Circolo Culturale Libertario Rimini

Circolo Culturale Libertario Rimini Il Circolo Culturale Libertario di Rimini sostiene e promuove culture libertarie

La Biblioteca "Albert Libertad" ospita libri, riviste, fanzine e video che documentano la cultura, le idee e le lotte del movimento anarchico e libertario

01/06/2026
30/05/2026

"Parlare dei diritti che avranno o non avranno i borghesi, grossi e piccoli, dopo la rivoluzione, ci pare assurdo, poiché, dopo la rivoluzione, almeno per quanto può dipendere da noi, borghesi non ve ne saranno più. Ciò che costituisce il bor­ghese è il fatto di possedere i mezzi di lavoro e di adope­rarli, non per lavorare, ma per sfruttare il lavoro altrui; ed i lavoratori, pigliando essi possesso dei mezzi di lavoro e quindi naturalmente rifiutandosi a lavorare per altri, avranno distrutta radicalmente la borghesia, e trasformati tutti gli uomini in lavoratori...
Siamo per il comunismo libertario, cioè per il comunismo liberamente accettato, ed organizzato variamente secondo le varie condizioni e le varie volontà degli associati. Chi pre­ferisce lavorare individualmente o con qualsiasi altro sistema diverso dal comunistico, deve poterlo fare, sempre che non sfrutti il lavoro altrui...
Noi non vogliamo imporre nulla colla forza, e non vo­gliamo subire nessuna imposizione forzata".

Errico Malatesta, Noi ed i mazziniani, "Umanità Nova", 9 maggio 1920

30/05/2026

Il sistema carcerario degli Stati Uniti, pur essendo uno dei più duri al mondo, non funziona come deterrente al crimine. I dati mostrano livelli altissimi di incarcerazione, con oltre 1,7 milioni di detenuti nel 2021 e un tasso di 531 detenuti ogni 100.000 abitanti: gli USA, con il 4% della popolazione mondiale, ospitano più del 20% dei detenuti globali. A ciò si aggiunge un tasso di recidiva molto elevato: oltre il 75% dei detenuti viene nuovamente arrestato entro cinque anni dal rilascio.Nonostante una precedente diminuzione dei crimini violenti, dal 2020 si registra un nuovo aumento dei reati gravi, mettendo in discussione l’efficacia del carcere come strumento di prevenzione.
Mentre i dati sulla recidiva dimostrano l'inefficacia del sistema carcerario nel preparare i detenuti al reinserimento nella società e nel prevenire la ripetizione dei reati, quelli sui crimini aprono una riflessione sulla deterrenza del carcere rispetto a determinati delitti. I dati suggeriscono che quando il tasso di imprigionamento supera una certa soglia l'effetto sociale negativo che solitamente accompagna la carcerazione inizia a scemare. Inoltre la minaccia di una punizione pesante può risultare insufficiente e talvolta controproducente per dissuadere da certi comportamenti. In molte occasioni il rischio di una pena estrema può insegnare soltanto a cercare di non essere presi e, addirittura, avere effetti nefasti.
Un esempio emblematico è la Three Strikes Law, adottata in alcuni Stati degli USA, che impone pene estremamente dure al terzo reato grave, anche se di lieve entità. Lungi dal ridurre la recidiva, questa legge ha talvolta incentivato comportamenti ancora più violenti, rafforzando la logica del “non ho nulla da perdere”. In conclusione, la punizione estrema non affronta le cause profonde della devianza e rischia di aggravare l’emarginazione e la spirale criminale. A chi servono allora legislazioni liberticide e fallimentari?
Ovviamente alla classe politica, che lucra elettoralmente sulle paure delle persone per imporre politiche securitarie totalmente inefficaci. E, negli USA, agli istituti penitenziari privati che guardano con favore le carcerazioni di massa per aumentare costantemente i propri profitti.
Questo testo introduce un capitolo del nostro libro “Non esistono gli individui, esiste la società”, un raccolta dei più importanti esperimenti di psicologia sociale. Il capitolo riguarda il celebre esperimento di Jonathan Freedman sul rapporto tra dissonanza ed entità della punizione.

Cronache Ribelli

Ne parliamo in Non esistono gli individui, esiste la società.
Lo trovate seguendo il link nel primo commento.

30/05/2026

La santa inquisizione nel medioevo bruciava sulle pire di legna, i roghi erano fatti con il fuoco. Oggi non si usa più, sono passati quei tempi. Oggi la santa inquisizione, la santa morale, ha una tecnica più rozza e moderna: la delegittimazione.

La Delegittimazione assume molteplici strati, o stadi. Il più comune è la macchina del fango. Oggi l'inquisizione sommerge tutto con la menzogna, la superficialità. Ma non è cambiata nella sua struttura principale: nasce dal popolo. Non dal potere.

Così come la santa inquisizione portava l'uomo libero al rogo sotto la pressione feroce del popolo, così accade oggi.

L'ultimo, in ordine di tempo, è Francesco De Gregori. La nuova Santa inquisizione ha un palco, un teatro immenso che si chiama social. L'insulto, il dileggio, il disprezzo sono le nuove fiaccole che accendono la catasta di legna. "De Gregori deve esporsi!" urla il popolo dalla nuova piazza. E chi lo dice? Quale rigore morale si sente di avere per poter giudicare? Da quale pulpito?

Il popolo non è cambiato nei secoli, vuole la vittima sacrificale, il nemico da abbattere, da bruciare. L'invidia è la sua spada. La sua totale superstizione e ignoranza, la sua massima espressione della mediocrità, non può tollerare gli spiriti liberi.

Personalmente starò sempre dalla parte di Giordano Bruno. Il libero pensiero non mi fa paura. E non sarò mai una marionetta feroce e ammaestrata.

Questo non significa che condivido le affermazioni o esternazioni di De Gregori, assolutamente. Come, certamente, se dovesse conoscermi, non condividerebbe le mie. Ma è nella libertà delle idee, nella libertà di poter esprimere anche opinioni scomode che sta il sale della vita. Non nella burocratica alienazione della massa assuefatta e obbediente. Non nel pensiero unico, non nell'autoritarismo tramutato in religione, non nel morso del branco.

Il popolo crede di pensare liberamente, quando invece è totalmente pilotato dal mainstream del giorno, dell'ora, del secondo. Come Max Stirner non amo il popolo, ma lotto esausto per la sua liberazione.

Anche se il rischio è essere preso, spogliato, pestato e trascinato sulla catasta di legna. Ma preferisco essere odiato che osannato perché non penso.

I nemici non sono mai gli artisti, gli scrittori, i poeti, gli scultori, i pittori, ma i capi di governo. Al popolo è stato insegnato ad amare gli oppressori e ad odiare gli oppressi. Uno dei più grandi poeti dell'ottocento, Percy Shelley, scrisse che è fin troppo facile colpire l'arte, non si difende. Ha altro a cui pensare. Ad esempio tranciare le catene della morale.

L'arte è l'abito che veste il libero arbitrio. La forca, invece, è l'abito che veste l'ignoranza.

Francesco De Gregori è soltanto l'ultimo di una lunga lista (i nomi sono tanti). Oggi la santa morale inquisitoria sbrana ancor prima di leggere. Gli basta una foto. Crede a tutto. Non comprende neanche le basi minime di un testo. Pensa di avere una propria idea originale.

Ma essa non ama le idee, ama il fuoco. Eternamente in guerra contro la libertà delle parole.

Ed è fin troppo facile colpire il singolo. Non si rischia nulla.

Ed è poi questa la semplice verità: sbranare senza rischiare nulla.

30/05/2026

Come si rapporta l'Anarchismo con la liturgia del dominio dello Stato moderno?

𝘓𝘰 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘮𝘰𝘥𝘦𝘳𝘯𝘰, 𝘯𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘦 𝘯𝘦𝘪 𝘴𝘶𝘰𝘪 𝘰𝘣𝘪𝘦𝘵𝘵𝘪𝘷𝘪, 𝘦̀ 𝘯𝘦𝘤𝘦𝘴𝘴𝘢𝘳𝘪𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘶𝘯𝘰 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘮𝘪𝘭𝘪𝘵𝘢𝘳𝘦, 𝘦 𝘶𝘯𝘰 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘮𝘪𝘭𝘪𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘯𝘵𝘢 𝘯𝘦𝘤𝘦𝘴𝘴𝘢𝘳𝘪𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘶𝘯𝘰 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘢𝘨𝘨𝘳𝘦𝘴𝘴𝘪𝘷𝘰. 𝘚𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘤𝘰𝘯𝘲𝘶𝘪𝘴𝘵𝘢 𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘪, 𝘴𝘢𝘳𝘢̀ 𝘤𝘰𝘯𝘲𝘶𝘪𝘴𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘷𝘰𝘭𝘵𝘢, 𝘱𝘦𝘳 𝘭𝘢 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘭𝘪𝘤𝘦 𝘳𝘢𝘨𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘰𝘷𝘶𝘯𝘲𝘶𝘦 𝘦𝘴𝘪𝘴𝘵𝘢 𝘭𝘢 𝘧𝘰𝘳𝘻𝘢, 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘥𝘦𝘷𝘦 𝘢𝘴𝘴𝘰𝘭𝘶𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘪𝘮𝘱𝘪𝘦𝘨𝘢𝘵𝘢 𝘰 𝘮𝘦𝘴𝘴𝘢 𝘪𝘯 𝘢𝘵𝘵𝘰. 𝘋𝘢 𝘤𝘪𝘰̀ 𝘤𝘰𝘯𝘴𝘦𝘨𝘶𝘦 𝘢𝘯𝘤𝘰𝘳𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘰 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘮𝘰𝘥𝘦𝘳𝘯𝘰 𝘥𝘦𝘷𝘦 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘪𝘮𝘮𝘢𝘯𝘤𝘢𝘣𝘪𝘭𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘪𝘮𝘮𝘦𝘯𝘴𝘰 𝘦 𝘱𝘰𝘵𝘦𝘯𝘵𝘦; 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘦̀ 𝘭𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘥𝘪𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘪𝘯𝘥𝘪𝘴𝘱𝘦𝘯𝘴𝘢𝘣𝘪𝘭𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘴𝘦𝘳𝘷𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦.
𝘓𝘰 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘮𝘰𝘥𝘦𝘳𝘯𝘰 𝘦̀ 𝘢𝘯𝘢𝘭𝘰𝘨𝘰 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘱𝘳𝘰𝘥𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘤𝘢𝘱𝘪𝘵𝘢𝘭𝘪𝘴𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘱𝘦𝘤𝘶𝘭𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘣𝘢𝘯𝘤𝘢𝘳𝘪𝘢 (𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘧𝘪𝘯𝘦 𝘭𝘢 𝘪𝘯𝘨𝘭𝘰𝘣𝘢 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘪𝘯𝘰). 𝘗𝘦𝘳 𝘱𝘢𝘶𝘳𝘢 𝘥𝘦𝘭 𝘧𝘢𝘭𝘭𝘪𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰, 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵'𝘶𝘭𝘵𝘪𝘮𝘢 𝘥𝘦𝘷𝘦 𝘢𝘮𝘱𝘭𝘪𝘢𝘳𝘦 𝘤𝘰𝘴𝘵𝘢𝘯𝘵𝘦𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘪𝘭 𝘱𝘳𝘰𝘱𝘳𝘪𝘰 𝘳𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰 𝘥'𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘢 𝘴𝘤𝘢𝘱𝘪𝘵𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘱𝘳𝘰𝘥𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘴𝘶 𝘱𝘪𝘤𝘤𝘰𝘭𝘢 𝘴𝘤𝘢𝘭𝘢 𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘱𝘦𝘤𝘶𝘭𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘯𝘨𝘭𝘰𝘣𝘢; 𝘥𝘦𝘷𝘦 𝘴𝘧𝘰𝘳𝘻𝘢𝘳𝘴𝘪 𝘥𝘪 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘯𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘶𝘯𝘪𝘤𝘢, 𝘶𝘯𝘪𝘷𝘦𝘳𝘴𝘢𝘭𝘦, 𝘮𝘰𝘯𝘥𝘪𝘢𝘭𝘦. 𝘈𝘭𝘭𝘰 𝘴𝘵𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘮𝘰𝘥𝘰, 𝘭𝘰 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘮𝘰𝘥𝘦𝘳𝘯𝘰, 𝘯𝘦𝘤𝘦𝘴𝘴𝘢𝘳𝘪𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘮𝘪𝘭𝘪𝘵𝘢𝘳𝘦, 𝘱𝘰𝘳𝘵𝘢 𝘪𝘯 𝘴𝘦́ 𝘭'𝘪𝘯𝘦𝘷𝘪𝘵𝘢𝘣𝘪𝘭𝘦 𝘢𝘮𝘣𝘪𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘪 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘯𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘶𝘯𝘰 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘮𝘰𝘯𝘥𝘪𝘢𝘭𝘦. 𝘔𝘢 𝘶𝘯𝘰 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘮𝘰𝘯𝘥𝘪𝘢𝘭𝘦, 𝘰𝘷𝘷𝘪𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘪𝘳𝘳𝘦𝘢𝘭𝘪𝘻𝘻𝘢𝘣𝘪𝘭𝘦, 𝘱𝘰𝘵𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦 𝘪𝘯 𝘰𝘨𝘯𝘪 𝘤𝘢𝘴𝘰 𝘦𝘴𝘪𝘴𝘵𝘦𝘳𝘦 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘢𝘭 𝘴𝘪𝘯𝘨𝘰𝘭𝘢𝘳𝘦; 𝘥𝘶𝘦 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘪 𝘥𝘪 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘵𝘪𝘱𝘰, 𝘶𝘯𝘰 𝘢𝘤𝘤𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘢𝘭𝘭'𝘢𝘭𝘵𝘳𝘰, 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘶𝘯'𝘪𝘮𝘱𝘰𝘴𝘴𝘪𝘣𝘪𝘭𝘪𝘵𝘢̀ 𝘭𝘰𝘨𝘪𝘤𝘢.
(𝐌𝐢𝐜𝐡𝐚𝐢𝐥 𝐀𝐥𝐞𝐤𝐬𝐚𝐧𝐝𝐫𝐨𝐯𝐢𝐜̌ 𝐁𝐚𝐤𝐮𝐧𝐢𝐧, "Statalismo e Anarchia", cpt. I)

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La chiamano festa nazionale, celebrazione della Repubblica, omaggio alle istituzioni, riconoscenza verso chi serve il Paese; ma sotto la superficie cerimoniale, sotto il decoro delle divise, sotto la compostezza dei reparti schierati, resta una domanda politica che non può essere rimossa: perché uno Stato, quando decide di rappresentare solennemente sè stesso, sente il bisogno di farlo mostrando la propria forza armata?

Il passo di Bakunin qui riportato conserva, da questo punto di vista, una pertinenza intatta, e non perché debba essere letto come una formula meccanica, valida senza mediazioni per ogni contesto storico, ma perché individua il nucleo profondo del rapporto tra Stato, forza e dominio. Bakunin non sta dicendo semplicemente che lo Stato “usa” l’esercito quando ne ha bisogno; sta dicendo piuttosto qualcosa di più radicale: lo Stato moderno, nella sua essenza, tende a diventare Stato militare, perché ogni potere centralizzato, per conservarsi, deve produrre apparati di difesa, di controllo, di disciplina e di espansione.

La forza, una volta organizzata, richiede una pedagogia collettiva della sicurezza, una grammatica della minaccia, una liturgia della patria, e proprio perché esiste, deve essere giustificata; proprio perché viene finanziata, deve essere celebrata; proprio perché è potere concentrato, deve apparire come protezione comune.
Qui sta il punto politico più lampante: la parata militare non è soltanto una sfilata, ma una rappresentazione simbolica dello Stato che si mostra nella sua forma più nuda: gerarchia, comando, disciplina, uniformità, tecnologia bellica, obbedienza. Tutto ordinato, tutto composto, tutto reso esteticamente accettabile.

La guerra viene tenuta fuori scena, ma il suo apparato viene portato al centro della festa. Non si vedono i corpi spezzati, le città distrutte, le popolazioni deportate, i traumi psichici, le catene economiche che alimentano l’industria militare. Si vedono bandiere, fanfare, aerei, mezzi corazzati, reparti in marcia. La violenza possibile viene trasformata in decoro istituzionale.

Bakunin coglieva già il legame tra Stato moderno, capitalismo e concentrazione della forza. Come la produzione capitalistica tende ad allargare il proprio raggio d’azione, inglobando, assorbendo, distruggendo ciò che resta piccolo, autonomo, locale, così lo Stato tende ad ampliare la propria potenza, a rafforzare il proprio apparato, a rendere sempre più f***a la rete del comando. Il militarismo non è un corpo estraneo innestato sulla politica: è una delle sue forme più coerenti quando la politica si fa amministrazione del dominio.

Naturalmente, la retorica obbliga i patrioti a sostenere che l’esercito difende la pace; che la parata non celebra la guerra, ma il servizio; che le Forze armate rappresentano la nazione: è proprio questa retorica a meritare attenzione critica. Perché ogni apparato militare, per rendersi socialmente accettabile, deve parlare il linguaggio della pace, della difesa, della sicurezza, dell’onore. Nessuno Stato moderno dice apertamente: celebriamo la possibilità organizzata della distruzione. Nessuno Stato dichiara: mostriamo al popolo la potenza materiale che garantisce, in ultima istanza, l’obbedienza all’ordine costituito. Si preferisce dire: celebriamo la Repubblica.

Ma una Repubblica degna di questo nome dovrebbe riconoscersi prima di tutto nei diritti sostanziali, nella scuola pubblica, nella sanità accessibile, nel lavoro non ricattabile, nella casa, nella tutela dei territori, nella libertà di coscienza, nella giustizia sociale, nella capacità di ridurre il dominio dell’uomo sull’uomo. Se invece il suo momento più solenne viene consegnato alla spettacolarizzazione dell’apparato militare, allora qualcosa va interrogato, senza timore di disturbare la cerimonia.

Non si tratta di insultare chi indossa una divisa, perché sarebbe una semplificazione comoda, e proprio per questo inutile; si tratta di criticare il dispositivo politico che trasforma la divisa in simbolo nazionale, l’obbedienza in virtù civile, la forza armata in linguaggio della Repubblica. Il punto non è il singolo militare, spesso figlio anch’egli di necessità economiche, percorsi familiari, scelte individuali, contraddizioni sociali. Il punto è l’istituzione che fa della forza organizzata una propria immagine pubblica, quasi sacrale.

Il 2 giugno, dunque, non dovrebbe essere soltanto il giorno della celebrazione. Dovrebbe essere anche il giorno della domanda. Che cosa festeggiamo davvero? La nascita della Repubblica o la sua continua necessità di mostrarsi armata? La sovranità popolare o la sua traduzione scenografica in comando, ordine, disciplina e potenza militare? La libertà dei cittadini o la loro educazione simbolica all’obbedienza?

Bakunin, da anarchico, non avrebbe avuto dubbi: lo Stato non si limita a possedere la forza; ne ha bisogno per definirsi. E quando la forza diventa spettacolo, quando il potere si veste a festa e sfila tra gli applausi, allora il cittadino dovrebbe smettere di applaudire e cominciare a pensare.
Perché una Repubblica che celebra se stessa attraverso i suoi apparati militari non sta semplicemente ricordando la propria storia; sta dicendo, forse senza volerlo dire apertamente, quale sia ancora il suo fondamento ultimo: non la comunità libera degli eguali, ma la forza ordinata del comando.
Dinanzi a questa liturgia armata, il pensiero libertario non può che togliersi dal bordo della strada, sottrarsi all’applauso, disertare simbolicamente la festa del potere e ricordare che non vi sarà vera libertà finché la pace verrà celebrata con gli strumenti della guerra.

gfa

30/05/2026

In uno scenario in cui si ridefiniscono sfere d’influenza, attraverso guerre economiche e guerre vere e proprie, con bombardamenti, lancio di missili e droni guidati dall’intelligenza artificiale, il controllo delle risorse energetiche fossili e minerali rimane la causa principale dei conflitti ...

30/05/2026

•• consigli di lettura, testo on line ••

Luigi Fabbri, "La controrivoluzione preventiva. Riflessioni sul fascismo"

Nel 1922 Luigi Fabbri compiva quarantacinque anni, era maestro elementare a Bologna e militante anarchico da oltre vent'anni. Aveva subìto per questo intimidazioni e bastonature e la sua riflessione sul fascismo è anzitutto quella di un testimone che ha visto una città «rossa» come Bologna diventare in pochi mesi la «culla» della reazione antiproletaria.
Dinanzi a un fenomeno nuovo e difficile da interpretare, la Controrivoluzione preventiva delinea il formarsi di una cultura reazionaria di massa promossa dallo Stato e dalla borghesia «con la triplice azione combinata della violenza illegale fascista, della repressione legale governativa e della pressione economica derivante dalla disoccupazione». Per Fabbri le violenze fasciste non sono un evento isolato, ma una funzione primaria della «controrivoluzione preventiva» attraverso cui la borghesia aggrediva le conquiste operaie e le libertà sociali.

grazie a Zeroincondotta Edizioni per averlo messo on line
https://www.zeroincondotta.org/testi/lf_lacontrorivoluzione.pdf

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