Associazione A Voce Alta Salerno

Associazione A Voce Alta Salerno L’ associazione “A Voce Alta” promuove azioni volte a contrastare il fenomeno della violenza maschile sulle donne, e della violenza in generale.

31/07/2026

“Non farlo” non basta

Dire a un uomo “non essere violento” può sembrare un messaggio sano, necessario, persino ovvio. Ma rischia di produrre lo stesso effetto delle campagne che si limitano a dire “non fumare”, “non bere”, “non drogarti”: informano, ammoniscono, invitano il singolo a comportarsi diversamente. Da sole, però, raramente modificano davvero i comportamenti.

Perché i comportamenti individuali non nascono nel vuoto. Sono appresi, modellati e rinforzati dai sistemi sociali e culturali nei quali viviamo.

È questo che ci insegna un approccio ecologico alla violenza maschile contro le donne: non basta intervenire sul singolo uomo se non mettiamo contemporaneamente in discussione il contesto che contribuisce a costruirne l’identità, le aspettative e il modo di vivere le relazioni.

Da una parte chiediamo agli uomini di non esercitare violenza. Dall’altra continuiamo a proporre un modello di maschilità fondato sul dominio, sulla forza, sul successo, sul controllo, sulla competizione e sull’incapacità di mostrare vulnerabilità. Continuiamo a rappresentare il femminile attraverso corpi sessualizzati, disponibili allo sguardo e al desiderio maschile. Continuiamo a chiamare “gelosia” il possesso, “conflitto” la sopraffazione, “raptus” una violenza costruita nel tempo, “amore” il controllo.

In questo sistema anche il linguaggio svolge un ruolo decisivo.

La nostra lingua e il nostro modo di raccontare la realtà continuano spesso a essere declinati al maschile. Il maschile viene presentato come universale, neutro, capace di rappresentare tutti; il femminile, invece, appare come una specificazione, un’eccezione o un’aggiunta. L’uomo resta il soggetto implicito della storia, del sapere, del potere e delle professioni, mentre la donna deve essere nominata per poter comparire.

Non si tratta soltanto di una questione grammaticale o formale. Le parole stabiliscono chi è visibile, chi può parlare, chi agisce e chi viene rappresentato come semplice oggetto dell’azione altrui.

Questo diventa ancora più evidente quando raccontiamo la violenza. Diciamo che “una donna è stata uccisa”, che “una donna ha subito violenza”, che “una relazione è diventata tossica”. La frase concentra l’attenzione sulla vittima, mentre l’autore scompare. Molto più raramente diciamo con la stessa chiarezza che “un uomo ha ucciso una donna”, che “un uomo ha esercitato violenza sulla propria compagna”, che “un uomo ha utilizzato il controllo e la paura per limitarne la libertà”.

Anche attraverso il linguaggio, dunque, la violenza sembra accadere da sola. Diventa un evento privo di soggetto, una tragedia improvvisa, l’esito di una relazione sbagliata. L’uomo che l’ha agita resta sullo sfondo, mentre la donna viene interrogata: perché non se n’è andata? Perché non ha denunciato? Perché è tornata? Perché non si è accorta prima del pericolo?

Così il linguaggio non si limita a descrivere la realtà: distribuisce responsabilità, costruisce interpretazioni e può contribuire a occultare i rapporti di potere.

La pubblicità, la televisione, la musica, i social, il linguaggio quotidiano e perfino certe forme di umorismo non sono elementi neutrali. Quando continuano a rappresentare l’uomo come soggetto dominante, forte e autorizzato a occupare lo spazio, e la donna come corpo, oggetto del desiderio o figura subordinata, non raccontano soltanto la realtà: partecipano a costruirla.

Questo non significa attenuare la responsabilità di chi agisce violenza. Ogni uomo resta pienamente responsabile delle proprie scelte e dei propri comportamenti. Significa riconoscere che chiedere al singolo di cambiare mentre il sistema continua a premiare il dominio maschile è una risposta insufficiente e profondamente contraddittoria.

Il lavoro con gli uomini autori di violenza è indispensabile, ma non può essere separato da un cambiamento culturale più ampio. Occorre intervenire sull’educazione affettiva, sui modelli di genere, sulla rappresentazione dei corpi, sulle relazioni di potere e sulle istituzioni. E occorre cambiare le parole con cui nominiamo la realtà, perché ciò che non viene nominato difficilmente può essere riconosciuto e contrastato.

Non basta dire agli uomini di essere diversi.

Dobbiamo costruire una società nella quale essere uomini non significhi esercitare potere sulle donne; nella quale la vulnerabilità non sia vissuta come una debolezza; nella quale il maschile non continui a presentarsi come la misura universale dell’umano; nella quale il rispetto non sia soltanto uno slogan e il corpo femminile non sia trattato come un oggetto.

Se vogliamo cambiare i comportamenti, dobbiamo avere il coraggio di cambiare anche il sistema, le immagini e le parole che li producono, li giustificano e, troppo spesso, li rendono invisibili.

Sosteneteci. Grazie ❤️
05/06/2026

Sosteneteci. Grazie ❤️

24/08/2025

PATRIARCATO: NON SONO SOLO GLI UOMINI

Diciamolo chiaro: il patriarcato non regge solo perché gli uomini lo impongono. Regge perché troppe donne lo sostengono, lo difendono e lo trasmettono.
A volte con più passione degli uomini stessi.

Chi ci ha insegnato che “le femmine devono essere educate e accondiscendenti”?
Chi ci ha detto che “un uomo vero deve comandare”?
Chi ci ha cresciuti a pensare che il successo di una donna valga meno?
Molto spesso… sono state le nostre madri.

Non per cattiveria. Ma perché anche loro sono state educate dentro lo stesso sistema.
E il patriarcato funziona così: ti convince che sia “naturale”, che sia “giusto”, che sia “l’unico modo”.

Ecco la verità scomoda: il patriarcato non cadrà mai se non guardiamo in faccia il nostro ruolo nel sostenerlo.
Non basta accusare “gli uomini”.
Non basta indignarsi per un femminicidio.
Serve mettere in discussione le regole che abbiamo interiorizzato.

Se vogliamo cambiare davvero, uomini e donne devono fare squadra.
O continueremo a crescere figli e figlie con le stesse catene che hanno imprigionato noi.

E tu? Sei pronto/a a riconoscere dove hai imparato i tuoi pensieri patriarcali?

23/08/2025

Tina Sgarbini, 47 anni, 3 figli.
Oggi è stata uccisa dall’ex compagno.

Non è un “litigio”.
Non è un “conflitto familiare”.
È violenza maschile sulle donne.

Tre bambini senza madre.
Una società che continua a girarsi dall’altra parte.

Non sono fatti privati. Sono fatti nostri.

https://www.facebook.com/share/p/16r7XGVai7/
21/07/2025

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di Erika Noschese     Salerno, come molte città italiane, si trova ad affrontare le complesse sfaccettature della violenza di genere, un fenomeno che evolve e si adatta ai mutamenti sociali e tecnologici. In un’epoca in cui i pagamenti digitali e l’identità online sono sempre più pervasivi,...

04/02/2025

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Via Luigi Guercio 277
Salerno

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