Donne contro guerra e genocidio

Donne contro guerra e genocidio Lavoratrici, studentesse, precarie, migranti: donne e libere soggettività organizzate per fermare il genocidio, la guerra e il riarmo!

23/08/2026
AFGHANISTAN: ecco cosa succede quando l’Occidente “esporta democrazia”!Lo scorso giugno in Afghanistan ci sono state div...
15/08/2026

AFGHANISTAN: ecco cosa succede quando l’Occidente “esporta democrazia”!

Lo scorso giugno in Afghanistan ci sono state diverse proteste contro le nuove restrizioni che il governo Talebano vorrebbe imporre alle donne. I primi arresti hanno visto la crescente solidarietà da parte di donne e uomini, che ha determinato un aumento della tensione fin quando i Talebani non hanno sparato sulla folla.

La situazione nel paese è complessa e capire le origini e i risvolti di queste proteste è difficile. Ciò che è certo però è che la condizione delle donne Afghane non è certamente migliorata da quando i Talebani sono tornati al potere. E né tantomeno era migliorata durante i venti anni di intervento occidentale nel Paese.

Per analizzare la situazione delle donne, infatti, non basta fare acriticamente riferimento alla radicalità con cui i Talebani hanno imposto, tra le altre cose, sempre più limiti alla libertà delle donne: dal limitato accesso allo studio, al non poter uscire di casa in autonomia, fino all’obbligo di coprirsi non solo con il velo ma anche con il chadari, il velo a copertura integrale e con lo chador da preghiera, la cui assenza viene sanzionata con vessazioni e maltrattamenti da parte della polizia morale.
È necessario infatti fare un passo indietro e comprendere le cause – e le responsabilità – che hanno determinato un progressivo peggioramento della condizione delle donne e ragazze afghane.

Le recenti proteste arrivano dopo decenni in cui il popolo afghano è stato sottoposto a continue ingerenze esterne e destabilizzazioni interne dettate dagli interessi di chi non ha mai veramente preso in considerazione l’interesse della popolazione e né tantomeno delle donne.
L’Afghanistan, infatti, è uno di quei Paesi che forse meglio conosce il significato della pratica dell'esportazione del mito della superiorità dell’Occidente.

È con questa narrazione che l’Occidente, e in particolare gli USA attraverso la CIA, si è introdotto nel paese e ha finanziato e addestrato attivamente le milizie armate fondamentaliste islamiche a partire dalla fine degli anni ‘70 in poi in funzione antisovietica, lavorando per indebolire il Partito Democratico Popolare Afghano e per contrastare l'esperienza della Repubblica Democratica dell'Afghanistan.

Il paradosso è che invece proprio quest'ultima si impegnò attivamente per la laicizzazione del paese e degli usi e costumi tradizionalmente legati alla fede religiosa. Vennero aboliti la dote matrimoniale e i matrimoni combinati, venne introdotto l’obbligo di istruzione femminile che portò a una scolarizzazione delle donne legata a una loro integrazione nella partecipazione politica e sociale, con incentivi nell’introduzione al lavoro: obiettivi che con la monarchia precedente risultavano impossibili e che allo stesso modo risultano impossibili oggi. Le foto delle universitarie in minigonna a Kabul negli anni ‘70 sono lì a dimostrarlo e, in confronto a ciò che le donne afghane hanno visto in seguito, è facile vedere l'ipocrisia degli USA e della narrazione sulla difesa dei diritti delle donne.

L’intervento statunitense nel Paese favorì infatti l’ascesa dei governi di stampo islamista dei mujaheddin, seguito dal primo regime dei Talebani del 1996 che, tra le altre cose, impose l’uso del burqa integrale e introdusse l’uso dell’acido a Kabul, da gettare sul volto delle donne che non indossavano il velo. Uno strumento utilizzato ancora oggi per punire le donne che non sottostanno alle gerarchie e ai divieti imposti dalla società sulle loro vite.

Ricordiamo le parole di Brzezinski del 1998. L’allora Consigliere per la sicurezza nazionale sotto il Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, alla domanda se si pentisse di aver finanziato la guerriglia islamica in Afghanistan, che avrebbe poi favorito l’ascesa del fondamentalismo, rispose: “Cosa c’è di più importante nella storia del mondo? I Talebani o il collasso dell’impero sovietico? Qualche musulmano esagitato o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?”

Le conseguenze di questa dottrina sono sotto gli occhi di tutti. E dopo decenni in cui le forze americane, europee e britanniche hanno devastato e destabilizzato il paese, nell’agosto del 2021 gli Stati Uniti sono fuggiti dall’Afghanistan, impotenti di fronte all’ascesa dei gruppi Talebani, il loro stesso prodotto. Con buona pace della presunta difesa dei diritti delle donne che, evidentemente, aveva poco a che fare con i loro veri interessi. L'immagine dell'elicottero statunitense che prende quota ci racconta tanto sulla crisi e l'ipocrisia del modello occidentale.

E allora oggi che vediamo alzarsi le condanne morali legate alla condizione in cui vivono le donne in Afghanistan o in altri paesi a maggioranza islamica ci chiediamo davvero: con che coraggio. Il massimo dell’ipocrisia può essere rappresentato da questo episodio: il 21 maggio 2026 il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione definendo “apartheid di genere” il trattamento delle donne in Afghanistan. Dopo poco più di un mese, a Bruxelles sono stati ospitati i rappresentanti dei talebani per accordarsi su come rimpatriare migliaia di profughi verso quell’apartheid!

È evidente quindi che la situazione è complessa e le contraddizioni sono ampie. Ma di fronte a tutto questo ci sembra però che si confermano alcune certezze: che non c’è alcuna salvezza che può arrivare dai governi Occidentali, che non ci sono vittime da salvare e che, soprattutto, il percorso verso la liberazione delle donne e di genere passa solo immaginando un'alternativa sistemica.

AL FIANCO DELLE FAMIGLIE CHE CHIEDONO INTERVENTI STRUTTURALI CONTRO LE TEMPERATURE ELEVATE DI NIDI  E SCUOLE D'INFANZIA!...
09/08/2026

AL FIANCO DELLE FAMIGLIE CHE CHIEDONO INTERVENTI STRUTTURALI CONTRO LE TEMPERATURE ELEVATE DI NIDI E SCUOLE D'INFANZIA!

Da giugno le famiglie dei nidi e delle scuole dell’infanzia di Bologna denunciano temperature insostenibili e chiedono trasparenza sui fondi destinati al raffrescamento, ma soprattutto interventi strutturali per garantire ambienti sicuri e adeguati ai bambini e alle bambine. La protesta, partita dal nido Vespri, coinvolge oggi diverse strutture della città, tra cui Alpi, Bigari, Mazzoni, Tobagi, Testi-Rasponi, Zamboni e Guglielmo Marconi.

Mente il Comune di Bologna, esprime disappunto per la sospensione dei pagamenti delle rette –evidentemente interessa loro di più il guadagno, che il benessere dei più piccoli–, ancora non sono state date risposte concrete e soluzioni.

Come studentesse, lavoratrici, precarie esprimiamo la nostra piena solidarietà alle famiglie e lavoratrici in protesta.
La salute e la sicurezza dei bambini e delle bambine devono essere una priorità, e non di certo una questione di bilancio, come vorrebbe far passare l’assessora Roberta Li Calzi.
I nidi e le scuole d’infanzia devono rispettare le necessità dei più piccoli, ed essere adeguati a sostenere la crescita e lo sviluppo nei momenti più delicati della vita di una persona!

Questa vicenda non è un caso isolato, ma si inserisce in un modello più ampio di gestione della città, sempre più distante dai bisogni di chi la vive. Mentre da una parte si investono risorse in progetti costosi e ampiamente impopolari, come il MuBa al Pilastro, dall’altra parte sono le famiglie delle fasce popolari, le lavoratrici precarie, gli abitanti dei quartieri popolari e periferie a pagarne il prezzo più caro, davanti a un progressivo impoverimento dei servizi pubblici.

Lo abbiamo visto nelle mobilitazioni delle lavoratrici del Servizio Assistenza Domiciliare, nelle proteste delle famiglie per il sistema del click-day dei campi estivi e nelle contestazioni agli aumenti delle tariffe scolastiche: mensa, nidi, trasporto e servizi educativi non sono privilegi né servizi accessori, ma strumenti fondamentali per garantire il diritto allo studio e la possibilità di conciliare la famiglia e il lavoro.

È chiaro che il modello Lepore-Clancy è nemico delle famiglie meno privilegiate, è nemico dei bambini e delle bambine, è nemico delle persone precarie dei quartieri popolari e delle periferie, è nemico delle lavoratrici sfruttate.

Per questo saremo al fianco delle famiglie, delle madri, delle lavoratrici e di tutte le persone che si mobilitano per difendere i servizi collettivi, i diritti e le tutele sociali!

CUBA E L’INCREDIBILE ESEMPIO DEL CENESEX PER LE DONNE E LE PERSONE Q***R!Come Donne Contro La Guerra E Il Genocidio, por...
08/08/2026

CUBA E L’INCREDIBILE ESEMPIO DEL CENESEX PER LE DONNE E LE PERSONE Q***R!

Come Donne Contro La Guerra E Il Genocidio, portiamo avanti la nostra attività nei quartieri e nelle città, in un contesto di crescente regressione dei diritti, delle tutele e delle condizioni di vita di donne e qu**rs non privilegiate. Mentre qua si continuano a investire enormi risorse nelle armi e vengono sottratte a ciò di cui abbiamo realmente bisogno, ci sono delle esperienze che decidono invece di mettere al centro il benessere delle persone.
Il Centro Nacional de Educación Sexual di Cuba, guidato da Mariela Castro Espín, è una di queste, ed è per questo che abbiamo consegnato a loro la nostra raccolta di farmaci, dispositivi medici, igienici e contraccettivi per donne e persone q***r cubane.

Negli anni ha promosso alcune tra le riforme più avanzate al mondo, fino al passaggio fondamentale del nuovo Codice delle Famiglie, approvato con referendum popolare nel 2022.

Cuba ha sviluppato servizi gratuiti di affermazione di genere attraverso il sistema sanitario nazionale e riconosciuto la possibilità di cambiare il nome nei documenti. Parallelamente, il CENESEX ha promosso programmi nazionali di educazione alla sessualità e all’affettività nelle scuole, e campagne istituzionali contro l’omotransfobia. Nel nuovo Codice viene cancellato il concetto di “patria potestà”, sostituito da quello di “responsabilità genitoriale”. Vengono garantiti strumenti più forti contro abusi e discriminazioni, comprese quelle legate all’orientamento sessuale o all’identità di genere, e viene ampliata la definizione di violenza. Il Codice riconosce che una famiglia non è definita esclusivamente dal legame biologico, ma vengono tutelati i legami socio-affettivi. Viene inoltre riconosciuto ciò che qui resta ancora invisibile: il lavoro e l’attività domestica, così come l’assistenza a bambini, anziani e persone con disabilità, nella loro dimensione lavorativa e sociale, prevedendo tutele continuative. E altro ancora.

Ecco cosa rappresentano il CENESEX e Cuba per il miglioramento delle condizioni di vita di donne e qu**rs. Ecco perché continueremo a difenderli da menzogne e da ogni forma di aggressione!

Oggi, a Cuba, abbiamo consegnato al Cenesex - Centro Nacional de Educación Sexual - la raccolta destinata a donne e pers...
07/08/2026

Oggi, a Cuba, abbiamo consegnato al Cenesex - Centro Nacional de Educación Sexual - la raccolta destinata a donne e persone q***r cubane che abbiamo portato avanti per mesi in tantissime città: Roma, Torino, Bologna, Pisa, Milano, Genova, Napoli e Bari.
Ringraziamo tutte le persone che hanno donato farmaci, dispositivi igienici femminili, contraccettivi e altri beni essenziali, contribuendo a portare un sostegno concreto a Cuba, che sta attraversando una gravissima crisi a causa del blocco economico e commerciale sempre più feroce imposto dagli Stati Uniti d'America, che denunciamo come un vero e proprio tentativo di strangolamento e genocidio del popolo cubano.

Ringraziamo anche tutte le realtà che, in questi mesi, hanno costruito insieme a noi iniziative non solo di raccolta, ma anche di sensibilizzazione e di solidarietà, per raccontare ciò che Cuba rappresenta davvero: un Paese che non costituisce un pericolo, nonostante le narrazioni diffuse dagli Stati Uniti, ma un popolo che difende la pace e continua a resistere con coraggio e dignità. Allo stesso tempo, Cuba continua a rappresentare, nonostante tutte le difficoltà che sta vivendo, un esempio nel percorso di liberazione delle donne e delle persone q***r. Per questo non smetteremo mai di ringraziare, prima di tutto, il popolo cubano e il lavoro d'avanguardia che il Cenesex porta avanti ogni giorno.

Donne e persone q***r in difesa di Cuba!

NO AL RAZZISMO E ALL’ISLAMOFOBIA NELLE SCUOLE IN NOME DELLE DONNE!Il Governo Meloni, tramite il Ministro Valditara, prop...
05/08/2026

NO AL RAZZISMO E ALL’ISLAMOFOBIA NELLE SCUOLE IN NOME DELLE DONNE!

Il Governo Meloni, tramite il Ministro Valditara, propone un emendamento da inserire nel nuovo disegno di legge in materia di sicurezza: il divieto di indossare il burqa a scuola.
La scelta è motivata dal Governo come un atto in nome della “dignità della donna e di eguaglianza fra uomo e donna”; l’utilizzo del burqa viene equiparato a qualcosa in netto contrasto con i principi della Costituzione, –spoiler: è esattamente il contrario!– oltre che veicolo di un messaggio discriminatorio e oggettificante nei confronti della donna.

Non possiamo accettare che in nome delle donne passino razzismo e islamofobia, a maggior ragione se istituzionalizzati nelle scuole, luoghi che dovrebbero formare.

Non è una novità, che là dove servirebbe educazione, prevenzione, e strumenti di consapevolezza, il Governo Meloni preferisca invece intensificare un attacco sempre più violento verso chi fuoriesce dai canoni del “buon cittadino occidentale”, soprattutto verso le persone immigrate. Un attacco che si costruisce sulla retorica fittizia di dover difendere le donne (bianche, occidentali), di difesa dei principi costituzionali (italiani ed europei), e quindi veicolando il messaggio, che c’è un nemico interno da temere.
La natura razzista della proposta è evidente.
Infatti sarebbero queste le stesse famiglie a cui però bisognerebbe chiedere il consenso per fare ore di educazione sessuo-affettiva? Il Ministero dell’Istruzione interviene rispetto le scelte famigliari o della singola persona solo quando torna comodo per portare avanti provvedimenti islamofobici e razzisti in nome delle donne.

Ecco che nella scuola si riflette la barbarie di questa società: le continue discriminazioni di genere che come donne e q***r subiamo, vengono utilizzate per giustificare politiche razziste.

L'autodeterminazione delle studentesse e delle ragazze non si può costruire con un'imposizione: togliere la libertà di scelta è una violenza.
Valditara dovrebbe invece pensare a garantire un sistema scolastico efficiente. Serve infatti educazione sessuo-affettiva in tutte le scuole e accessibile a tutte e tutti, serve consapevolezza, prevenzione e un’informazione accessibile. Servono servizi per chi vive nei quartieri popolari e nelle periferie, là dove la violenza si esprime nelle sue forme peggiori, e dove mancano strumenti di contrasto.
Quello che non serve sono politiche razziste e classiste che aumentano le situazioni di marginalità sociale, criminalizzazione e difficoltà di tutte quelle persone già precarie nella società.
Una politica del genere non farà altro che aumentare segregazione e differenze sociali, disincentivando pure le ragazze musulmane a continuare gli studi: alla faccia della difesa dei diritti delle studentesse!

Per questo non possiamo accettare che venga proposto questo emendamento in nostro nome. Soprattutto quando è portato avanti da parte dello stesso governo che più volte si è dimostrato nemico delle donne dei quartieri popolari e delle periferie di questo Paese; che ci ha dato le briciole sotto forma di sussidi e bonus, per investire invece miliardi di euro nella guerra.
Davanti alle politiche razziste e islamofobe di questo Governo, risponderemo colpo su colpo: NON IN NOSTRO NOME!

ATTACCO AL PRIDE DI BERLINO: DONNE E Q***R RIGETTANO LE STRUMENTALIZZAZIONI DI DESTRA E DI GOVERNO Ci stringiamo ai cari...
26/07/2026

ATTACCO AL PRIDE DI BERLINO: DONNE E Q***R RIGETTANO LE STRUMENTALIZZAZIONI DI DESTRA E DI GOVERNO

Ci stringiamo ai cari delle vittime del 25 Luglio, quando durante il Christopher Street Day, il Pride di Berlino, un minivan bianco ha investito la folla che si era radunata all’interno di un parco, causando la morte di una donna e il ferimento di almeno altre sedici, alcune delle quali in modo grave. Il sospetto, non ancora arrestato sarebbe un ragazzo di 21 anni, per le autorità già “legato ad ambienti islamisti”.

Il Sindaco di Berlino Kai Wegner ha già parlato di un “attacco alla nostra società libera e aperta al mondo” che “è stata attaccata nel modo più terribile”. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz scrivendo poi su X aggiunge: “Centinaia di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo stavano festeggiando pacificamente in occasione del Christopher Street Day. Volevano che ci trattassimo con rispetto e tolleranza. Questo è un attacco alla nostra società” e “Siamo aperti e amanti della libertà – e questo lo preserviamo e lo difendiamo. Il fatto sarà chiarito e perseguito con tutta la severità”, ha aggiunto.

Le istituzioni subito si sono espresse sul tema, facendo passare l’accaduto come il prodotto di uno scontro di civiltà tra l’Occidente –libero e democratico– e il resto, il “mondo islamico” a cui sarebbe legato il sospettata –che per contrapposizione diventa automaticamente altro e in netta opposizione rispetto i fantomatici valori di “libertà” e “democrazia” occidentali–. Uno scontro su cui i politici europei insistono fortemente, ripresi e amplificati dai media.

L’obbiettivo ? Creare un nemico esterno da combattere per difendere i sacrosanti valori europei, così da giustificare una tendenza alla guerra in cui l’Occidente sta trascinando tutto il mondo. Dall’altra parte creare anche un nemico interno, su cui scaricare tutte le colpe e i fallimenti di una classe politica incapace.

E infatti non è un caso che anche qui in Italia, esponenti come Vannacci abbiano già tentato di strumentalizzare l'accaduto per attaccare insieme in un colpo solo le persone q***r, le persone musulmane e chi manifesta per la Palestina, rafforzando implicitamente la campagna di Remigrazione e di odio. Altri, come la Lega, fanno leva sull'allarmismo attaccando le "realtà islamiche" e definendo quanto accaduto come "l'ennesimo attacco del terrore islamista in Europa". E così anche l'Osservatorio Israele che arriva a dire che "chi odia Israele finirà ad odiare anche le persone q***r" cercando di mascherare con il solito rainbowashing i crimini e il genocidio che portano avanti da anni.
E infine non poteva mancare il commento di Giorgia Meloni che a lavorare per difendere la "libertà e la sicurezza dei cittadini."
Messaggi fuorvianti se si pensa che vengono fuori, dagli stessi politici che da anni seminano odio e intolleranza.

Si giustifica così un clima di odio, di caccia all’immigrato, senza spendere parole su quella che è la vera minaccia alla libertà delle donne e delle persone q***r in Unione Europea: un’ascesa delle destre in moltissimi Paesi, le politiche discriminatorie, la distruzione dei sistemi di tutela sociale, dei servizi pubblici e di quelli di prevenzione della violenza, la mancanza di educazione sessuo-affettiva nelle scuole, i quartieri popolari abbandonati a sé stessi, lo sdoganamento della violenza verso le persone delle fasce popolari, che colpisce con più forza donne, q***r e le persone immigrate, …

La vera “sicurezza” è questa qua, è la lotta nei quartieri popolari e nelle periferie, contro un sistema basato sulla barbarie, sullo sfruttamento e sulla violenza!

26 LUGLIO 1953: LA SCINTILLA DELLA RIVOLUZIONE CUBANA!La storia di Cuba non è una somma di eventi isolati, ma un process...
26/07/2026

26 LUGLIO 1953: LA SCINTILLA DELLA RIVOLUZIONE CUBANA!

La storia di Cuba non è una somma di eventi isolati, ma un processo continuo di lotta per l'autodeterminazione che, fra momenti di difficoltà e fasi di avanzamento, ha sempre avuto come obiettivo la costruzione di un modello di società più giusta. Il cuore pulsante di questo percorso risiede nella capacità di resistenza del suo popolo e, in modo determinante, nell'azione straordinaria delle donne.

Il 26 luglio 1953, l'assalto alla caserma Moncada guidato dalla "Generazione del Centenario" – ispirata dal pensiero antimperialista di José Martí – si risolse in una tragica sconfitta militare. Eppure, proprio da quell'insuccesso nacque la scintilla politica che avrebbe portato al trionfo del 1959. Il Movimento 26 de Julio (M-26-7) dimostrò che la determinazione poteva convertire anche una sconfitta sul campo in un ideale collettivo. Ma questo processo non sarebbe mai stato possibile senza la varietà delle forme di partecipazione femminile.

Fin dal primo istante, le donne hanno ricoperto ruoli indispensabili e diversificati. Haydée Santamaría e Melba Hernández parteciparono direttamente all'assalto della Moncada, subendo la prigionia e custodendo poi la memoria e la diffusione clandestina del manifesto politico "La storia mi assolverà". Nel frattempo, nelle città, Vilma Espín organizzava la rete urbana di protezione per i superstiti e guidava le proteste contro la dittatura di Batista. Nelle campagne, Celia Sánchez Manduley diventava l'architetto fondamentale della rete di supporto contadino, decisiva per permettere ai ribelli di sopravvivere dopo lo sbarco del Granma. Dalla logistica all'intelligence, dalla propaganda al combattimento diretto con il battaglione Las Marianas, le donne hanno dimostrato che costruire una società nuova richiede ogni forma di resistenza.
Questa stessa attitudine a non piegarsi ha attraversato i decenni. Durante il Periodo Especial negli anni '90, con il crollo del blocco sovietico e una crisi economica devastante, le donne sono state il motore della riorganizzazione quotidiana.

Oggi la sfida si rinnova di fronte a un bloqueo statunitense asfissiante dal punto di vista economico, commerciale ed energetico, con gravissime conseguenze sulla disponibilità di beni e servizi essenziali, in un chiaro intento genocida.
Come ricorda Yuni, una donna cubana che vive sulla propria pelle l'impatto delle sanzioni:
“Questo blocco va avanti da oltre sei decenni per soffocarci, ma c’è qualcosa che i dati non possono misurare: la resistenza. Fa male rimanere senza forniture in una sala operatoria, ma nonostante tutto Cuba è ancora in piedi.”
Ricordare il 26 luglio significa oggi proiettare quella lezione nel presente. Ieri con le armi e l'organizzazione clandestina, oggi con la resistenza quotidiana e la lotta per l’autodeterminazione, la resistenza cubana continua a camminare anche sulle gambe delle sue donne.

NON CHIAMATELA SICUREZZA. DONNE E PERSONE Q***R DEI QUARTIERI POPOLARI VOGLIONO GIUSTIZIA PER ABDERRAHIM FAKIR! Il 19 lu...
21/07/2026

NON CHIAMATELA SICUREZZA. DONNE E PERSONE Q***R DEI QUARTIERI POPOLARI VOGLIONO GIUSTIZIA PER ABDERRAHIM FAKIR!

Il 19 luglio, al Pilastro (Bologna) siamo state anche noi al presidio, poi trasformatosi in corteo, e successivamente nella piazza di ieri –che ha visto l’uso sproporzionato di lacrimogeni, carice e idranti davanti alla rabbia che hanno espresso tante persone per l’assassinio di una persona– al fianco della famiglia di Abderrahim Fakir, assassinato dalla polizia.
Ci siamo unite al grido di dolore della sorella Khadija che con forza continua a ricordare una verità semplice: suo fratello è stato ammazzato a sangue freddo.
Insieme alla famiglia chiediamo che si sappia tutta la verità, già in parte occultata dai media mainstream, dalla Questura e da quelle forze politiche che si sono immediatamente schierate in difesa dei poliziotti.

Ma quanto accaduto non è un episodio isolato. È il risultato di anni di politiche che hanno colpito i quartieri popolari e le periferie.

Le stesse istituzioni di centro-sinistra che oggi evitano perfino di chiamare l’accaduto con il suo nome, parlando genericamente di “morte” senza indicarne i responsabili, sono quelle che negli ultimi anni, insieme alle seguenti politiche securitarie del Governo Meloni, hanno ghettizzato un intero rione per portare avanti progetti di speculazione come il MuBa, reprimendo il dissenso dei residenti con gas lacrimogeni, arresti, fermi, multe e persino manganelli.

Per anni hanno distrutto i quartieri popolari e le periferie. Hanno devastato i luoghi di ritrovo della parte più precaria della popolazione, cancellando spazi di aggregazione e strumenti di prevenzione della violenza e di riscatto sociale, tagliando i servizi pubblici: dalla scuola alla sanità, dalle mense agli asili, fino al trasporto pubblico.
Hanno lasciato i quartieri nell’abbandono, salvo poi indicare proprio quell’abbandono come giustificazione per “riqualificarli”, trasformarli in terreno di speculazione e di una “sicurezza” fatta di poliziotti e manette. Ma chi quei quartieri li vive non li ha abbandonati: ha costruito reti di solidarietà, si è organizzato, ha difeso il proprio territorio.

E la risposta delle istituzioni è stata sempre la stessa: repressione invece di servizi, militarizzazione invece di tutele e garanzie.
Eccola la “sicurezza” che accomuna destra e centro-sinistra. Una sicurezza che non affronta le cause del disagio sociale ma colpisce chi vive le periferie e arriva fino a uccidere. Quella stessa militarizzazione che viene presentata come soluzione ai problemi dei quartieri ha tolto la vita ad Abderrahim Fakir.

Come donne e persone q***r rifiutiamo anche la retorica che usa la nostra sicurezza per giustificare politiche discriminatorie e campagne d’odio contro le persone migranti. La violenza e il razzismo non proteggono nessuna e nessuno: alimentano disuguaglianze e colpiscono soprattutto chi vive già condizioni di maggiore precarietà.

Per questo chiediamo giustizia per Abderrahim Fakir: un fratello, un figlio, un lavoratore, soffocato dalla polizia davanti all’inerzia degli operatori sanitari. La sua morte si inserisce in un clima sempre più pesante di odio verso le persone immigrate o di origine straniera, alimentato e legittimato dal Governo Meloni, dalle sue dichiarazioni, provvedimenti e politiche. Un odio sdoganato dalla istituzioni e alimentata anche da una destra becera e infame che sta creando una situazione sempre più invivibile e reazionaria nei quartieri.

Non possiamo accettare che questo razzismo, Istituzionale e non, passi impunito. Solo all’inizio di giugno, in Calabria, quattro lavoratori neri sono stati bruciati vivi da alcuni caporali dopo aver chiesto il pagamento di oltre un mese di lavoro. Il 7 luglio la polizia ha aggredito brutalmente alcuni ragazzi del Movimento Migranti a Napoli sulla base di accuse rivelatesi infondate. La stessa cultura razzista che alimentano le forze politiche parlamentari permette oggi di umiliare pubblicamente donne che portano il velo, mentre il dibattito pubblico viene invaso da parole d’ordine come “remigrazione”. Non possono esistere vite di serie A e vite di serie B.

Ci opponiamo con forza a questa violenza strutturale che colpisce chi vive nei quartieri popolari e nelle periferie e si accanisce ancora di più contro chi subisce già le disuguaglianze sociali e il razzismo.

Per questo dobbiamo continuare a portare insieme le nostre battaglie per trasformare radicalmente le condizioni nei nostri quartieri e questa società, affinché nessuno o nessuna possa decidere sulle nostre vite.

Indirizzo

Rome

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Donne contro guerra e genocidio pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Scelte rapide

Condividi