ad alta voce:
ottant’anni.
Ottant’anni dalla Repubblica.
E — diciamolo subito, perché è il cuore di tutto —
ottant’anni dal primo voto delle donne italiane.
Non sono due ricorrenze diverse
che per caso cadono lo stesso giorno.
Sono la stessa cosa.
Il 2 giugno 1946, quando gli italiani furono chiamati
a scegliere tra monarchia e repubblica
e a eleggere chi avrebbe scritto la Costituzione,
per la prima volta nella storia di questo Paese
a votare furono anche le donne.
La Repubblica, dunque, non l’hanno fatta nascere solo gli uomini.
L’hanno scelta, con la loro scheda,
milioni di donne che fino al giorno prima
non avevano avuto voce nelle cose dello Stato.
Ecco perché oggi questa piazza la dedichiamo a loro.
* * *
Proviamo a immaginarla, quella mattina.
Una donna che esce di casa con la scheda in mano
per la prima volta nella vita.
Una donna nata in un’Italia in cui contare,
decidere, firmare,
erano cose che spettavano sempre a qualcun altro.
Quella mattina, per la prima volta,
la sua firma valeva esattamente quanto quella di un uomo.
E in quel 1946, dopo una guerra che aveva falciato una generazione
tra chi si presentò alle urne le donne erano tantissime.
Non comparse. Protagoniste.
Da quel voto uscì l’Assemblea Costituente.
E in quell’Assemblea, accanto a tanti uomini,
sedettero ventuno donne.
Ventuno, su oltre cinquecento.
Poche, se le contiamo.
Enormi, se pensiamo a da dove venivano.
Cinque di loro entrarono nella commissione ristretta
che scrisse materialmente la nostra Costituzione.
Una di queste cinque era una giovane donna dell’Emilia-Romagna,
di Reggio Emilia:
si chiamava Nilde Iotti.
Sarebbe poi diventata la prima donna
a presiedere la Camera dei Deputati.
Lo dico con un certo orgoglio,
perché nel nostro Comune
la sala in cui il Consiglio si riunisce e delibera
porta proprio il suo nome.
Ogni volta che in quella sala si prende una decisione
per San Pietro in Casale,
lo si fa sotto il nome di Nilde Iotti.
Ricordiamocelo.
* * *
E qui voglio dire una cosa sulla nostra terra.
Perché l’emancipazione delle donne, in Italia,
non è arrivata dappertutto allo stesso modo.
L’Emilia-Romagna è stata, su questo, capofila.
E non soltanto a parole, non soltanto diritti scritti.
L’ha fatto con una cosa molto più concreta: i servizi.
Perché un diritto, da solo, non basta.
Puoi scrivere nella Costituzione che uomo e donna sono eguali —
e abbiamo fatto bene a scriverlo —
ma se poi una donna non ha dove lasciare i figli,
quel diritto resta sulla carta.
L’eguaglianza, in concreto, non si fa solo con le leggi.
Si fa con i nidi, con le scuole, con il tempo restituito.
Reggio Emilia, con i suoi asili e i suoi nidi,
è diventata un modello studiato in tutto il mondo.
E da noi, in tutta questa regione,
è cresciuta una rete di servizi all’infanzia
che ha permesso a generazioni di donne
di lavorare, di studiare, di partecipare,
senza dover scegliere
tra l’essere madri e l’essere cittadine.
Questo è il volto pratico della libertà.
Questo è ciò che, qui, abbiamo saputo costruire.
* * *
E questa storia — la storia di una società che cambia volto —
a San Pietro in Casale ha un nome.
Si chiamava Osanna Lambertini.
Nacque nel 1928, figlia di mezzadri.
A undici anni dovette lasciare la scuola
per andare a lavorare nei campi:
la scuola, allora, per una bambina come lei,
era un lusso che la fame non concedeva.
Eppure non smise mai di leggere.
Imparò a leggere il giornale
per capire i comizi, per capire il mondo.
E nel 1950, a soli ventidue anni,
quella bracciante fu eletta nel Consiglio comunale
di San Pietro in Casale.
Una delle prime donne del nostro territorio
a entrare nelle istituzioni,
pochi anni dopo che le italiane
avevano votato per la prima volta.
Osanna è l’inizio di un movimento.
È il segno di una società profondamente patriarcale —
allora, e in ogni luogo —
che cominciava, faticosamente, a cambiare.
Entrò nelle istituzioni con valori fortissimi —
valori in cui ancora oggi ci riconosciamo.
E non si limitò a occupare un posto:
fu protagonista, in prima persona,
nella costruzione di quella rete di servizi
che ha cambiato la vita delle donne di questa terra.
Da quel 1928 a oggi
la strada percorsa è stata enorme.
E l’hanno aperta anche donne come lei.
E oggi
il nuovo asilo nido del nostro Comune porterà il suo nome.
Fermiamoci un istante su questo.
Una bambina a cui, a undici anni, la scuola fu tolta,
darà il suo nome al luogo
dove i più piccoli di San Pietro in Casale
faranno il loro primissimo passo verso la scuola.
Ciò che a lei fu negato,
oggi, con il suo nome quale intestazione,
lo restituiamo ai nostri figli.
È un cerchio che si chiude.
Ed è, allo stesso tempo, un cerchio che si apre.
* * *
Ma vi direi una falsità
se oggi vi raccontassi solo una storia che finisce bene.
Perché quel cammino non è concluso.
Le donne, in Italia, votano da ottant’anni.
Ma guadagnano ancora meno degli uomini
per lo stesso lavoro.
Ma reggono ancora, quasi da sole,
il peso della cura: dei figli, dei genitori anziani, della casa.
Ma lasciano il lavoro, molto più degli uomini,
quando arriva un figlio.
E c’è una ferita che non possiamo nominare a mezza voce:
troppe donne, in questo Paese, vengono ancora uccise.
Uccise da chi diceva di amarle.
Le contiamo, una dopo l’altra, quasi ogni settimana.
E il rischio — lo stesso di sempre — è quello di normalizzare questo fenomeno.
Di leggere il nome, e voltare pagina.
Ecco perché la festa di oggi non è un museo.
L’80° anniversario del voto delle donne
non è una medaglia da appendere e dimenticare.
È un promemoria:
quel cammino lo dobbiamo ancora finire.
E tocca anche a noi — Comune, scuole, famiglie —
farlo avanzare di un altro pezzo.
* * *
Concludo.
Ottant’anni fa, in questo Paese,
è nata la Repubblica.
Ed è nata anche grazie alle donne,
che quel giorno, per la prima volta,
ebbero il diritto di dire la loro.
Da allora la nostra Costituzione dice una cosa semplice e rivoluzionaria:
che davanti alla Repubblica
siamo tutti eguali.
Uomini e donne, senza distinzione.
Oggi, ottant’anni dopo,
a noi non è chiesto di conquistare quel diritto:
ce l’hanno conquistato loro.
A noi è chiesto qualcosa di diverso, e altrettanto serio:
di renderlo vero ogni giorno.
Con i servizi. Con il rispetto.
Con un nido per l’infanzia intitolato a una bracciante
che a undici anni la scuola dovette lasciarla.
Con una sala del Consiglio
che porta il nome di una ragazza di Reggio Emilia
diventata madre della nostra Costituzione.
A Osanna Lambertini,
a Nilde Iotti,
alle ventuno donne che scrissero la nostra Carta,
e a tutte le donne che ottant’anni fa
trasformarono un diritto nuovo in vita quotidiana.
Alle donne lavoratrici, a quelle che ancora vivono sulla loro pelle la discriminazione,
alle madri, alle figlie, a tutte le donne di questo paese.
oggi, semplicemente,
diciamo grazie.
Viva il 2 Giugno.
Viva la Repubblica.
Viva le donne che l’hanno scelta, e che la tengono in piedi ogni giorno.
Viva l’Italia.