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INGVambiente Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia - Dipartimento Ambiente

𝗖𝗼𝗺𝗲 𝗰𝘂𝗼𝗰𝗲𝘃𝗮𝗻𝗼 𝗶 𝗽𝗶𝗮𝘁𝘁𝗶 𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗻𝘁𝗶𝗰𝗵𝗶 𝗥𝗼𝗺𝗮𝗻𝗶? 𝗟𝗮 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗼𝘀𝘁𝗮 𝗮𝗿𝗿𝗶𝘃𝗮 𝗱𝗮𝗹 𝗰𝗮𝗺𝗽𝗼 𝗺𝗮𝗴𝗻𝗲𝘁𝗶𝗰𝗼 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗲𝘀𝘁𝗿𝗲Circa duemila anni fa, nelle...
16/10/2026

𝗖𝗼𝗺𝗲 𝗰𝘂𝗼𝗰𝗲𝘃𝗮𝗻𝗼 𝗶 𝗽𝗶𝗮𝘁𝘁𝗶 𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗻𝘁𝗶𝗰𝗵𝗶 𝗥𝗼𝗺𝗮𝗻𝗶? 𝗟𝗮 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗼𝘀𝘁𝗮 𝗮𝗿𝗿𝗶𝘃𝗮 𝗱𝗮𝗹 𝗰𝗮𝗺𝗽𝗼 𝗺𝗮𝗴𝗻𝗲𝘁𝗶𝗰𝗼 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗲𝘀𝘁𝗿𝗲

Circa duemila anni fa, nelle fornaci dell'antica Roma, i piatti venivano probabilmente cotti capovolti, con la superficie interna rivolta verso il basso. Un'abitudine già ipotizzata dagli archeologi, che oggi trova nuove conferme grazie alla geofisica.

A ricostruire questa particolare tecnica di produzione è uno studio pubblicato sul Journal of Archaeological Science: Reports, realizzato da un gruppo di ricerca che comprende ricercatrici e ricercatori dell'INGV.

Gli studiosi hanno analizzato 11 frammenti di ceramica romana, appartenenti alla cosiddetta terra sigillata, una pregiata produzione di vasellame da mensa caratterizzata dalla tipica superficie rossa, spesso lucida. I reperti, risalenti a un periodo compreso tra la fine del I secolo a.C. e l'inizio del II secolo d.C., provengono dagli scavi effettuati nell'area di Largo Amba Aradam durante i lavori per la linea C della metropolitana di Roma.

Ma come si può scoprire, a distanza di duemila anni, in quale posizione venivano cotti i piatti?

Il segreto è nel campo magnetico terrestre.

Durante il raffreddamento dopo la cottura, alcuni minerali presenti nell'argilla conservano una sorta di impronta magnetica, che registra la direzione del campo magnetico terrestre in quel momento.

Attraverso l'archeomagnetismo, la disciplina che studia queste tracce nei materiali archeologici, i ricercatori hanno potuto ricostruire l'orientamento dei manufatti all'interno delle antiche fornaci.

Il risultato? Negli otto frammenti che hanno fornito misure sufficientemente affidabili, le tracce magnetiche indicano che i piatti erano stati cotti capovolti.

Questa disposizione avrebbe consentito agli artigiani romani di impilare le stoviglie in modo più stabile, sfruttare meglio lo spazio nelle fornaci e proteggere le superfici interne dalla caduta di cenere e altri residui della combustione.

Il risultato, pur basato su un numero limitato di reperti, offre nuove informazioni sulle tecniche artigianali romane e dimostra come lo studio del magnetismo terrestre possa aiutarci a ricostruire anche i gesti della vita quotidiana di duemila anni fa.

Nell'immagine un piatto romano in terra sigillata, prodotto ad Arezzo tra il 15 a.C. e il 50 d.C. Immagine di repertorio, non riferita ai reperti analizzati nello studio (Foto: Daderot / Wikimedia Commons, pubblico dominio (CC0).

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𝗤𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗹𝗮 𝗧𝗲𝗿𝗿𝗮 𝘃𝗮 𝗶𝗻 𝘀𝗰𝗲𝗻𝗮, 𝗶𝗹 𝗰𝗶𝗻𝗲𝗺𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗻𝘁𝗮 𝘀𝗼𝗹𝘁𝗮𝗻𝘁𝗼 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮: 𝗰𝗼𝘀𝘁𝗿𝘂𝗶𝘀𝗰𝗲 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝘂𝗻’𝗶𝗺𝗺𝗮𝗴𝗶𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗮𝗺𝗯𝗶𝗲𝗻𝘁𝗲, 𝗱𝗲𝗶...
15/10/2026

𝗤𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗹𝗮 𝗧𝗲𝗿𝗿𝗮 𝘃𝗮 𝗶𝗻 𝘀𝗰𝗲𝗻𝗮, 𝗶𝗹 𝗰𝗶𝗻𝗲𝗺𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗻𝘁𝗮 𝘀𝗼𝗹𝘁𝗮𝗻𝘁𝗼 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮: 𝗰𝗼𝘀𝘁𝗿𝘂𝗶𝘀𝗰𝗲 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝘂𝗻’𝗶𝗺𝗺𝗮𝗴𝗶𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗮𝗺𝗯𝗶𝗲𝗻𝘁𝗲, 𝗱𝗲𝗶 𝗳𝗲𝗻𝗼𝗺𝗲𝗻𝗶 𝗻𝗮𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗶 𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗿𝗮𝗽𝗽𝗼𝗿𝘁𝗼 𝘁𝗿𝗮 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗲𝘁𝗮̀ 𝗲 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗶𝘁𝗼𝗿𝗶𝗼.

Da Siccità a Dante’s Peak, da Volcano a Sempre al tuo fianco, film e serie TV trasformano temi come crisi idriche, vulcani, rischio e prevenzione in narrazione.
Ma cosa resta della realtà scientifica quando questi fenomeni arrivano sullo schermo?
Nel nuovo articolo di INGVambiente analizziamo alcuni esempi per capire come cinema e fiction raccontano le Geoscienze, tra semplificazioni, spettacolarizzazione e attenzione crescente alla prevenzione.

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𝗜𝘀𝗼𝗹𝗲 𝗱𝗶 𝗰𝗮𝗹𝗼𝗿𝗲 𝘂𝗿𝗯𝗮𝗻𝗲: 𝗶 𝘀𝗮𝘁𝗲𝗹𝗹𝗶𝘁𝗶 𝗺𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮𝗻𝗼 𝗱𝗼𝘃𝗲 𝘀𝗶 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗲𝗻𝘁𝗿𝗮 𝗶𝗹 𝗰𝗮𝗹𝗱𝗼 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮̀Non tutte le zone di una città si ri...
14/10/2026

𝗜𝘀𝗼𝗹𝗲 𝗱𝗶 𝗰𝗮𝗹𝗼𝗿𝗲 𝘂𝗿𝗯𝗮𝗻𝗲: 𝗶 𝘀𝗮𝘁𝗲𝗹𝗹𝗶𝘁𝗶 𝗺𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮𝗻𝗼 𝗱𝗼𝘃𝗲 𝘀𝗶 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗲𝗻𝘁𝗿𝗮 𝗶𝗹 𝗰𝗮𝗹𝗱𝗼 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮̀

Non tutte le zone di una città si riscaldano allo stesso modo. Edifici, strade asfaltate, piazze e aree industriali assorbono e rilasciano calore in maniera diversa rispetto ai parchi e alle superfici ricoperte di vegetazione, contribuendo alla formazione delle cosiddette isole di calore urbane.

Ma dove si trovano le zone più calde? E come cambia nel tempo la distribuzione del calore nelle città?

Uno studio condotto da ricercatrici e ricercatori dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dell'Università di Trieste ha analizzato le temperature superficiali di Napoli e Reggio Calabria, utilizzando le osservazioni nell'infrarosso termico del satellite Landsat 8 e dello strumento ECOSTRESS della NASA, installato sulla Stazione Spaziale Internazionale.

L'analisi, basata su osservazioni satellitari notturne raccolte tra il 2014 e il 2025, ha permesso di individuare le aree urbane caratterizzate dalle temperature superficiali più elevate.

A Napoli, le principali concentrazioni di calore emergono nel centro storico densamente edificato e nelle infrastrutture portuali. A Reggio Calabria si osservano analoghe differenze nella distribuzione delle temperature. Grazie al maggiore dettaglio spaziale di ECOSTRESS, è stato possibile riconoscere anche zone più circoscritte, come le piste degli aeroporti.

Il confronto delle immagini raccolte in anni diversi ha inoltre consentito di identificare variazioni termiche associate alle trasformazioni del territorio. Nell'area dell'aeroporto di Napoli, per esempio, alcune anomalie sono risultate collegate a modifiche delle superfici e alla realizzazione di nuove infrastrutture.

I risultati mostrano come l'integrazione di osservazioni provenienti da satelliti diversi possa migliorare il monitoraggio delle isole di calore urbane, offrendo informazioni utili per la pianificazione delle città e per lo sviluppo di strategie di adattamento al cambiamento climatico.

È importante distinguere la temperatura delle superfici, misurata dai satelliti, da quella dell'aria che respiriamo: due grandezze differenti, entrambe importanti per comprendere il clima urbano.

L'immagine presa dall'articolo riporta la distribuzione delle isole di calore superficiali notturne a Napoli, individuate attraverso le osservazioni del sensore ECOSTRESS della NASA

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𝗗𝗮𝗹 𝗦𝗼𝗹𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗧𝗲𝗿𝗿𝗮: 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝗲𝘁𝘁𝗶𝗺𝗮𝗻𝗮 𝗱𝗶 𝗺𝗲𝘁𝗲𝗼𝗿𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗮 𝘀𝗽𝗮𝘇𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗺𝗼𝘃𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝘁𝗮! Tra il 5 e l’11 ottobre 2026, il Sole ha prodot...
13/10/2026

𝗗𝗮𝗹 𝗦𝗼𝗹𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗧𝗲𝗿𝗿𝗮: 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝗲𝘁𝘁𝗶𝗺𝗮𝗻𝗮 𝗱𝗶 𝗺𝗲𝘁𝗲𝗼𝗿𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗮 𝘀𝗽𝗮𝘇𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗺𝗼𝘃𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝘁𝗮!

Tra il 5 e l’11 ottobre 2026, il Sole ha prodotto due importanti brillamenti, o flare: improvvise emissioni di radiazione, registrate l’8 e il 10 ottobre.

Il 10 ottobre è inoltre arrivata una CME, un’espulsione di massa coronale: una nube di particelle cariche e campo magnetico lanciata nello spazio dal Sole. Il suo impatto ha provocato una tempesta geomagnetica, cioè una perturbazione del campo magnetico terrestre, rilevata anche dagli osservatori italiani.

Durante la settimana sono state osservate forti variazioni anche nella ionosfera, la parte dell’alta atmosfera ricca di particelle elettricamente cariche. Il 7 e l’11 ottobre, il contenuto totale di elettroni sopra l’Italia è sceso di oltre il 40% rispetto al valore di riferimento dei 27 giorni precedenti.

Perché ci interessa? La ionosfera influenza il viaggio dei segnali radio: le sue variazioni possono incidere sulle comunicazioni e sulla navigazione satellitare, come il GPS. Monitorare questi fenomeni aiuta a comprendere e valutare i possibili effetti sulle tecnologie che usiamo ogni giorno.

È disponibile online il nuovo bollettino settimanale di meteorologia spaziale: https://buff.ly/QpEyHoK

𝗡𝗲𝗹 𝟭𝟴𝟰𝟴, 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗲𝗿𝘁𝘂𝗿𝗯𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗴𝗲𝗼𝗺𝗮𝗴𝗻𝗲𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗽𝗼𝘁𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲 𝗮𝘃𝗲𝗿 𝗿𝗶𝘁𝗮𝗿𝗱𝗮𝘁𝗼 𝗹𝗮 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝘁𝗿𝗲𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝟭𝟲 𝗺𝗶𝗻𝘂𝘁𝗶. Accadde a Exeter,...
13/10/2026

𝗡𝗲𝗹 𝟭𝟴𝟰𝟴, 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗲𝗿𝘁𝘂𝗿𝗯𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗴𝗲𝗼𝗺𝗮𝗴𝗻𝗲𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗽𝗼𝘁𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲 𝗮𝘃𝗲𝗿 𝗿𝗶𝘁𝗮𝗿𝗱𝗮𝘁𝗼 𝗹𝗮 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝘁𝗿𝗲𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝟭𝟲 𝗺𝗶𝗻𝘂𝘁𝗶.

Accadde a Exeter, nel sud dell’Inghilterra. Il sistema telegrafico utilizzato per verificare che la linea ferroviaria fosse libera smise di funzionare correttamente durante una forte perturbazione del campo magnetico terrestre. Senza poter accertare le condizioni della linea verso Starcross, il treno delle 22:05 rimase fermo in stazione.

Quasi due secoli dopo, uno studio pubblicato sulla rivista Space Weather ha ricostruito quell’episodio incrociando documenti ferroviari, giornali dell’epoca e osservazioni geomagnetiche.

Ma per oltre un secolo, questo episodio è stato collocato nell’anno sbagliato.

Un articolo pubblicato da Nature nel 1871 collocava infatti l’episodio al 18 ottobre 1841. Ma in quell’anno la linea ferroviaria tra Exeter e Starcross non esisteva ancora: sarebbe stata inaugurata soltanto nel 1846.
Gli indizi raccolti dai ricercatori conducono invece al 18 ottobre 1848. Proprio quella sera, i magnetogrammi dell’Osservatorio di Greenwich registrarono forti variazioni del campo magnetico terrestre; nello stesso periodo furono osservate aurore in diverse località britanniche e una grande regione di macchie solari era visibile sulla superficie del Sole.

L’episodio di Exeter resta così uno dei primi casi documentati di effetti dello space weather su un’infrastruttura tecnologica, anche se non il primo: la testimonianza più antica ritenuta attendibile risale al 19 marzo 1847 e riguarda un’interferenza con il telegrafo della Midland Railway.
Una vicenda che racconta qualcosa di molto attuale: quando nascono nuove tecnologie, possono emergere anche nuove vulnerabilità agli effetti dell’attività solare. E, qualche volta, per ricostruirle servono magnetogrammi, vecchi giornali e perfino un orario ferroviario del 1848.

𝗖𝗼𝘀𝗮 𝗰𝗶 𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗻𝘁𝗮𝗻𝗼 𝗶 𝗺𝗶𝗰𝗿𝗼𝗿𝗴𝗮𝗻𝗶𝘀𝗺𝗶 𝗺𝗮𝗿𝗶𝗻𝗶 𝘀𝘂𝗹 𝗰𝗹𝗶𝗺𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗮𝘀𝘀𝗮𝘁𝗼? Un piccolo fossile custodito nei sedimenti del Mar Ligu...
12/10/2026

𝗖𝗼𝘀𝗮 𝗰𝗶 𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗻𝘁𝗮𝗻𝗼 𝗶 𝗺𝗶𝗰𝗿𝗼𝗿𝗴𝗮𝗻𝗶𝘀𝗺𝗶 𝗺𝗮𝗿𝗶𝗻𝗶 𝘀𝘂𝗹 𝗰𝗹𝗶𝗺𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗮𝘀𝘀𝗮𝘁𝗼?

Un piccolo fossile custodito nei sedimenti del Mar Ligure racconta come il clima del nostro pianeta sia cambiato negli ultimi 27.400 anni.
Si tratta di Globigerina bulloides, un foraminifero planctonico le cui dimensioni risentono direttamente delle variazioni ambientali delle acque superficiali. La dimensione dei gusci contribuisce a ricostruire la storia climatica dei mari.

Uno studio, a cui l'INGV ha partecipato, ha analizzato oltre 3.400 esemplari di questo organismo, provenienti da una carota di sedimento prelevata nel Mar Ligure. I risultati mostrano una significativa riduzione della dimensione del guscio nel passaggio dall'ultimo periodo glaciale (Pleistocene) all'attuale periodo (Olocene). Gli esemplari più grandi risalgono ad un periodo geologicamente breve di clima freddo alla fine del Pleistocene.

L'analisi statistica ha confermato che la dimensione di Globigerina bulloides diminuisce all'aumentare della temperatura della superficie del mare. Al contrario, la dimensione tende ad aumentare con salinità più elevate e mostra una risposta più complessa rispetto alla concentrazione di CO₂ atmosferica.

Queste evidenze indicano come le condizioni di acque più fredde e saline favorissero lo sviluppo di gusci di maggiori dimensioni, probabilmente legate a una colonna d'acqua più rimescolata e ricca di nutrienti.

L'analisi morfometrica dei microfossili si conferma così una chiave di lettura preziosa per ricostruire la storia climatica dei mari e comprendere le capacità di adattamento degli organismi marini di fronte ai cambiamenti ambientali globali.

I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Marine Micropaleontology ➡️ https://buff.ly/rVy89Gn

𝗤𝘂𝗮𝗻𝘁𝗼 𝗶𝗻𝗾𝘂𝗶𝗻𝗮 𝗱𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼 𝗶𝗹 𝘁𝗿𝗮𝗳𝗳𝗶𝗰𝗼 𝗹𝘂𝗻𝗴𝗼 𝗹𝗲 𝗴𝗿𝗮𝗻𝗱𝗶 𝗮𝗿𝘁𝗲𝗿𝗶𝗲 𝘂𝗿𝗯𝗮𝗻𝗲? Spesso le amministrazioni hanno a disposizione solo u...
11/10/2026

𝗤𝘂𝗮𝗻𝘁𝗼 𝗶𝗻𝗾𝘂𝗶𝗻𝗮 𝗱𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼 𝗶𝗹 𝘁𝗿𝗮𝗳𝗳𝗶𝗰𝗼 𝗹𝘂𝗻𝗴𝗼 𝗹𝗲 𝗴𝗿𝗮𝗻𝗱𝗶 𝗮𝗿𝘁𝗲𝗿𝗶𝗲 𝘂𝗿𝗯𝗮𝗻𝗲?

Spesso le amministrazioni hanno a disposizione solo una stazione di monitoraggio sebbene sarebbe necessario valutare la qualità dell’aria in un’area molto più ampia. È il caso di Viale della Regione Siciliana a Palermo e della stazione di monitoraggio dell’ARPA “Di Blasi”.

Per superare questo limite, un gruppo di ricercatori ha sviluppato un modello integrato ad alta risoluzione e lo ha applicato al caso suddetto, una delle strade più trafficate d'Europa.

Incrociando i dati della stazione di monitoraggio con le caratteristiche del territorio e il flusso dei veicoli, la ricerca ha ricostruito con altissima precisione come si muovono le sostanze inquinanti a livello stradale. La vera innovazione sta nell'unione tra la fisica e l'intelligenza artificiale. Il sistema da loro progettato utilizza l’AI per riprodurre le concentrazioni di biossido di azoto con un dettaglio spaziale fino a 11 metri e fornisce previsioni attendibili nelle 12 ore successive.

I risultati mostrano che il superamento dei limiti di legge sulla qualità dell'aria può non riguardare un singolo punto isolato dove si trova la stazione di monitoraggio, ma estendersi in una fascia continua adiacente alla carreggiata.

Questo approccio trasforma le singole stazioni di monitoraggio in strumenti di verifica dinamici, capaci di mappare l'esposizione reale della popolazione con una precisione mai raggiunta prima. In futuro la metodologia potrà essere estesa ad altre città, ad altri inquinanti come le polveri sottili e integrata con dati sul traffico in tempo reale, offrendo alle amministrazioni uno strumento scientifico scalabile per la tutela della salute pubblica.
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AGGIORNAMENTO: TEMPESTA GEOMAGNETICA G3 IN CORSOLa CME attesa in questi giorni ha raggiunto la Terra il 10 ottobre alle ...
10/10/2026

AGGIORNAMENTO: TEMPESTA GEOMAGNETICA G3 IN CORSO

La CME attesa in questi giorni ha raggiunto la Terra il 10 ottobre alle 15:16 UTC. La tempesta geomagnetica è attualmente di livello G3 (forte) e potrebbe intensificarsi fino a G4 (severa).

In caso di ulteriore intensificazione, le aurore potrebbero essere visibili a occhio n**o in alcune zone degli Stati Uniti. Al momento non ci sono indicazioni che siano visibili dall’Italia.

Intanto, la regione solare AR4549 ha prodotto un’altra eruzione: alle 15:15 UTC ha generato un brillamento di classe M6.4 e un’onda d’urto nell’atmosfera solare. L’eruzione potrebbe aver lanciato una nuova CME nello spazio, ma servono ancora le immagini coronografiche per confermarlo e capire se sia diretta verso la Terra.

Nel post precedente (https://www.facebook.com/share/p/19svrwcZGQ/) si parlava di una possibile tempesta G2 il 9 ottobre: le condizioni osservate sono ora più intense, ma l’evoluzione dipenderà da come proseguirà l’attività geomagnetica.

𝗖𝗶𝗰𝗹𝗼𝗻𝗲 𝗛𝗮𝗿𝗿𝘆: 𝗶𝗹 𝗰𝗮𝗺𝗯𝗶𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗰𝗹𝗶𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗵𝗮 𝗿𝗮𝗳𝗳𝗼𝗿𝘇𝗮𝘁𝗼 𝗶 𝘃𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗻𝗲𝗹 𝗠𝗲𝗱𝗶𝘁𝗲𝗿𝗿𝗮𝗻𝗲𝗼 Tra il 19 e il 22 gennaio 2026, il ciclon...
10/10/2026

𝗖𝗶𝗰𝗹𝗼𝗻𝗲 𝗛𝗮𝗿𝗿𝘆: 𝗶𝗹 𝗰𝗮𝗺𝗯𝗶𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗰𝗹𝗶𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗵𝗮 𝗿𝗮𝗳𝗳𝗼𝗿𝘇𝗮𝘁𝗼 𝗶 𝘃𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗻𝗲𝗹 𝗠𝗲𝗱𝗶𝘁𝗲𝗿𝗿𝗮𝗻𝗲𝗼

Tra il 19 e il 22 gennaio 2026, il ciclone Harry ha colpito Sicilia, Calabria e Sardegna con piogge intense, forti venti e gravi impatti sulle coste.

Un nuovo studio di ricercatori CNRS e INGV, pubblicato sul Quarterly Journal of the Royal Meteorological Society, ha confrontato questo evento con configurazioni atmosferiche simili osservate in un periodo storico più freddo.

Il risultato è chiaro: oggi, in un Mediterraneo più caldo, le condizioni associate a cicloni come Harry possono produrre venti più intensi vicino alla superficie. Nell’area ionica e in Sicilia, l’aumento stimato è di circa 4-6 km/h.

Le aree interessate dall’amplificazione del rischio comprendevano circa 2,91 milioni di persone e 63,58 miliardi di dollari di PIL.

Secondo lo studio, circa il 9% dei potenziali danni legati al vento sarebbe attribuibile all’intensificazione causata dal cambiamento climatico.

Questa valutazione riguarda esclusivamente i danni legati al vento e rappresenta una stima modellistica, non il bilancio complessivo dei danni causati dal ciclone.

Il numero dei cicloni mediterranei potrebbe non aumentare, ma quelli più intensi potrebbero diventare più pericolosi. Per questo servono ricerca, prevenzione e pianificazione del territorio sempre più attente.

Nell'immagine la tempesta Harry alle 12 UTC del 20 gennaio 2026. Immagine RGB a colori reali dal satellite Meteosat-12.

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10/10/2026

Diciannove partner provenienti da dieci Paesi si sono incontrati a Roma per avviare il progetto Horizon Europe che preparerà l’infrastruttura europea per l’osservazione dell’oceano profondo alle sfide del prossimo decennio. Per l’Italia partecipano: OGS, INGV, CNR.

Leggi il comunicato completo sul sito INGV > https://ingv.it/stampa-urp/ufficio-stampa/comunicati-stampa/gli-osservatori-oceanografici-europei-di-profondita-progettano-il-prossimo-decennio-a-roma-il-kick-off-meeting-di-emso-evolve

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Via Di Vigna Murata, 605
Rome
00142

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