21/07/2026
NON CHIAMATELA SICUREZZA. DONNE E PERSONE Q***R DEI QUARTIERI POPOLARI VOGLIONO GIUSTIZIA PER ABDERRAHIM FAKIR!
Il 19 luglio, al Pilastro (Bologna) siamo state anche noi al presidio, poi trasformatosi in corteo, e successivamente nella piazza di ieri –che ha visto l’uso sproporzionato di lacrimogeni, carice e idranti davanti alla rabbia che hanno espresso tante persone per l’assassinio di una persona– al fianco della famiglia di Abderrahim Fakir, assassinato dalla polizia.
Ci siamo unite al grido di dolore della sorella Khadija che con forza continua a ricordare una verità semplice: suo fratello è stato ammazzato a sangue freddo.
Insieme alla famiglia chiediamo che si sappia tutta la verità, già in parte occultata dai media mainstream, dalla Questura e da quelle forze politiche che si sono immediatamente schierate in difesa dei poliziotti.
Ma quanto accaduto non è un episodio isolato. È il risultato di anni di politiche che hanno colpito i quartieri popolari e le periferie.
Le stesse istituzioni di centro-sinistra che oggi evitano perfino di chiamare l’accaduto con il suo nome, parlando genericamente di “morte” senza indicarne i responsabili, sono quelle che negli ultimi anni, insieme alle seguenti politiche securitarie del Governo Meloni, hanno ghettizzato un intero rione per portare avanti progetti di speculazione come il MuBa, reprimendo il dissenso dei residenti con gas lacrimogeni, arresti, fermi, multe e persino manganelli.
Per anni hanno distrutto i quartieri popolari e le periferie. Hanno devastato i luoghi di ritrovo della parte più precaria della popolazione, cancellando spazi di aggregazione e strumenti di prevenzione della violenza e di riscatto sociale, tagliando i servizi pubblici: dalla scuola alla sanità, dalle mense agli asili, fino al trasporto pubblico.
Hanno lasciato i quartieri nell’abbandono, salvo poi indicare proprio quell’abbandono come giustificazione per “riqualificarli”, trasformarli in terreno di speculazione e di una “sicurezza” fatta di poliziotti e manette. Ma chi quei quartieri li vive non li ha abbandonati: ha costruito reti di solidarietà, si è organizzato, ha difeso il proprio territorio.
E la risposta delle istituzioni è stata sempre la stessa: repressione invece di servizi, militarizzazione invece di tutele e garanzie.
Eccola la “sicurezza” che accomuna destra e centro-sinistra. Una sicurezza che non affronta le cause del disagio sociale ma colpisce chi vive le periferie e arriva fino a uccidere. Quella stessa militarizzazione che viene presentata come soluzione ai problemi dei quartieri ha tolto la vita ad Abderrahim Fakir.
Come donne e persone q***r rifiutiamo anche la retorica che usa la nostra sicurezza per giustificare politiche discriminatorie e campagne d’odio contro le persone migranti. La violenza e il razzismo non proteggono nessuna e nessuno: alimentano disuguaglianze e colpiscono soprattutto chi vive già condizioni di maggiore precarietà.
Per questo chiediamo giustizia per Abderrahim Fakir: un fratello, un figlio, un lavoratore, soffocato dalla polizia davanti all’inerzia degli operatori sanitari. La sua morte si inserisce in un clima sempre più pesante di odio verso le persone immigrate o di origine straniera, alimentato e legittimato dal Governo Meloni, dalle sue dichiarazioni, provvedimenti e politiche. Un odio sdoganato dalla istituzioni e alimentata anche da una destra becera e infame che sta creando una situazione sempre più invivibile e reazionaria nei quartieri.
Non possiamo accettare che questo razzismo, Istituzionale e non, passi impunito. Solo all’inizio di giugno, in Calabria, quattro lavoratori neri sono stati bruciati vivi da alcuni caporali dopo aver chiesto il pagamento di oltre un mese di lavoro. Il 7 luglio la polizia ha aggredito brutalmente alcuni ragazzi del Movimento Migranti a Napoli sulla base di accuse rivelatesi infondate. La stessa cultura razzista che alimentano le forze politiche parlamentari permette oggi di umiliare pubblicamente donne che portano il velo, mentre il dibattito pubblico viene invaso da parole d’ordine come “remigrazione”. Non possono esistere vite di serie A e vite di serie B.
Ci opponiamo con forza a questa violenza strutturale che colpisce chi vive nei quartieri popolari e nelle periferie e si accanisce ancora di più contro chi subisce già le disuguaglianze sociali e il razzismo.
Per questo dobbiamo continuare a portare insieme le nostre battaglie per trasformare radicalmente le condizioni nei nostri quartieri e questa società, affinché nessuno o nessuna possa decidere sulle nostre vite.