08/09/2026
"Con l'aiuto di Dio e della Madonna della Consolazione, Reggio risorgerà. Viva Reggio, viva i reggini, che Dio vi benedica! Che Dio benedica la Calabria!"
Così tuonava Francesco Cannizzaro il 30 aprile scorso, in un comizio diventato virale in poche ore per il tono da funzione religiosa più che da comizio amministrativo: meme, remake, persino un commento sui social della cantante Fiorella Mannoia, tanto da spingere Il Fatto Quotidiano a paragonarlo a Cetto La Qualunque.
Va detto: alla parola ha fatto seguito il portafoglio. Di miracoli, però, se ne vedono pochi. Semmai, l'amministrazione Cannizzaro ne ha cancellato uno.
Per le Feste Mariane 2026, il Comune ha destinato al cartellone musicale 280 mila euro (Benji & Fede, Sal Da Vinci, Giusy Ferreri), la Città Metropolitana altri 140 mila per Mannarino, più circa 70 mila per i fuochi d'artificio: impegno pubblico complessivo di quasi mezzo milione di euro, come confermato in aula dal consigliere di maggioranza Fabio Colella, secondo cui si tratterebbe non di una spesa ma di "un investimento". Buona parte della copertura arriva dai fondi europei PN Metro Plus per il "Distretto Culturale e Turistico": fondi pensati, sulla carta, per la coesione territoriale, finiti a coprire cachet da hit parade.
Quattro serate, dunque, per quasi mezzo milione di euro.
Peccato che, con meno della metà — 210-220 mila euro — Reggio avesse già un progetto pronto e cofinanziato: il Reggio Live Fest, vincitore di un bando regionale triennale, sette serate, oltre 100 mila presenze ad edizione, uno speciale Rai5. Cancellato.
A pagare il conto è stato l'organizzatore storico del festival, Ruggero Pegna, che ricorda di aver messo sul piatto ben oltre i 210 mila euro di compartecipazione pubblica, tra contributo regionale e forniture gratuite della propria società. Ha chiesto pubblicamente, senza mai ricevere risposta ufficiale, perché sia stata annullata la prima manifestazione d'interesse e perché la seconda finestra sia rimasta aperta solo quattro giorni — tempi talmente stretti da risultare compatibili solo con chi avesse già un progetto pronto in cassetto.
Di fronte a questo cortocircuito, il dibattito politico locale ha trovato la strada più comoda, cioè rinfacciarsi a vicenda chi avesse sperperato di più in passato. In commissione, il consigliere di opposizione Filippo Quartuccio ha attaccato la maggioranza sui costi; gli hanno risposto i consiglieri Zimbalatti e Cardia tirando fuori l'albero di Natale e le "casette vuote" di Piazza Castello della vecchia giunta Falcomatà. Il consigliere Daniele Romeo, pur ammettendo che la cifra è "indubbiamente più alta" rispetto al passato, ha preferito spostare il confronto sull'intera programmazione estiva.
Il risultato è un dibattito tutto interno al "chi ha speso peggio", dove la domanda scomoda — a chi serve davvero questa spesa, e chi ne resta escluso — non trova mai posto in agenda.
Perché intanto Reggio Calabria resta la città che conosciamo: servizi sociali all'osso, trasporto pubblico ridotto ai minimi termini, edilizia popolare fatiscente, famiglie che arrivano a fine mese grazie a lavoro precario o sommerso. Mezzo milione di euro — in parte fondi europei destinati esplicitamente alla coesione sociale — avrebbe potuto finanziare il potenziamento dei servizi nei quartieri periferici, la manutenzione dell'edilizia popolare, il sostegno alle realtà associative territoriali che lavorano tutto l'anno con budget infinitamente più contenuti di un singolo cachet.
Forse il vero miracolo da chiedere alla Madonna della Consolazione non è la resurrezione di Reggio a colpi di concerti, con il solito panem et circenses da campagna elettorale permanente, perché la vicenda delle Feste Mariane non è un incidente di percorso, risolvibile con qualche consigliere più illuminato: destra e centrosinistra reggini, quando si tratta di silenziare il conflitto sociale con lo spettacolo, parlano esattamente la stessa lingua.
Non è una classe dirigente migliore ciò di cui questa città ha bisogno, ma una classe — quella che il conflitto lo subisce, non lo gestisce a colpi di cachet — che torni a organizzarsi per pretendere che quei fondi vadano a chi la crisi la attraversa ogni giorno, non a chi la maschera ogni settembre con un fuoco d'artificio.