20/07/2025
Genova, 20 luglio 2001.
Carlo Giuliani ha 23 anni. È figlio, studente, lavoratore, militante. Scende in piazza come migliaia di altri giovani per dire no a un sistema economico globale che esclude, devasta e uccide. In piazza Alimonda trova la morte: un carabiniere spara, una jeep gli passa sopra due volte. Poi, lo Stato inizia a costruire il silenzio. Le indagini parlano di “legittima difesa”, le immagini vengono manipolate, le responsabilità dissolte. Ma nessuno potrà più cancellare quel corpo riverso a terra, con una maglietta rossa e il sangue sul volto. Carlo non è morto per sbaglio: è morto dentro un preciso dispositivo di ordine, potere e repressione.
Quel giorno Genova è diventata un laboratorio di sospensione democratica. E il peggio doveva ancora arrivare. La notte tra il 21 e il 22 luglio, la polizia fa irruzione nella scuola Diaz, dove dormono studenti, giornalisti, avvocati, osservatori internazionali. Lì dentro non ci sono black bloc, ma persone in sacco a pelo. Le cariche sono feroci, cieche. Si odono urla, fratture, sangue. Uomini e donne vengono picchiati nel sonno. Si contano 63 feriti gravi. La polizia piazza due molotov nella scuola per giustificare il massacro. Una messinscena. Uno degli agenti, anni dopo, definirà quel blitz “una macelleria messicana”. E aveva ragione.
Chi viene arrestato finisce a Bolzaneto, caserma trasformata in centro di tortura. I fermati vengono insultati, sputati, picchiati. Costretti a cantare “Faccetta nera”, minacciati di stupro e finte esecuzioni. Alcuni urinano addosso per la paura. Medici e infermieri tacciono. Gli agenti si fanno scudo l’un l’altro. Nessuno interviene. Nessuno denuncia.
E lo Stato? Lo Stato ha guardato altrove.
Nessuno ha mai scontato una pena per quelle violenze. Molti poliziotti sono stati promossi. L’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per non aver saputo punire la tortura. Ma nel 2001, in Italia, la tortura non era nemmeno un reato.
Genova è diventata una frattura. Una zona rossa anche nella coscienza civile. Non è solo un trauma per chi c’era: è una vergogna collettiva. Un momento in cui la Repubblica ha scelto la forza al posto del diritto. E non ha mai chiesto davvero scusa.
Carlo Giuliani è stato ucciso. Ma il suo nome non è stato sepolto. È memoria viva, scomoda, necessaria. È la domanda che ci portiamo dietro ogni volta che uno Stato reprime invece di ascoltare, protegge i suoi abusi invece dei suoi cittadini.
Chi tutela la democrazia, quando lo Stato la tradisce?