Partito Democratico di Rosarno

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07/04/2026

L’autonomia differenziata non è una parola tecnica lontana dalla vita reale. È una scelta politica che incide su cose molto concrete: sanità, scuola, trasporti. E allora parliamoci chiaro, senza ideologie e senza slogan.
A chi ha votato questo governo nazionale e regionale, non dico “avete sbagliato” per partito preso. Dico: fermiamoci un attimo e guardiamo cosa sta succedendo davvero.

L’Italia, secondo la Costituzione, è una Repubblica “una e indivisibile”. Non è una frase poetica: significa che i diritti devono essere uguali ovunque. Se ti ammali a Milano o a Reggio Calabria, devi avere le stesse possibilità di cura. Se vai a scuola a Bologna o a , devi avere le stesse opportunità.

Con l’autonomia differenziata questo principio si incrina.

Perché? Perché si trasferiscono competenze e risorse alle Regioni senza prima garantire i livelli essenziali delle prestazioni (LEP). Tradotto: prima si divide, poi – forse – si aggiusta. Ma nel frattempo chi è più debole resta indietro.

E qui arriva il punto che spesso viene ignorato: per rendere davvero uguali i diritti servono tra gli 80 e i 90 miliardi di euro. Non lo dice l’opposizione, lo dicono studi ufficiali, lo richiama anche la Conferenza Episcopale Italiana. Senza quei soldi, parlare di autonomia è come costruire una casa senza fondamenta.

E allora la domanda è semplice: questi soldi ci sono? No.

E senza quei soldi cosa succede? Succede che chi già sta meglio potrà offrire servizi migliori. E chi già fatica, come la Calabria, resterà ancora più indietro.

Sanità: liste d’attesa più lunghe, migrazione sanitaria che aumenta.
Scuola: meno risorse, meno servizi, meno opportunità.
Trasporti: divari ancora più profondi.

Non è un’opinione. È una conseguenza logica.

E qui arriva il punto più amaro.

I politici calabresi di riferimento fanno finta di essere combattuti. Parlano di prudenza, di attenzione, di “valuteremo”. Ma intanto votano, firmano, si allineano.

Perché?

Perché troppo spesso il loro orizzonte non è la Calabria, ma la propria carriera. È un equilibrio fragile tra dire una cosa qui e compiacere altrove. Un doppio linguaggio che serve a non perdere consenso sul territorio mentre si costruiscono percorsi personali verso vette politiche ben più alte.

E allora diciamolo senza giri di parole: questa non è cautela, è convenienza.

È il trasformismo di chi non vuole scegliere davvero da che parte stare.
È la politica che si piega agli interessi personali mentre il territorio paga il prezzo più alto.

Chi oggi difende questa riforma spesso lo fa per appartenenza, non per convinzione. E quando si parla di diritti fondamentali, l’ideologia deve fermarsi davanti alla realtà.

Perché qui non si tratta di essere di destra o di sinistra.
Si tratta di capire se un bambino calabrese deve avere meno possibilità di uno lombardo.
Si tratta di capire se una persona deve essere costretta a partire per curarsi.

Chi insiste su questa strada senza prima garantire l’uguaglianza dei diritti dimostra una grave mancanza di visione storica. L’Italia è nata unendo, non dividendo.

Questa non è autonomia.
È il rischio concreto di una disuguaglianza istituzionalizzata.

E allora sì, serve dirlo chiaramente:
questa classe dirigente sta giocando con l’unità del Paese e con il futuro del Sud.

Non basta dire “difendiamo il territorio” a parole e poi votare atti che lo indeboliscono nei fatti.

Perché alla fine la verità è una, semplice e dura:
se nasci in Calabria non puoi avere meno diritti.

E chi lo accetta, per calcolo o per carriera, non sta rappresentando il proprio popolo. Sta semplicemente usando il potere per salire più in alto.

LE RAGIONI DEL NONon è una riforma della giustizia.È un intervento che rischia di indebolire l’autonomia della magistrat...
07/03/2026

LE RAGIONI DEL NO

Non è una riforma della giustizia.
È un intervento che rischia di indebolire l’autonomia della magistratura e alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato disegnato dalla Costituzione.

Mentre il Paese affronta problemi reali – processi troppo lenti, carceri sovraffollate, carenza di personale e risorse negli uffici giudiziari – il Governo sceglie di intervenire su altro.

Il vero obiettivo è colpire il Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo previsto dalla Costituzione per garantire l’indipendenza di ogni magistrato dal potere politico.

Il CSM non è un “sindacato dei giudici”.
È uno dei pilastri della nostra democrazia, perché assicura che chi esercita la giustizia sia libero da pressioni e condizionamenti della politica.

Non lo diciamo solo noi.
Lo hanno dichiarato apertamente esponenti del Governo:
si vuole “riequilibrare i poteri”, fermare quella che definiscono “invadenza della magistratura”.

Ma l’equilibrio tra i poteri non si cambia per convenienza politica.
È la garanzia che nessuno, nemmeno chi governa, sia sopra la legge.

Questa riforma si inserisce in un disegno più ampio:
• indebolire il potere giudiziario,
• rafforzare l’esecutivo e ridurre il ruolo del Parlamento,
• frammentare lo Stato con l’autonomia differenziata.

Tre pezzi di uno stesso progetto che rischia di cambiare profondamente l’equilibrio della nostra democrazia.

Per questo votiamo NO.
Per difendere la Costituzione, l’autonomia della magistratura e l’equilibrio tra i poteri dello Stato.





20/09/2025
12/09/2025

“Casa Calabria 100”: la solita favola senza fondamenta (in piena campagna elettorale)

È lo stesso copione del ponte sullo Stretto senza strade e ferrovie nelle aree interne: prima l’annuncio, poi (forse) le infrastrutture. Ora tocca alle case: 100mila euro per comprare e ristrutturare… Ma senza medici, scuole, trasporti, rete stabile, lavoro e servizi quei borghi restano titoli di giornale, non luoghi di vita. E guarda caso, tutto arriva in piena campagna elettorale di Occhiuto: propaganda oggi, problemi domani.
Il paragone col Trentino non regge. Lì gli incentivi sono andati insieme a sanità territoriale funzionante, scuole aperte, TPL cadenzato, fibra vera, manutenzione costante e politiche attive per il lavoro. Qui si copia il bonus, non le fondamenta: idrico che perde, ospedali in affanno, strade dissestate, treni lenti, banda ballerina. Risultato: case nuove su infrastrutture vecchie.

È sempre lo stesso modello propagandistico: evocare l’orgoglio sano di appartenenza dei calabresi senza toccare le cause dello spopolamento. La verità è semplice: si abita dove si vive, non dove si posa una targa. Prima servizi essenziali e lavoro; poi le chiavi di casa. Il resto sono spot elettorali.


25/04/2024

Un invito a vigilare contro ogni forma di intolleranza, discriminazione e violenza. Un invito a costruire una società più giusta, equa e solidale, basata sui valori dell'inclusione, del rispetto e della solidarietà. Questo è per tutti e con tutti!

“Giacomo Matteotti fu assassinato da sicari fascisti il 10 di giugno del 1924.Lo attesero sotto casa in cinque, tutti sq...
20/04/2024

“Giacomo Matteotti fu assassinato da sicari fascisti il 10 di giugno del 1924.
Lo attesero sotto casa in cinque, tutti squadristi venuti da Milano, professionisti della violenza assoldati dai più stretti collaboratori di Benito Mussolini. L’onorevole Matteotti, il segretario del Partito Socialista Unitario, l’ultimo che in Parlamento ancora si opponeva a viso aperto alla dittatura fascista, fu sequestrato in pieno centro di Roma, in pieno giorno, alla luce del sole. Si batté fino all’ultimo, come lottato aveva per tutta la vita. Lo pugnalarono a morte, poi ne scempiarono il ca****re. Lo piegarono su se stesso per poterlo ficcare dentro una fossa scavata malamente con una lima da fabbro.

Mussolini fu immediatamente informato. Oltre che del delitto, si macchiò dell’infamia di giurare alla vedova che avrebbe fatto tutto il possibile per riportarle il marito. Mentre giurava, il Duce del fascismo teneva i documenti insanguinati della vittima nel cassetto della sua scrivania.
In questa nostra falsa primavera, però, non si commemora soltanto l’omicidio politico di Matteotti; si commemorano anche le stragi nazifasciste perpetrate dalle SS tedesche, con la complicità e la collaborazione dei fascisti italiani, nel 1944.

Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto. Sono soltanto alcuni dei luoghi nei quali i demoniaci alleati di Mussolini massacrarono a sangue freddo migliaia di inermi civili italiani. Tra di essi centinaia di bambini e perfino di infanti. Molti furono addirittura arsi vivi, alcuni decapitati.
Queste due concomitanti ricorrenze luttuose – primavera del ’24, primavera del ’44 – proclamano che il fascismo è stato lungo tutta la sua esistenza storica – non soltanto alla fine o occasionalmente – un irredimibile fenomeno di sistematica violenza politica omicida e stragista.

Lo riconosceranno, una buona volta, gli eredi di quella storia?
Tutto, purtroppo, lascia pensare che non sarà così. Il gruppo dirigente post-fascista, vinte le elezioni nell’ottobre del 2022, aveva davanti a sé due strade: ripudiare il suo passato neo-fascista oppure cercare di riscrivere la storia. Ha indubbiamente imboccato la seconda via.
Dopo aver evitato l’argomento in campagna elettorale, la Presidente del Consiglio, quando costretta ad affrontarlo dagli anniversari storici, si è pervicacemente attenuta alla linea ideologica della sua cultura neofascista di provenienza: ha preso le distanze dalle efferatezze indifendibili perpetrate dal regime (la persecuzione degli ebrei) senza mai ripudiare nel suo insieme l’esperienza fascista, ha scaricato sui soli nazisti le stragi compiute con la complicità dei fascisti repubblichini, infine ha disconosciuto il ruolo fondamentale della Resistenza nella rinascita italiana (fino al punto di non nominare mai la parola “antifascismo” in occasione del 25 aprile 2023).

Mentre vi parlo, siamo di nuovo alla vigilia dell’anniversario della Liberazione dal nazifascismo. La parola che la Presidente del Consiglio si rifiutò di pronunciare palpiterà ancora sulle labbra riconoscenti di tutti i sinceri democratici, siano essi di sinistra, di centro o di destra.
Finché quella parola, Antifascismo, non sarà pronunciata da chi ci governa, lo spettro del fascismo continuerà a infestare la casa della democrazia italiana.”

Buon primo maggio! Che sia una giornata all'insegna della gioia, della solidarietà e della celebrazione dei diritti di t...
01/05/2023

Buon primo maggio! Che sia una giornata all'insegna della gioia, della solidarietà e della celebrazione dei diritti di tutti i lavoratori.

02/03/2023

Brava!

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