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“La verità è una e una sola. Come sostiene da sempre Giuliano Ferrara, senza Berlusconi Forza Italia non esiste. Forza I...
27/06/2018

“La verità è una e una sola. Come sostiene da sempre Giuliano Ferrara, senza Berlusconi Forza Italia non esiste. Forza Italia è Silvio Berlusconi. Se Berlusconi sparisce, sparisce Forza Italia. Per cui solo il ritorno in campo del suo fondatore la può rianimare.
Berlusconi è l’unico Ulisse che può entrare nella caverna dei Ciclopi e uscirne vivo. Ma non c’è più tempo di aspettare Godot”.

(IL TEMPO, 27 GIUGNO 2018)

CARO SILVIO, ADESSO SALVA FORZA ITALIA

Il governo dei sovranisti ha retto alla prima prova elettorale, anche se Salvini ne è uscito molto meglio del suo vicepremier dirimpettaio, che fa rima con Di Maio. Non c’è nulla da fare: al popolo sovrano questa strana coalizione piace, eccome. Dunque, buona fortuna a loro e all’Italia: a quella mezza che ha votato Lega e Cinque stelle e all’altra metà del cielo che non vi si riconosce. Anche se, per onestà intellettuale, bisogna ammettere che il cattivismo barbaro di Salvini sull’immigrazione raccoglie molti consensi anche negli elettorati a lui lontani, così come piace la voce grossa contro il signorino francese Macron, nemico ideale per risvegliare gli istinti nazionalisti e raggranellare altri like. Questo è quanto, e per invertire il corso degli eventi non basterà certo sgranocchiare pop-corn come al cinema, sedersi sulla riva di un fiume o augurarsi che il famigerato contratto di governo si scontri più prima che poi col principio di realtà. E’ vero che mettersi contro i poteri forti comunitari potrebbe esporre il Paese intero a ritorsioni drammatiche, ma i nuovi governanti – almeno lo spero – dovranno bene o male tenerne conto e ridimensionare così le loro fantasmagoriche promesse. Ma il vero rischio che intravedo è un altro, ossia che questo ircocervo politico finisca per consolidarsi a tal punto da diventare, al prossimo appuntamento elettorale, maggioranza e insieme opposizione. Un nuovo arco costituzionale. Perché in democrazia i vuoti si riempiono sempre, e attualmente un’opposizione è difficile trovarla, anche col lanternino. I suoi portavoce sono in effetti fantasmi e, salvo rare eccezioni, non fanno paura a nessuno.
Certo, se a suo tempo fosse nato il partito della Nazione oggi forse staremmo assistendo a un film diverso, ma rischiamo di parlare dell’archeologia politica e servirebbe a poco. Il fatto è che dentro il corpaccione indistinto del Paese stava covando un rancore sordo determinato dall’impoverimento dei ceti medi, che ha trovato nella guerra all’immigrazione il suo sfogo sociale. Per cui il Nazareno e le stesse sacrosante riforme sono state seppellite da un richiamo primordiale, da un istinto di conservazione che solo i sovranisti hanno saputo intercettare.
L’effetto di tutte queste concause ha messo fuori gioco il Pd, reduce (reduce!) da una lunga stagione di governo, e candidato Forza Italia a essere una dependance della Lega. L’inerzia è drammaticamente questa: Salvini in questo momento appare come una specie di ciclope politico in grado di divorare tutto quello che gli sta intorno, antipasto, primo secondo e frutta, cocomeri e Meloni compresi, e Forza Italia sembra invece una barca a vela destinata a inabissarsi.
Stare all’opposizione in Parlamento mentre il tuo principale alleato governa con i tuoi nemici è un ossimoro che può durare qualche mese al massimo, perché il governo, come è arcinoto, logora chi non ce l’ha. Stare nel partito popolare europeo e accettare che il leader del tuo schieramento sia un abile lepen*sta è un controsenso da teatro dell’assurdo. E’ un vicolo cieco da cui non si esce certo col cerotto del leggendario “rinnovamento” di Forza Italia. Il 4 marzo le liste azzurre sono state profondamente rinnovate, tanto che molti dei nuovi parlamentari forzisti ad Arcore nessuno nemmeno li conosce. Ma questo non ha cambiato il corso delle cose. Anzi.
La verità è una e una sola. Come sostiene da sempre Giuliano Ferrara, senza Berlusconi Forza Italia non esiste. Forza Italia è Silvio Berlusconi. Se Berlusconi sparisce, sparisce Forza Italia. Per cui solo il ritorno in campo del suo fondatore la può rianimare. Ma come? Berlusconi non può più aspirare al 40 per cento dei consensi, e neppure può tornare ad essere il principe federatore di una coalizione fatta con Salvini. I fatti hanno dimostrato il contrario, e oggi Forza Italia è divisa tra chi vorrebbe rompere subito con la Lega, a costo di far cadere anche qualche giunta importante, per dare almeno un segnale. e chi invece non vede altra strada che consegnarsi mani e piedi nel partito unico di Salvini. Sarebbero due errori gravi e speculari. Il centrodestra ha il vento in poppa nei sondaggi, e se si votasse domani potrebbe conquistare una solida maggioranza in Parlamento, ma l’interesse di Salvini ora non sembra essere questo: prospera e cresce, infatti, tenendo aperti due forni che gli consentono insieme di fare il pane a Roma con Di Maio e di aprire redditizie botteghe locali con Berlusconi. Questo fino a quando la farina del centrodestra non sarà tutta sua, con Forza Italia ridotta a uno sfilatino raffermo.
Ma Berlusconi non può accettare che finisca così la sua storia politica: è un genio multiforme che ha svolto una grande funzione storica ed ha il dovere di liberarsi da questa trappola. Deve ribaltare lo schema che lo vede subalterno – e lui non può essere subalterno a nessuno – smettendo di recitare un copione che non è il suo. Lui è stato il primo grande populista dopo la prima Repubblica, senza mai spargere odio e scassare le istituzioni democratiche, e sarebbe una nemesi beffarda vedersi soppiantato dal nuovo populismo massimalista di destra. Ora lo hanno messo nell’angolo, ma non c’è più odio fra gli italiani nei suoi confronti, e questo è un vantaggio. Ha il dovere di riprovarci, per la sua storia e il suo ruolo, di togliersi la sordina e di mettere in campo il Ghino di Tacco che è in lui. Se copia Salvini, la gente sceglie l’originale. Elementare, Silvio. Se invece torna a fare il Berlusconi, quello che ha saputo per lustri parlare al cuore e al portafoglio degli italiani, che ha incarnato per vocazione e non per calcolo l’umanitarismo non peloso e il liberismo sociale, c’è un popolo pronto ancora a seguirlo e a prendere il pane dal suo forno. C’è bisogno di lui per restituire un baricentro moderato a una politica troppo inclinata sulle estreme. La luna di miele col governo finirà, com’è sempre finita, e l’elettorato è, come si dice, liquido e mutevole. Uno spazio di manovra insomma esiste. E Berlusconi è l’unico Ulisse che può entrare nella caverna dei Ciclopi e uscirne vivo. Ma non c’è più tempo di aspettare Godot.

“L'immigrazione non si può governare con le parole d'ordine, ma rafforzando la coesione europea, perché se tornasse l'Eu...
24/06/2018

“L'immigrazione non si può governare con le parole d'ordine, ma rafforzando la coesione europea, perché se tornasse l'Europa frazionata dei piccoli o grandi Stati, il mondo del domani la stritolerebbe. E stritolerebbe prima di tutto noi, che siamo il suo avamposto sulla frontiera africana”.

(IL TEMPO, 24 GIUGNO 2018)

GLOBALIZZATI E CONTENTI

Quando esplodono le grandi crisi della storia il primo istinto di ogni popolo è quello di rinchiudersi nel suo piccolo mondo antico, di alzare muri, di mettersi al riparo nel guscio. E' un riflesso naturale, quasi biologico. Come i luddisti che temevano gli effetti della Rivoluzione industriale, insomma, oggi il cittadino medio ha paura della dissoluzione del suo mondo naturale.
Oggi questo si chiama sovranismo, un termine che riassume molto bene quel sentimento trasversale che ha portato metà degli elettori italiani a votare per due partiti molto diversi ma sostanzialmente, appunto, sovranisti. Una narrazione che gode di un consenso molto più ampio nel Paese di quello espresso nelle urne, per cui, secondo la Swg, oggi il 75 per cento degli italiani approva le politiche del governo giallo-verde, evidentemente a trazione leghista, visto che come primo atto ha lanciato una sfida a 360 gradi contro l'immigrazione e contro l'Europa. E' impopolare, in questo momento, rispondere a chi sostiene che basterebbe uscire dall'euro per risolvere i problemi economici e che i nemici da sconfiggere sono l'immigrazione, le élites tecnocratiche e la moneta comune, che la loro è una diagnosi sbagliata, che non è ritirandosi dentro i propri confini che si possono affrontare le sfide della globalizzazione, che l'Europa è una costruzione rimasta a metà ma che va completata e non distrutta.
Però bisogna sforzarsi di ragionare partendo prima di tutto da un dato di fatto incontrovertibile: la globalizzazione ha aperto nuovi mercati, ha sollevato dalla povertà una parte del mondo, e anche se ha fallito come strumento occidentale di esportazione della democrazia - perché la democrazia, come ha scritto Oriana Fallaci, non è un cioccolatino o un hamburger di McDonald's - resta comunque un fenomeno che nessuno è più in grado di fermare: sarebbe come fare la guerra ai missili nucleari con la cerbottana.
Siamo o non siamo dentro fino al collo al villaggio globale? Anche il più accanito sovranista ogni giorno apre il suo computer e naviga su internet, per cui le distanze si sono annullate, i mercati finanziari prosperano e fibrillano in tempo reale, le economie sono sempre più interdipendenti, i nostri ragazzi sono sempre più europei, viaggiano e studiano con Erasmus e parlano sempre di più la stessa lingua.
Abbiamo (quasi) tutti accolto il buono della globalizzazione, che è figlia della tocnologia che ci ha cambiato in meglio la vita. E l'immigrazione, volenti o nolenti, è una diretta conseguenza della globalizzazione, è anch'essa un movimento globale, che si può governare ma non certo fermare. I barconi pieni di disperati non sono Annibale che passa le Alpi con i cartaginesi, ma semplicemente il sintomo di un mondo in subbuglio. Tutte le globalizzazioni, lo insegna la storia, portano con sé massicci movimenti migratori: accadde alla fine dell'Impero romano, è successo nel XVI e nel XIX secolo. E nulla come le migrazioni porta con sé la percezione di un mondo che si disgrega. Per cui le paure sono umanissime e giustificate, ma anch'esse andrebbero meglio governate e non solo cavalcate elettoralmente.
C'è poi un nesso inscindibile tra l'immigrazione e i due grandi fenomeni che caratterizzano la crisi della globalizzazione, ossia il populismo originato dalle paure e dai disagi del popolo e quello di matrice nazionalista, protezionista e dunque sovranista che risponde alla richiesta di protezione dei confini.
Dovere della politica sarebbe guardare avanti, oltre l'interesse contingente e oltre le apparenti convenienze dell'oggi. La domanda che tutti dovremmo porci è: quale mondo dobbiamo consegnare ai nostri figli e ai nostri nipoti? C'è una stima del Fondo monetario sulle dinamiche future delle prime dieci economie del mondo che è una sorta di bomba a orologeria: quest'anno tra esse figurano - nell'ordine - quattro Paesi europei, ossia Germania, Regno Unito, Francia e Italia. Ma nel 2050 fra le prime dieci, e all'ultimo posto, resterà solo la Germania, superata anche dalla Nigeria. Ci vuol poco a capire che solo un'Europa sempre più integrata sarà in grado di reggere la concorrenza economica degli ex Paesi in via di sviluppo.
A questo dato, che prefigura un arretramento storico del Vecchio Continente, in cui per inciso si sviluppò la civiltà industrializzata, ne va aggiunto un altro ugualmente significativo, fornito questa volta dai demografi: nel 2050 la popolazione della Germania diminuirà dal 16 al 17 per cento, quindi decine di milioni di persone, mentre la popolazione della Nigeria crescerà del 121 per cento, un aumento vertiginoso che spiega molte cose. Non solo: nei prossimi decenni nel continente africano avremo sicuramente un raddoppio complessivo della popolazione a Sud del Sahara (circa un miliardo di persone). Questo per dire che chi soltanto immagina di fermare l'immigrazione con i muri e con i fili spinati è un visionario come chi si illude di svuotare il Mediterraneo con un cucchiaino. Ho letto una dichiarazione di Di Battista, interprete autentico del grillismo duro e puro, secondo cui "il futuro degli africani è in africa": un auspicio che tutti potremmo e vorremmo sottoscrivere, solo che per costringere milioni di persone a rinunciare alla ricerca - a nord, e dove se no? - del loro spazio vitale non basta uno slogan da ratificare sul web. La realtà, come ho cercato di spiegare, è molto più complessa: l'Occidente, dopo la lunga fase coloniale, ha di fatto abbandonato l'Africa al suo destino - mentre la Cina se la sta comprando - e se davvero vuol convincere gli africani a non emigrare deve progettare investimenti ciclopici per creare infrastrutture e lavoro, senza dimenticare il fattore climatico che è un altro elemento cruciale dell'emigrazione.
Per quanto riguarda l'Italia, bloccando l'immigrazione entro il 2060 la nostra popolazione scenderebbe da 60 a 46-47 milioni circa di abitanti. Dunque potremmo anche pensare che così staremmo più larghi. Di fatto, però, nel passaggio tra il 2015 e il 2060 cresceranno soprattutto i cosiddetti grandi vecchi, che saranno quattro milioni in piu`, ovvero il 30 per cento della popolazione.
Che conclusioni dobbiamo trarre? La prima è che globalizzazione e immigrazione sono due facce della stessa medaglia, e che se la prima va inevitabilmente avanti, l'altra è destinata a consolidarsi come fenoimeno strutturale e non emergenziale. L’accoglienza dei profughi e` una questione umanitaria che bisognerebbe però governare con il criterio della convenienza e con regole certe e armonizzate a livello europeo.
Anche perché, per dirla brutalmente, gli immigrati serviranno a pagare le pensioni degli anziani europei e italiani e a mantenere in piedi quel che resta del nostro welfare. Nella consapevolezza, però, che l'immigrazione, se non controllata, porta però alla creazione di una serie di ghetti etnici, confessionali e identitari dove ci sono fette di popolazioni immigrate che percepiscono se stesse come antagoniste e nemiche del resto della società, come sta purtroppo accadendo in Olanda, in Francia nelle banlieues e in Gran Bretagna. Dunque l'immigrazione non si può governare con le parole d'ordine, ma rafforzando la coesione europea, perché se tornasse l'Europa frazionata dei piccoli o grandi Stati, il mondo del domani la stritolerebbe. E stritolerebbe prima di tutto noi, che siamo il suo avamposto sulla frontiera africana.

La crisi del Movimento 5 Stelle e quella di Forza Italia. La tenuta di Pd e Lega
15/06/2018

La crisi del Movimento 5 Stelle e quella di Forza Italia. La tenuta di Pd e Lega

(IL TEMPO, 15 GIUGNO 2018)

IL RISULTATO DELLE AMMINISTRATIVE E LA LUNGA CORSA VERSO LE EUROPEE

La crisi del Movimento 5 Stelle e quella di Forza Italia. La tenuta di Pd e Lega

Ci sono molte e corrette argomentazioni che inducono alla prudenza nell’analizzare, in chiave politica, i risultati di un turno amministrativo parziale, quale quello che si è tenuto domenica scorsa. E tuttavia dei dati emergono con sufficiente chiarezza e vale la pena di azzardare alcune valutazioni, anche perché questo turno elettorale è praticamente coinciso con le prime settimane di luna di miele di un governo oggettivamente ‘rivoluzionario’ che, a stare ai sondaggi, gode anche di notevoli consensi da parte dei cittadini e che sta suscitando grandi aspettative nel Paese.

Vanno ribadite naturalmente alcune premesse: le pere con le mele non si possono confrontare. Le comunali sono, oramai da un paio di decenni, cosa ben diversa dalle politiche. E questo per una serie di ragioni che spesso operatori e commentatori dimenticano. È diverso il ‘format’, diciamo così, sia perché siamo di fronte ad una legge elettorale a doppio turno nei comuni sopra i 15mila abitanti (10mila in Sicilia), sia perché il corpo elettorale - legalmente identico - è nei fatti diverso. Fra politiche di marzo e amministrative di domenica sono rimasti a casa circa 800mila elettori su 6 milioni e mezzo di aventi diritto, pari ad una flessione nella partecipazione del 12%. È conseguentemente diversa anche l’offerta politica per la abnorme proliferazione di liste cosiddette civiche e per la centralità della figura dei candidati sindaci che sono sottoposti ad elezione diretta. C’è in aggiunta l’influenza determinante di fattori locali e di fenomeni di macro-aree: per esempio la possibilità offerta dalla legge di esprimere le preferenze, fatto questo che rende il sud del paese molto più partecipativo, rispetto ad altri tipi di competizioni. Tutto ciò per dire che anche chi scrive è consapevole che confronti espliciti fra dati difformi vanno presi con cautela e solo quando emergono con univocità e chiarezza dei segnali politici, si possono indicare delle tendenze in atto.

Non rileva ai fini di questa fase il bilancio delle amministrazioni vinte e p***e, anche perché siamo a metà del cammino, visto che per 75 comuni su 109 dovremo aspettare il turno di ballottaggio del 24 giugno. Tuttavia vale la pena di azzardare una previsione che si poteva tranquillamente avanzare prima della apertura delle urne e anticipare i titoli del 25 giugno che avranno un segno certamente diverso rispetto a quelli di questi giorni. Non si parlerà più infatti di “tenuta” del centro-sinistra. E questo dato – vero, come vedremo, dal punto di vista dei voti di lista - non potrà che essere ribaltato all’esito dei ballottaggi.

Non occorre la palla di vetro infatti per capire che - dal punto di vista ‘maggioritario - il centro-sinistra queste elezioni poteva solo perderle e le perderà. Questo perché ai nastri di partenza dei comuni a doppio turno (i 109 sopra i 15mila abitanti - sopra i 10mila in Sicilia) ben 57 amministrazioni erano a guida centro-sinistra a fronte delle sole 20 a guida del centro-destra. Dato amplificato a dismisura nei comuni capoluogo di provincia (che sono quelli su cui poi si fanno i titoli dei giornali nazionali): perché in questo caso i comuni con amministrazione uscente a guida centro-sinistra sono addirittura 15 su 20. Tutto ciò spiega l’entusiastica reazione della dirigenza piddina al miracoloso risultato di Brescia, unico fra i 20 comuni capoluoghi al voto già assegnato a San Del Bono.

Detto questo però c’è un altro dato su cui occorre soffermarsi, perché questo non muterà all’esito dei ballottaggi ed è già cristallizzato per tutti i comuni sopra i 15 mila abitanti. È il dato del voto proporzionale, il dato del voto ai partiti. Se è vero che questo è influenzato dal diversificato impatto delle liste civiche, va detto che liste civiche e i fenomeni locali esistono per tutti i partiti. Eppure le performance sono diverse e questo vorrà dire qualcosa.

La valutazione delle prestazioni al proporzionale sono doppiamente importanti anche perché il vero spartiacque della legislatura sarà rappresentato fra meno di un anno dalle elezioni europee che, per l’appunto, sono elezioni proporzionali. Per questo abbiamo elaborato il dato di lista ai partiti ‘tradizionali’ per le macroregioni così come accorpate dalla legge elettorale con cui gli italiani andranno a votare il 26 maggio 2019.

Il professor D’Alimonte sul Sole 24 Ore ha già messo in evidenza le performance dei partiti rispetto al 2013: anche allora si votò a stretto giro alle elezioni politiche e alle elezioni amministrative. Rispetto al turno precedente solo Lega e Pd mostrano ‘performance’ migliorative, mentre il Movimento 5 Stelle ha avuto un dato parimenti negativo, riportando dalle politiche gli stessi voti del 2013, cioè 29 su 100. Si dirà che i grillini alle amministrative sono penalizzati dall’assenza e di una classe dirigente valida e dall’incapacità di raccogliere voti di preferenza. Ma stavolta – rispetto a cinque anni fa – ci sono significative differenze. In primo luogo perché hanno conseguito uno straordinario risultato alle elezioni politiche (il 32,7 per cento) e – soprattutto – perché avrebbero dovuto risentire positivamente della stessa onda di entusiasmo che ha contagiato gli elettori della Lega che è riuscita a riportare al voto ben 66 elettori su 100 fra politiche e amministrative contro i 56 su 100 del 2013.

Detto questo andiamo ai numeri. Le liste del movimento 5 Stelle, che erano presenti in ben 99 comuni di quelli a doppio turno, hanno conseguito un misero 11,9%. Ad aggravare questo dato va detto che nei comuni in questione il dato delle politiche era assai più alto del risultato nazionale: in quegli stessi comuni infatti Di Maio & C. avevano ottenuto il 40,3%. La perdita secca è dunque di oltre 28 punti percentuali. Il partito guidato da Di Maio esce con le ossa rotte soprattutto al sud, vero granaio alle politiche di voto pentastellato: qui la perdita supera il 35 per cento.

La Lega, che pure non ha sfondato, ha però tenuto meglio: nei comuni in questione aveva ottenuto alle politiche il 14%, ha perso il 3,4 per cento. Ed è un dato sostanzialmente uniforme (dal nord al sud) segno che lo sfondamento non c’è stato, anche se il dato è enormemente superiore se si confronta con le precedenti amministrative. Il Pd mostra una tenuta simile, con segni di vitalità al nord – dove riesce a crescere rispetto a marzo affermandosi come primo partito – mentre conferma le difficoltà nell’Italia centrale e lo stato comatoso in quella meridionale e nelle isole.
Capitolo a parte merita il crollo di Forza Italia, che viene abbandonata dal 60% degli elettori che l’avevano scelta alle politiche e dimezza la propria percentuale scendendo dal 15 al 7 per cento. Un crollo generalizzato e riscontrabile in tutto il Paese. Il partito di Berlusconi nell’Italia meridionale ormai vale solo l’8%, braccato dagli alleati Lega e Fratelli d’Italia appaiati intorno al 5%. In alcuni comuni capoluogo i forzisti, largamente non all’altezza dei meriti di Silvio Berlusconi, superano a stento il 3 per cento e da qualche parte si sono visti sopravanzare anche da Fratelli d’Italia. Il vento del nuovismo, quello che ha portato in Parlamento una miriade di volti sostanzialmente sconosciuti, i propositi di rinnovamento nella continuità degli azzurri, non hanno evidentemente pagato. Segno evidente che il tempo in cui si poteva supplire alla politica con le facce, è finito.
Va meglio per i piccoli partiti, Leu e Fratelli d’Italia, che, anche se presenti in un numero inferiore di comuni, in questo caso sono stati avvantaggiati da un lato dalla bassa affluenza, dall’altro dal carattere ‘militante’ e identitario del loro elettorato.
C’è infine un ultimo dato che vale la pena sottolineare: gli italiani che alle politiche avevano scelto i sei principali partiti, quelli su cui abbiamo basato questa analisi, scendono dal 96,6% di marzo al 53,8% di domenica scorsa. Un 42% in fuga verso le liste civiche che infatti eleggono 14 sindaci al primo turno ed approdano a 40 ballottaggi su 75, ballottaggi a cui, in 19 casi si presenteranno come liste più votate. È un bacino di potenziali elettori ‘fluttuanti’ che forse potrebbe rappresentare in futuro il serbatoio di qualcosa di nuovo, che ancora non si intravede all’orizzonte.
Anche perché se alcune delle tendenze che abbiamo evidenziato dovessero essere confermate alle Europee del prossimo anno, assisteremo ad un mutamento di scenario. Altrimenti la luna di miele del governo con gli elettori durerà a lungo e sarà destinata a cambiare definitivamente il quadro politico.

09/06/2018

(IL TEMPO, 9 GIUGNO 2018)

IL PIANO DI SALVINI, L’UE E GLI IMMIGRATI

Europa sorella o Europa matrigna? Questo dilemma accompagna e divide la politica italiana fino dal Trattato di Maastricht del ’92, e non ha mai avuto una risposta univoca. La tragicommedia dell’ingresso nella moneta unica, ai tempi del primo governo Prodi, pur con i fondamentali economici non proprio a posto, resta l’emblema di questo perenne equivoco. Fu la Spagna di Aznar, allora, che era in condizioni simili alle nostre, a convincerci che entrare subito era più conveniente che aspettare. Ma, insomma, in tanti italiani resta il dubbio, se non la certezza, di essersi ritrovato in tasca, con un euro, non le 1936,27 lire concordate, ma esattamente la metà. Ed è spesso inutile sostenere che senza l’euro, con le tempeste finanziarie globali di questo inizio secolo, l’Italia sarebbe già finita a gambe all’aria. Questo è il sentimento diffuso, anche se i sondaggi lo rilevano solo in parte, ed è innegabile che tutti i governi italiani si siano battuti, nel bene e nel male, per far valere le nostre ragioni e mettere i temi della competitività, dell'occupazione e della crescita al centro dell'agenda politica europea per uscire dalla spirale recessiva che ha fatto tornare i nostri consumi ai livelli del dopoguerra. Di compiti a casa gli italiani ne hanno fatti, dal ’92 a oggi, ma il debito pubblico è continuato a crescere in modo esponenziale, ed è inutile pretendere di ba***re i pugni sui tavoli di Bruxelles, perché si finisce per sbucciarsi le mani e basta. Davide che batte Golia è l’eccezione che conferma la regola, e non siamo nelle condizioni di fare come la Gran Bretagna che, quando la Manica era in tempesta, diceva con sussiego che “il Continente è isolato”. Tanto per essere chiari: l’Italia, col debito che ha sulle spalle, non è nelle condizioni di pretendere quello che nel 2003 mise in atto il governo Schroeder in Germania, ossia un piano di riforme varato derogando al patto di stabilità di allora. Il mancato rispetto dei vincoli finanziari fu la condizione per evitare che riforme importanti ed incisive fallissero sulla spinta della protesta sociale. Semplicemente, non ne abbiamo la forza politica. Come non è stato possibile opporci al principio del pareggio di bilancio in Costituzione, nella convinzione – forzata - che questo vincolo era necessario per garantire un futuro solido alle nuove generazioni. Questo per dire che, alla vigilia della fine del quantitative easing da parte della Bce, il nuovo governo sarà costretto a rivedere in modo profondo la sua impostazione di politica economica.
Già, il nuovo governo, quello dei due populismi uniti alla conquista del potere, che dovrà fare i conti non tanto con l’Europa matrigna, quanto con la legge dei mercati, di chi cioè ci presta, acquistando i nostri titoli di Stato, il denaro per pagare pensioni, sanità e quant’altro.
Ma perché l’Italia è diventata il primo grande Paese europeo a trazione populista? Domanda scomoda, a cui però non è difficile rispondere. La colpa – o il merito, è questione di vedute – non è solo e soltanto dei governi precedenti, la cui narrazione non è stata evidentemente capace di far comprendere che le riforme fatte erano indispensabili. No: la colpa va ricercata nella combinazione fra le dinamiche globali economiche – bolle immobiliari, crisi finanziarie e invadenza dei Paesi emergenti - e la spinta migratoria che ormai è un fenomeno mondiale, coinvolgendo decine di milioni di persone. Ecco: l’immigrazione, declinata in Europa e in Italia solo come una minaccia alla sicurezza e al benessere comune. E’ questo fattore cruciale, insieme all’impoverimento dei ceti medi, ad aver alimentato i populismi, e l’egoismo europeo - lasciando nudi alla meta i Paesi della frontiera mediterranea – ha scatenato le viscere più che la ragione del popolo, che in democrazia ha sempre e comunque ragione. Inutile nasconderlo: il sentimento anti-immigrati è un sentimento diffuso, ormai trasversale, che ha coinvolto l’elettorato di destra e quello di sinistra, condizionandone in profondità le scelte politiche. Quando Salvini dice che l’Italia non è il campo profughi dell’Unione, tocca una corda molto sensibile, ed è perfettamente inutile che la signor Merkel o il signor Juncker versino ora lacrime di coccodrillo sull’Italia lasciata sola. Il danno ormai è fatto.
La realtà è che in questi anni l’Europa ha abdicato al suo storico ruolo solidale prendendo letteralmente in giro l’Italia e inondandola di direttive assurde e contraddittorie, che hanno sempre nascosto nel linguaggio burocratese un solo sconfortante messaggio: arrangiatevi. L’Ue non è stata capace, né mai ne ha avuto davvero la volontà, di indirizzare gli Stati membri verso una politica migratoria comune, mettendo così potenzialmente in discussione sia la validità di Schengen, sia la realizzazione del sistema comune di asilo europeo. La stessa proposta di riforma del Regolamento di Dublino non garantisce per nulla gli obiettivi sbandierati dalla Commissione, né l'individuazione rapida dello Stato membro competente né l'accesso rapido del richiedente alla procedura di asilo, né una ripartizione più equa delle responsabilità tra gli Stati membri.
Il risultato è che la richiesta d'asilo nel nostro paese è di fatto l'unico canale di ingresso "aperto" per quanti scappano dalla povertà e vogliono intraprendere un progetto migratorio in Europa. Una situazione a cui è giusto ribellarsi.
Cosa accadrà ora, però, è tutto da vedere. Un conto infatti è urlare dall’opposizione contro le politiche lassiste degli avversari, un altro gestire con le leve del governo un fenomeno epocale. Le promesse contenute nel contratto del nuovo governo sono altrettanto epocali, ma difficilmente realizzabili, perché le procedure di rimpatrio sono costose e richiedono l’assenso dei Paesi di origine, e perché trasformare tutti i migranti, compresi i richiedenti asilo, in detenuti amministrativi nei Cie c***a palesemente con i principi costituzionali.
Ultima annotazione: l’Italia ha stretto un’alleanza col cartello di Visegrad per bloccare – cosa sacrosanta – la riforma del Regolamento di Dublino, ma si tratta di un’alleanza paradossale, perché stipulata proprio con i Paesi che finora si sono ferocemente opposti alle ricollocazioni degli immigrati. Salvini non fa mai nulla a caso, e avrà dunque le sue ragioni. L’unica possibile sarebbe precostituirsi l’alibi per avviare una politica indiscriminata di respingimenti in mare e la chiusura dei nostri porti. Una scelta avventurosa, ma che – al di là delle prevedibili dichiarazioni di sdegno – potrebbe trovare il tacito assenso di chi, compreso Macron, il cultore a parole della società aperta, le sue frontiere le tiene serrate da tempo.

"Gl umili saranno i primi e di loro sarà il governo"
31/05/2018

"Gl umili saranno i primi e di loro sarà il governo"

(IL TEMPO, 31 MAGGIO 2018)

CONSIGLI A QUEI DUE

Non so se quella che stiamo passando è davvero la notte della Repubblica, ma so che al buio segue sempre la luce, e allora spero che – passati i fiumi della rabbia e delle stizze puerili - torni a prevalere l’interesse nazionale e di poter dire stamani: buongiorno buonsenso! Vorrei anche ricordare ai due indubbi protagonisti di questi tre mesi vissuti ai confini della lealtà – Salvini e Di Maio - un motto evangelico declinato politicamente per loro: gli umili saranno i primi e avranno il governo. Solo con l’umiltà, infatti, sarà possibile contrapporre un argine reale alle stupide e irricevibili considerazioni di personaggi come il Commissario europeo Oettinger, della stampa tedesca e dei tanti avversari sparsi per l’Europa. Di fronte ad attacchi così gravi e lesivi della nostra dignità nazionale, oltre che degli interessi di tutti noi, è necessario, direi doveroso, superare rapidamente la crisi istituzionale che in due settimane, tra spread e Borsa, ha bruciato duecento miliardi di euro. Bene fa, dunque, il Presidente della Repubblica a lasciare uno spiraglio politico in grado di riaprire un confronto tra i due sottoscrittori del contratto di governo. È cosa buona e giusta (e fonte di salvezza...) trovare un “compromesso” che tolga l’Italia dall’impasse. E allora, Salvini e Di Maio si rechino insieme al Colle e con un pizzico di savoir faire chiudano la ridicola lite; il presidente li accolga, si sieda con loro e concordino una delle possibilità: 1) Evitiamo il voto in estate e stabiliamo una data in ottobre per portare il Paese alle urne, dando a Cottarelli le linee per il confronto europeo di fine giugno e la possibilità di evitare l’aumento dell’Iva. Un mandato preciso e puntuale, un «contratto», per dirla a tinte gialloverdi; 2) Oppure ridiscutano il nuovo governo anche con Cottarelli, mediando tra i tagli e la possibilità di realizzare alcuni dei punti più importanti del loro contratto.
Potrei continuare con quello che si dovrebbe fare ad un tavolo di trattative. Ma lascio a chi deve il lavoro, io preferisco brevemente osservare che un comportamento così responsabile potrebbe far crescere il gradimento verso il duo Salvini-Di Maio nella considerazione di tutti gli italiani. Duri sì, sicuri di se stessi e dei propri convincimenti, ma sostenitori degli interessi della collettività nazionale. Insomma, in queste ore i due dioscuri hanno l’occasione di svestire l’abito dei ragazzacci e di comportarsi da statisti! Di dimostrare di non essere i Proci che bivaccano nel Palazzo reale in attesa della notizia che Ulisse è morto. Qui non c’è più un’ora da aspettare, anche se il Quirinale ha una pazienza infinita. Con i mercati non si scherza, e di fieno in cascina alla speculazione internazionale ne è già stato regalato anche troppo.
Se è vero ciò che scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera: «Non ci sono spiegazioni economiche o finanziarie per quello che sta accadendo all’Italia in questi giorni. Per la prima volta in un decennio, il debito pubblico ha iniziato a scendere rispetto alle dimensioni dell’economia. Dal 2013 la spesa corrente dello Stato è stata tagliata di quasi il 3% del Pil e il surplus di bilancio, prima di pagare gli interessi, resta fra i più alti d’Europa. Anche nell’economia reale il quadro si presenta migliore di quanto non sia stato per molto tempo».
Significa che delle scelte in economia che portano nella giusta direzione sono state compiute dagli ultimi governi. Che quanto fatto sarà sicuramente migliorabile, ma non è tutto da buttare. E allora, è da qui che deve ripartire il nostro Paese. Buongiorno, buonsenso

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