17/05/2026
C’era una volta, nella Catania del 1513, una città che da poco più di vent’anni aveva espulso i suoi ebrei ma non era riuscita a liberarsi della loro ombra. Le giudecche erano state svuotate, le sinagoghe trasformate, i nomi cambiati. Eppure i neofiti — i convertiti — continuavano a vivere tra gli altri cittadini, osservati con diffidenza, come se il battesimo non fosse mai bastato davvero a cancellare il sospetto. Fu durante la Messa di Pasqua nel Duomo che accadde il fatto destinato a diventare leggenda.
Tra la folla vi era Giovan Battista Rizo, forse sarto, forse calzolaio. Un uomo conosciuto in città, che alcuni ricordavano come persona mite e piacevole. Quando si avvicinò all’altare per ricevere l’Ostia, il sacerdote — secondo una tradizione orale mai del tutto scomparsa — gli avrebbe sussurrato parole terribili, velenose come pietre: «Chi cazzu voi tu, chi sì assassino di Cristo…». Fu allora che tutto precipitò.
Rizo si irrigidì, impallidì, poi ebbe uno scatto improvviso. In un gesto d’ira e umiliazione, colpì il prete con un malrovescio o forse con uno spintone.... La chiesa esplose nel caos. Nella confusione l’Ostia cadde, qualcuno gridò al sacrilegio, qualcun altro parlò immediatamente di profanazione deliberata. In pochi istanti non vi era più un uomo davanti all’altare, ma il “marrano”, il convertito sospetto, il nemico nascosto. Da lì in poi la storia cambiò forma a seconda di chi la raccontava. Secoli dopo, Di Giovanni trasformò Giovan Battista Rizo nel perfetto esempio del falso convertito: un ebreo rimasto segretamente fedele alla propria antica religione, che dopo vent’anni avrebbe finalmente mostrato il suo odio verso il cristianesimo tentando di spezzare l’Ostia consacrata. Secondo questo racconto, la folla inferocita lo trascinò fuori dal Duomo e lo bruciò vivo nella piazza antistante, mentre l’Ostia restava miracolosamente intatta.
Ma una cronaca contemporanea ai fatti racconta un’altra storia. Non parla di ebrei nascosti né di complotti religiosi. Parla piuttosto di un uomo colto da un accesso d'ira.... E soprattutto aggiunge un particolare sorprendente: dopo il linciaggio, molti cittadini piansero la sua morte, ricordando la sua bontà e il suo carattere amabile. Ed è proprio qui che la vicenda rivela il suo significato più profondo. Perché forse quel giorno, nel Duomo di Catania, non si consumò semplicemente un episodio di sacrilegio, ma qualcosa di molto più umano e terribile: la trasformazione di un uomo in simbolo. Bastò una parola sussurrata all’altare — “assassino di Cristo” — per riaprire una ferita collettiva ancora viva nella Sicilia post-espulsione. Il converso diventò così il capro espiatorio di sospetti e d'odio religioso. Non più Giovan Battista Rizo, con la sua storia personale, ma il “neofita infedele”, utile a confermare ciò che molti volevano credere: che l’ebreo convertito restasse comunque diverso, ambiguo, mai veramente accettato.
Eppure la memoria più fragile, quella della cronaca contemporanea e del pianto dei cittadini, lascia intravedere un’altra possibilità: che dietro la leggenda costruita contro il converso vi fosse semplicemente un uomo umiliato, provocato e infine divorato dalla violenza della folla.