28/09/2026
NUCLEARE IN POLESINE? NO GRAZIE!
In un momento drammatico per i costi dell’energia i proclami del Governo Meloni sul nucleare sono propaganda come il tetto alle accise, il bollo sospeso per un anno e ora per l’energia economica e immediata e a smentirlo sono i dati.
Quella approvata qualche giorno fa al Senato è una legge delega, non un’autorizzazione a costruire centrali. Dopo l’eventuale approvazione definitiva, il governo dovrà emanare i decreti attuativi, riscrivere il quadro normativo, stabilire i criteri di localizzazione dei siti e rafforzare l’autorità di controllo. Di più, trovare dopo trent’anni un sito nazionale di stoccaggio per le scorie. La più rosea previsione prevede l’attivazione di una nuova centrale nucleare al 2035. Non domani.
Partiamo poi dai tanto citati piccoli reattori modulari - ancora sperimentali - di cui parla il governo. Il progetto NuScale è arrivato a una stima di costo di 9 miliardi, a fronte dei 4 inizialmente previsti. Non esattamente le premesse migliori per pensare di investirci. Questi impianti poi dovrebbero in gran parte sorgere lungo le coste. In Italia bisognerebbe collocare decine di moduli nucleari su un territorio densamente abitato, con litorali ad alto valore turistico e già intensamente utilizzati. Una seria minaccia per l’economia e il turismo nel Delta del Po già provato da granchio blu e costo del gasolio.
Guardiamo poi agli esempi francesi del nucleare di generazione III+, come l’EPR di Flamanville: è costato circa 20 miliardi e ha richiesto 15 anni di lavori, a fronte di una previsione iniziale di 3 miliardi e 6 anni per finirlo. La Polonia, unico paese europeo partito da zero con un programma concreto, ha scelto Westinghouse nel 2022. Il progetto, inizialmente valutato poco più di 20 miliardi di euro, ha raggiunto circa 42 miliardi. E i lavori principali non sono neanche iniziati.
Pensare al sito di Porto Tolle, come vocifera qualcuno, è quindi una favola senza lieto fine.
Il nucleare di IV generazione rappresenta una prospettiva ancora più lontana e incerta. E persino il sindaco Venturini dice no a qualsiasi centrale Venezia o nella laguna.
Imprese e famiglie hanno invece bisogno di risposte immediate, capaci di dare sollievo oggi e di garantire sicurezza nei prossimi anni. Le alternative esistono: è una questione di scelte politiche. Pensiamo a un tetto al prezzo del gas, a un piano straordinario di investimenti nei sistemi di accumulo dell’energia e all’utilizzo degli 8 miliardi dei fondi ETS – il sistema europeo di scambio delle quote di emissione di CO₂ – per accelerare la transizione verso le rinnovabili, che possono garantire energia pulita a prezzi più competitivi rispetto alle fonti fossili, ma anche lavoro alle tante imprese green della nostra regione, che hanno la tecnologia e il know how per fornire sistemi di risparmio energetico
Partiamo da un dato: dal 2020 l’Italia ha destinato in media a queste compensazioni il 5,6% dei proventi, contro il 26% della Germania e il 38% della Francia. Anche la Cina, lo dice bene un grande ambientalista e presidente di Symbola Ermete Realacci, che da occidentali osserviamo come una rivale globale, sta correndo nella stessa direzione: solo nell’ultimo anno ha aggiunto 430 gigawatt di nuova potenza eolica e fotovoltaica e continua a investire su questi ritmi. Ultimo dato secondo il World Nuclear Report 2025 un Kwh da rinnovabili costa 14 centesimi, uno da nucleare 55 centesimi.
Se vogliamo vincere la sfida dell’indipendenza energetica, della pace dobbiamo usare ciò che abbiamo acqua, vento e sole.
Matteo Favero - Commissario provinciale PD Rovigo