19/02/2026
Eravamo alla metà degli anni Novanta, o giù di lì. Era estate: eravamo a un tavolo con altri militanti, durante la lunga raccolta firme, ripartita tre volte, che portò ai diciotto referendum che si sarebbero poi tenuti nel 1997.
Arrivò al tavolo un ragazzo di ventidue o ventitré anni, a offrirsi di dare una mano. Lì per lì fummo contenti, perché qualcuno di supporto faceva sempre comodo, ma non sapevamo ancora che si era unito a noi quello che sarebbe diventato uno dei capisaldi di quel periodo radicale e referendario, che, nei successivi tre anni di raccolte firme avrebbe avuto proprio a Rimini (sede anche dei Referendum Days del 1999) uno dei centri più attivi d’Italia.
Filippo arrivò così, gentile e discreto, come se n’è andato. Sempre attento, rigoroso, preparato e appassionato. E quella grande, infinita campagna referendaria, che durò sino al 2000, cementò più di ogni altra cosa l’amicizia tra tanti compagni, un po’ come succede con gli amici delle scuole elementari che, pur lontani, non si dimenticano mai più.
Filippo era tante cose: un insegnante, un musicista, uno scrittore, un artista, era un missionario laico, ma più di tutto era un combattente. Ha passato tutta la vita a combattere per i suoi valori ma soprattutto per gli altri – e tra gli altri – innanzitutto per quell’umanità dimenticata alla quale il mondo radicale a cui apparteneva ha sempre tentato di dare voce: i detenuti, i malati, i disabili.
Amava dire che saremmo dovuti diventare quella che chiamava: “intelligenza collettiva” e ci rimproverava di non esserne all’altezza. Era un intellettuale Filippo, dall’estremo senso critico, sfuggiva a qualunque ideologia; era fulgido, brillante, polemico e sprezzante. Un esempio per i militanti radicali più giovani, una compagnia piacevole per quelli più anziani.
Da qualche anno aveva preso a cuore la battaglia per un Iran libero e laico, ogni settimana inviava due lettere all’ambasciata iraniana in Roma per chiedere delle condizioni di detenzione di Yusef Bargzar e Marjan Janjoo, due prigionieri che aveva adottato insieme alla nostra associazione. 146 invii, 292 lettere. Per il suo impegno, anche la comunità iraniana di Rimini vuole ricordarlo.
Sei stato un compagno e un amico, la tua associazione ti vuole salutare così: unita e forte come tu la volevi, continueremo le tue battaglie con la stessa passione con cui le portavi avanti tu e le vinceremo, anche per te. Costruiremo quel mondo che sognavamo insieme.
Ciao Filo, che la terra ti sia lieve.
– I funerali si terranno quest'oggi alle 15 presso la chiesa della Grottarossa –