28/07/2026
Ci sono libri che colpiscono per la loro qualità letteraria, la prosa, la costruzione, la profondità e libri che diventano importanti per le riflessioni che stimolano, per gli argomenti che sollevano, per gli scrigni di memoria che aprono: forse, per il nostro gruppo di lettura, il libro del mese di maggio appartiene perlopiù a questa seconda categoria.
“La strada giovane” di Antonio Albanese, oggetto del nostro incontro del 25 maggio 2026 è un romanzo che, pur apprezzato da alcuni, ha lasciato perplessi diversi membri del gruppo di lettura ma ha permesso di parlare e di confrontarsi su alcune storie individuali inerenti le vicende italiane della Seconda guerra mondiale.
Cominciamo come di consueto dagli aspetti positivi riconosciuti al romanzo: il libro è stato apprezzato per la sua scorrevolezza, data da una scrittura semplice e accessibile che permette una lettura veloce e comunque coinvolgente. Il percorso di Nino lungo la pen*sola è arricchito da descrizioni evocative, capaci di restituire atmosfere, paesaggi e sensazioni con cui il lettore viene accompagnato a partecipare non solo agli eventi ma anche al mondo interiore del protagonista. Tutto questo concorre a farci conoscere questo ragazzo che cerca di restare fedele ai valori trasmessi dalla famiglia, anche quando la sopravvivenza lo costringe a scelte difficili, in un contesto in cui il giusto e lo sbagliato si confondono e diventa difficile distinguere tra amici e nemici.
Alcuni hanno apprezzato la scelta di affrontare un tema così drammatico con un testo breve caratterizzato da una sorta di “leggerezza”, condita occasionalmente di ironia, che contribuisce a rendere il libro adatto a un pubblico ampio, anche scolastico, offrendo una prospettiva più intimistica e meno cruda rispetto ad altri testi sullo stesso periodo.
Tuttavia, proprio questa leggerezza rappresenta anche il principale limite imputato all’opera. Il romanzo è stato spesso percepito come troppo “buonista” e semplificato, incapace di restituire pienamente la realtà storica. Molti lettori hanno riscontrato una certa superficialità nella trattazione dei contenuti, con temi importanti appena accennati e poco sviluppati.
Il finale è stato l’elemento più criticato, anche da molti di coloro che hanno apprezzato il testo: è stato considerato affrettato, prevedibile e poco soddisfacente, lasciando la sensazione che il percorso emotivo e di vita del protagonista resti monco e non venga valorizzato. I personaggi secondari, anche quelli fondamentali come l’amico Lorenzo, risultano poco approfonditi, e in alcuni punti emergono incongruenze narrative che indeboliscono la coerenza del racconto e lo rendono meno incisivo rispetto ad altre opere che trattano vicende analoghe.
In conclusione dunque un romanzo banale e dimenticabile o un romanzo scorrevole e capace di coinvolgere emotivamente? Come sempre, a seconda del lettore, entrambe le cose ma, in questo caso, anche e soprattutto un romanzo che ha consentito di fare importanti riflessioni sugli IMI (Internati Militari Italiani), sulla loro storia poco conosciuta e spesso fraintesa, sul senso del ritorno a casa, sulla voglia di lasciarsi tutto alle spalle a fronte dell’indicibilità di ciò che si è visto e vissuto, con la paura di non essere creduti e la colpa di essere sopravvissuti e tornati mentre di tanti non si saprà più nulla. Ci vorrà molto tempo per riuscire a dire, a parlare, a raccontare, per loro e per tutti gli altri e le altre che hanno subito la prigionia. Forse Nino, il protagonista, ci lascia questo: l’aggrapparsi al proprio mondo affettivo, ai propri valori, anche alla propria paura per tornare a vivere senza farsi annientare dalle brutture del mondo.
Appuntamento al 29 giugno 2026 con I garbati maneggi delle signorine Devoto di Renzo Bistolfi