10/07/2020
Per un educatore “gestire” la Comunità come fosse una scommessa, regolata dalla propria abilità a manipolare il contesto non porta molto lontano.
“Gestire” la realtà della Comunità come un “Gioco dell’Oca” significa accettare l’idea di fare un pezzo di strada assieme ai ragazzi, sapendo che non tutti arriveranno all’ultima casella, ma che grazie anche alla nostra capacità di tenere insieme il gruppo, di far “rispettare le regole”, di giocare con loro, qualcuno ci riuscirà (e gli altri potranno
rendersi conto che c’è).
Uscendo da questa metafora, mi pare che accogliere dei minori in
Comunità richiede agli educatori la consapevolezza di assumersi un ruolo tale da garantire ai ragazzi la presenza di:
* un riferimento d’autorità “autorevole” (capacità relazionale);
* un facilitatore degli scambi psico-sociali (capacità di amplificare le qualità dei ragazzi);
* un riferimento affettivo e di sicurezza (ruolo di contenimento);
* uno stimolatore di nuove scoperte (competenze di mediazione).
La difficoltà del lavoro sta allora nella capacità di tradurre, e mantenere coerenti, alcuni comportamenti concreti, dei “predicati”
dell’agire educativo (Cfr. D. Demetrio, “Educatori di professione”, La
Nuova Italia, 1991):
* esplorare: cercare, osservare, contribuire a costruire una nuova
rappresentazione di sè da parte dei ragazzi.
* comunicare: parlare, spiegare, chiedere, ascoltare.
* fare: realizzare, produrre, esprimere, giocare ...
* negoziare: discutere, trattare, concertare, tracciare dei limiti, creare zone d’incontro e di rispetto.
* progettare: ideare, ipotizzare, provare, coinvolgere...
* immaginare: fantasticare, senza obblighi di costrizione, agire per il piacere...
* verificare: accertare, controllare, ripensare. Il contrario è dimenticare.
Insomma, dopo che si è lavorato un po’ di tempo in Comunità si ha la
tendenza a ricondurre ogni nuova esperienza a situazioni già vissute.
Si ritiene di “conoscere” i ragazzi, di aver chiaro tutte le dinamiche possibili (ed al massimo, come già detto, ci limitiamo a fare delle
“scommesse”).
Io proporrei un approccio diverso: per conoscere bene il bambino che
ho di fronte, che ha sicuramente un grosso bagaglio di sofferenze e disagio, devo accettare l’idea di “non conoscerlo” affatto, di mettere “tra parentesi” i propri pregiudizi e di entrare nuovamente in ricerca.
Avremo maggiori probabilità di accogliere adeguatamente i ragazzi nella nostra Comunità....