30/05/2026
Come si rapporta l'Anarchismo con la liturgia del dominio dello Stato moderno?
𝘓𝘰 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘮𝘰𝘥𝘦𝘳𝘯𝘰, 𝘯𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘦 𝘯𝘦𝘪 𝘴𝘶𝘰𝘪 𝘰𝘣𝘪𝘦𝘵𝘵𝘪𝘷𝘪, 𝘦̀ 𝘯𝘦𝘤𝘦𝘴𝘴𝘢𝘳𝘪𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘶𝘯𝘰 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘮𝘪𝘭𝘪𝘵𝘢𝘳𝘦, 𝘦 𝘶𝘯𝘰 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘮𝘪𝘭𝘪𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘯𝘵𝘢 𝘯𝘦𝘤𝘦𝘴𝘴𝘢𝘳𝘪𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘶𝘯𝘰 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘢𝘨𝘨𝘳𝘦𝘴𝘴𝘪𝘷𝘰. 𝘚𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘤𝘰𝘯𝘲𝘶𝘪𝘴𝘵𝘢 𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘪, 𝘴𝘢𝘳𝘢̀ 𝘤𝘰𝘯𝘲𝘶𝘪𝘴𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘷𝘰𝘭𝘵𝘢, 𝘱𝘦𝘳 𝘭𝘢 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘭𝘪𝘤𝘦 𝘳𝘢𝘨𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘰𝘷𝘶𝘯𝘲𝘶𝘦 𝘦𝘴𝘪𝘴𝘵𝘢 𝘭𝘢 𝘧𝘰𝘳𝘻𝘢, 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘥𝘦𝘷𝘦 𝘢𝘴𝘴𝘰𝘭𝘶𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘪𝘮𝘱𝘪𝘦𝘨𝘢𝘵𝘢 𝘰 𝘮𝘦𝘴𝘴𝘢 𝘪𝘯 𝘢𝘵𝘵𝘰. 𝘋𝘢 𝘤𝘪𝘰̀ 𝘤𝘰𝘯𝘴𝘦𝘨𝘶𝘦 𝘢𝘯𝘤𝘰𝘳𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘰 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘮𝘰𝘥𝘦𝘳𝘯𝘰 𝘥𝘦𝘷𝘦 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘪𝘮𝘮𝘢𝘯𝘤𝘢𝘣𝘪𝘭𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘪𝘮𝘮𝘦𝘯𝘴𝘰 𝘦 𝘱𝘰𝘵𝘦𝘯𝘵𝘦; 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘦̀ 𝘭𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘥𝘪𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘪𝘯𝘥𝘪𝘴𝘱𝘦𝘯𝘴𝘢𝘣𝘪𝘭𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘴𝘦𝘳𝘷𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦.
𝘓𝘰 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘮𝘰𝘥𝘦𝘳𝘯𝘰 𝘦̀ 𝘢𝘯𝘢𝘭𝘰𝘨𝘰 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘱𝘳𝘰𝘥𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘤𝘢𝘱𝘪𝘵𝘢𝘭𝘪𝘴𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘱𝘦𝘤𝘶𝘭𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘣𝘢𝘯𝘤𝘢𝘳𝘪𝘢 (𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘧𝘪𝘯𝘦 𝘭𝘢 𝘪𝘯𝘨𝘭𝘰𝘣𝘢 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘪𝘯𝘰). 𝘗𝘦𝘳 𝘱𝘢𝘶𝘳𝘢 𝘥𝘦𝘭 𝘧𝘢𝘭𝘭𝘪𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰, 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵'𝘶𝘭𝘵𝘪𝘮𝘢 𝘥𝘦𝘷𝘦 𝘢𝘮𝘱𝘭𝘪𝘢𝘳𝘦 𝘤𝘰𝘴𝘵𝘢𝘯𝘵𝘦𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘪𝘭 𝘱𝘳𝘰𝘱𝘳𝘪𝘰 𝘳𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰 𝘥'𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘢 𝘴𝘤𝘢𝘱𝘪𝘵𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘱𝘳𝘰𝘥𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘴𝘶 𝘱𝘪𝘤𝘤𝘰𝘭𝘢 𝘴𝘤𝘢𝘭𝘢 𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘱𝘦𝘤𝘶𝘭𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘯𝘨𝘭𝘰𝘣𝘢; 𝘥𝘦𝘷𝘦 𝘴𝘧𝘰𝘳𝘻𝘢𝘳𝘴𝘪 𝘥𝘪 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘯𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘶𝘯𝘪𝘤𝘢, 𝘶𝘯𝘪𝘷𝘦𝘳𝘴𝘢𝘭𝘦, 𝘮𝘰𝘯𝘥𝘪𝘢𝘭𝘦. 𝘈𝘭𝘭𝘰 𝘴𝘵𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘮𝘰𝘥𝘰, 𝘭𝘰 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘮𝘰𝘥𝘦𝘳𝘯𝘰, 𝘯𝘦𝘤𝘦𝘴𝘴𝘢𝘳𝘪𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘮𝘪𝘭𝘪𝘵𝘢𝘳𝘦, 𝘱𝘰𝘳𝘵𝘢 𝘪𝘯 𝘴𝘦́ 𝘭'𝘪𝘯𝘦𝘷𝘪𝘵𝘢𝘣𝘪𝘭𝘦 𝘢𝘮𝘣𝘪𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘪 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘯𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘶𝘯𝘰 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘮𝘰𝘯𝘥𝘪𝘢𝘭𝘦. 𝘔𝘢 𝘶𝘯𝘰 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘮𝘰𝘯𝘥𝘪𝘢𝘭𝘦, 𝘰𝘷𝘷𝘪𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘪𝘳𝘳𝘦𝘢𝘭𝘪𝘻𝘻𝘢𝘣𝘪𝘭𝘦, 𝘱𝘰𝘵𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦 𝘪𝘯 𝘰𝘨𝘯𝘪 𝘤𝘢𝘴𝘰 𝘦𝘴𝘪𝘴𝘵𝘦𝘳𝘦 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘢𝘭 𝘴𝘪𝘯𝘨𝘰𝘭𝘢𝘳𝘦; 𝘥𝘶𝘦 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘪 𝘥𝘪 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘵𝘪𝘱𝘰, 𝘶𝘯𝘰 𝘢𝘤𝘤𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘢𝘭𝘭'𝘢𝘭𝘵𝘳𝘰, 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘶𝘯'𝘪𝘮𝘱𝘰𝘴𝘴𝘪𝘣𝘪𝘭𝘪𝘵𝘢̀ 𝘭𝘰𝘨𝘪𝘤𝘢.
(𝐌𝐢𝐜𝐡𝐚𝐢𝐥 𝐀𝐥𝐞𝐤𝐬𝐚𝐧𝐝𝐫𝐨𝐯𝐢𝐜̌ 𝐁𝐚𝐤𝐮𝐧𝐢𝐧, "Statalismo e Anarchia", cpt. I)
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La chiamano festa nazionale, celebrazione della Repubblica, omaggio alle istituzioni, riconoscenza verso chi serve il Paese; ma sotto la superficie cerimoniale, sotto il decoro delle divise, sotto la compostezza dei reparti schierati, resta una domanda politica che non può essere rimossa: perché uno Stato, quando decide di rappresentare solennemente sè stesso, sente il bisogno di farlo mostrando la propria forza armata?
Il passo di Bakunin qui riportato conserva, da questo punto di vista, una pertinenza intatta, e non perché debba essere letto come una formula meccanica, valida senza mediazioni per ogni contesto storico, ma perché individua il nucleo profondo del rapporto tra Stato, forza e dominio. Bakunin non sta dicendo semplicemente che lo Stato “usa” l’esercito quando ne ha bisogno; sta dicendo piuttosto qualcosa di più radicale: lo Stato moderno, nella sua essenza, tende a diventare Stato militare, perché ogni potere centralizzato, per conservarsi, deve produrre apparati di difesa, di controllo, di disciplina e di espansione.
La forza, una volta organizzata, richiede una pedagogia collettiva della sicurezza, una grammatica della minaccia, una liturgia della patria, e proprio perché esiste, deve essere giustificata; proprio perché viene finanziata, deve essere celebrata; proprio perché è potere concentrato, deve apparire come protezione comune.
Qui sta il punto politico più lampante: la parata militare non è soltanto una sfilata, ma una rappresentazione simbolica dello Stato che si mostra nella sua forma più nuda: gerarchia, comando, disciplina, uniformità, tecnologia bellica, obbedienza. Tutto ordinato, tutto composto, tutto reso esteticamente accettabile.
La guerra viene tenuta fuori scena, ma il suo apparato viene portato al centro della festa. Non si vedono i corpi spezzati, le città distrutte, le popolazioni deportate, i traumi psichici, le catene economiche che alimentano l’industria militare. Si vedono bandiere, fanfare, aerei, mezzi corazzati, reparti in marcia. La violenza possibile viene trasformata in decoro istituzionale.
Bakunin coglieva già il legame tra Stato moderno, capitalismo e concentrazione della forza. Come la produzione capitalistica tende ad allargare il proprio raggio d’azione, inglobando, assorbendo, distruggendo ciò che resta piccolo, autonomo, locale, così lo Stato tende ad ampliare la propria potenza, a rafforzare il proprio apparato, a rendere sempre più f***a la rete del comando. Il militarismo non è un corpo estraneo innestato sulla politica: è una delle sue forme più coerenti quando la politica si fa amministrazione del dominio.
Naturalmente, la retorica obbliga i patrioti a sostenere che l’esercito difende la pace; che la parata non celebra la guerra, ma il servizio; che le Forze armate rappresentano la nazione: è proprio questa retorica a meritare attenzione critica. Perché ogni apparato militare, per rendersi socialmente accettabile, deve parlare il linguaggio della pace, della difesa, della sicurezza, dell’onore. Nessuno Stato moderno dice apertamente: celebriamo la possibilità organizzata della distruzione. Nessuno Stato dichiara: mostriamo al popolo la potenza materiale che garantisce, in ultima istanza, l’obbedienza all’ordine costituito. Si preferisce dire: celebriamo la Repubblica.
Ma una Repubblica degna di questo nome dovrebbe riconoscersi prima di tutto nei diritti sostanziali, nella scuola pubblica, nella sanità accessibile, nel lavoro non ricattabile, nella casa, nella tutela dei territori, nella libertà di coscienza, nella giustizia sociale, nella capacità di ridurre il dominio dell’uomo sull’uomo. Se invece il suo momento più solenne viene consegnato alla spettacolarizzazione dell’apparato militare, allora qualcosa va interrogato, senza timore di disturbare la cerimonia.
Non si tratta di insultare chi indossa una divisa, perché sarebbe una semplificazione comoda, e proprio per questo inutile; si tratta di criticare il dispositivo politico che trasforma la divisa in simbolo nazionale, l’obbedienza in virtù civile, la forza armata in linguaggio della Repubblica. Il punto non è il singolo militare, spesso figlio anch’egli di necessità economiche, percorsi familiari, scelte individuali, contraddizioni sociali. Il punto è l’istituzione che fa della forza organizzata una propria immagine pubblica, quasi sacrale.
Il 2 giugno, dunque, non dovrebbe essere soltanto il giorno della celebrazione. Dovrebbe essere anche il giorno della domanda. Che cosa festeggiamo davvero? La nascita della Repubblica o la sua continua necessità di mostrarsi armata? La sovranità popolare o la sua traduzione scenografica in comando, ordine, disciplina e potenza militare? La libertà dei cittadini o la loro educazione simbolica all’obbedienza?
Bakunin, da anarchico, non avrebbe avuto dubbi: lo Stato non si limita a possedere la forza; ne ha bisogno per definirsi. E quando la forza diventa spettacolo, quando il potere si veste a festa e sfila tra gli applausi, allora il cittadino dovrebbe smettere di applaudire e cominciare a pensare.
Perché una Repubblica che celebra se stessa attraverso i suoi apparati militari non sta semplicemente ricordando la propria storia; sta dicendo, forse senza volerlo dire apertamente, quale sia ancora il suo fondamento ultimo: non la comunità libera degli eguali, ma la forza ordinata del comando.
Dinanzi a questa liturgia armata, il pensiero libertario non può che togliersi dal bordo della strada, sottrarsi all’applauso, disertare simbolicamente la festa del potere e ricordare che non vi sarà vera libertà finché la pace verrà celebrata con gli strumenti della guerra.
gfa