24/04/2024
*I testi che seguono sono frutto di un lavoro di approfondimento svolto dalla classe 3A della scuola secondaria di primo grado di Valleggia sugli Intenati Militari Italiani, che dissero "no" dopo l'8 settembre alla proposta di aderire alla Repubblica di Salò.
Sono stati scritti per essere letti alla partenza della Fiaccolata del 24 aprile a Quiliano . Per chi non è riuscito a sentirli dal vivo, eccoli.
Un'altra Resistenza.
Buona festa della libertà.*
I.M.I.
Prof > La Resistenza è stata un fenomeno, un movimento plurale e corale. Dopo l’8 settembre, toni e timbri anche molto diversi tra loro si sono rimescolati insieme, confluendo in una voce unica, capace di fondere motivazioni ed intenti. Questa sera, in questi pochi minuti, a nostro modo cercheremo di ricordare ed onorare una “versione” della Resistenza per troppo tempo trascurata, se non addirittura deliberatamente taciuta
Carlotta > Cicerone, nel De Oratore, ci ricorda le due leggi su ci si basa la Storia. La prima: non dire il falso; la seconda: non tacere il vero. Nel nostro lavoro, abbiamo tratto ispirazione soprattutto da quest’ultima: il vero taciuto in fin dei conti equivale ad un falso dichiarato
Prof > Tra poco, guidati dalle fiaccole, rinnoveremo il rito della passeggiata commemorativa della nostra Liberazione. Quest’anno abbiamo deciso di portare alla luce della nostra e della vostra attenzione la vicenda degli Internati Militari Italiani. Dopo l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre 1943, furono almeno 600 mila i nostri soldati che scelsero (e sottolineiamo questa parola, scelsero) di non passare dalla parte dei tedeschi e, successivamente, di non arruolarsi nella Repubblica Sociale. Accettando la condizione di prigionieri, con i rischi e le severe privazioni che ciò comportava, restarono nella stragrande maggioranza dei casi fedeli ai loro principi fino alla fine. È questa la storia che, in breve, vogliamo provare a raccontarvi
Nora > Beppe Fenoglio, in Primavera di bellezza, così raccontò l’8 settembre del 1943 dal punto di vista di un soldato: “E poi nemmeno l’ordine hanno saputo darci. Di ordini ne è arrivato un fottìo, ma uno diverso dall’altro, o contrario. Resistere ai tedeschi – Non sparare sui tedeschi – Non lasciarsi disarmare dai tedeschi – Uccidere i tedeschi – Auto disarmarsi – Non cedere le armi…”
*Elena (Greta) > 8 settembre 1943, h. 19.45. Stiamo tutti ascoltando la piccola radio posizionata su di un ripiano dentro alla nostra tenda. L’attenzione è alta, e la notizia che ci viene riferita ci spiazza: da quel preciso istante quelli che fino ad un secondo prima erano i nostri nemici, cioè gli americani, ora non lo sono più. A questo punto, chiediamo quali sono gli ordini all’ufficiale e lui ci risponde: “Non ci sono ordini…tornate a casa!” > scritto da Elena
Carlotta > Disorientamento, caos, sbandamento, disordine: già pochi istanti dopo la diffusione della notizia dell’armistizio firmato con gli anglo-americani (di cui erano rimaste peraltro all’oscuro anche le nostre alte cariche militari), questi furono gli stati d’animo che pervasero gli uomini dell’esercito italiano. Un milione di individui, distribuiti sulle diverse linee dei fronti del conflitto: Russia, Grecia, Balcani, Francia, Corsica, Africa Settentrionale. Oltre, ovviamente, all’Italia.
*Gioele > Dopo l’8 settembre, di un milione di soldati, 700 mila erano stati catturati dai tedeschi e, di quei 700 mila, 600 mila portati in campi di prigionia e lavoro a causa del loro rifiuto di arruolarsi con i nazisti. E proprio mentre i partigiani iniziavano la loro Resistenza armata, noi all’interno di quei campi abbiamo unito le forze per cominciare una Resistenza senza armi, ma altrettanto ferma e determinata > scritto da Giulia
*Enrico > Sì e No, due parole in fondo così semplici, ma che in quel momento avevano il potere di cambiare la nostra vita. Con il Sì avremmo ottenuto una “mezza” libertà e non saremmo più stati prigionieri: la scelta più semplice, quella che esponeva a minori rischi e che quasi certamente ci avrebbe garantito la sopravvivenza. Al contrario, il No, la parola che avevamo scelto quasi tutti, la meno “conveniente”, quella più difficile da pronunciare, quella che ti mandava contro la sorte senza sapere se saresti tornato vivo > scritto da Sofia
Nora > Così furono circa 600 mila i nostri soldati che, rifiutando di passare dalla parte dei tedeschi e di arruolarsi nella neonata Repubblica di Salò (23 settembre), furono condotti in campi di prigionia e lavoro in terra germanica. Stremati dalla guerra, dopo essere stati ingannati dalla promessa dei nazisti di un imminente “ritorno a casa”, stipati all’inverosimile sulle famigerate tradotte (carri bestiame), raggiunsero le loro destinazioni dopo settimane di sofferenza e più che pesanti privazioni.
*Sofia > Costretti a stare nel nostro minuscolo spazio, appiccicati l’uno all’altro e con abiti sporchi da giorni; costretti a fare i nostri bisogni all’interno della stessa carrozza, cercando di sfuggire all’attenzione altrui per non provare troppo imbarazzo > scritto da Giorgia
Carlotta > Il Reich Hitleriano li classificò come IMI (Internati Militari Italiani), per potersi avvalere della loro forza lavoro, eludendo i controlli della comunità internazionale. La poderosa macchina bellica nazista necessitava infatti di braccia e competenze, visto il prolungarsi del conflitto e i fallimenti sul fronte russo.
*Maya > Nel freddo pungente della mattina eravamo tutti in fila, chiamati per numero, come se il nostro vero nome non lo avessimo più; con dei vestiti ridotti a stracci e una fame disumana > scritto da Giorgio
*Anna > Trovo che ci sia qualcosa di terribilmente umano negli sguardi delle persone. Alcuni ti penetrano, ti lacerano, come lame taglienti… La nebbia avvolge ogni cosa, persistente, ostinata. Le baracche, le reti, i sassi. Persino gli individui non hanno più una forma definita e appaiono come acquerelli sfocati sotto una lastra di pioggia sottile. La morte aleggia su ogni cosa, pesante e opprimente. È così densa e spessa che fatico a non vederla sui volti di tutti: ognuno con i suoi ricordi, il suo passato, la sua vecchia vita. E la terra. E l’erba che sta sotto di noi: è morta pure quella. E noi, fragili spettri al vento, ci camminiamo ancora sopra > scritto da Anna
Nora > La ricerca degli storici Guerrini e Pluviano “Tante braccia per il Reich” parla, a partire dalla data dell’8 settembre, di circa 8 400 deportati liguri, tra cui 6 000 provenienti dall’area genovese, un migliaio dallo spezzino, 800 savonesi e circa 600 imperiesi
*Greta > Cara mamma, come stai? Sono finito in Germania (o così almeno credo) in un campo, ad ammazzarmi di fatica ogni giorno, senza sosta. Qui ci trattano come animali, non ti dico cosa ci danno da mangiare… Non riesco a capire come mai ci odiano così tanto: cosa ho fatto di male? Sono solo un ragazzo di 20 anni, con una famiglia, che desiderava tanto diventare un medico… > scritto da Greta
Carlotta > In alcuni di questi campi di prigionia, era presente, attaccata ai reticolati e ben visibile agli occhi di tutti, una cassetta nella quale era possibile, in qualsiasi ora del giorno e della notte, riporre un messaggio con cui si comunicava il proprio cambiamento di decisione. La tentazione di “far svoltare la propria sorte” era a dir poco potente… Eppure, la stragrande maggioranza dei nostri militari non cedette a quel richiamo
*Gioele > Ci stanno portando nelle baracche. Percorriamo la strada in fila, a testa bassa, vicino al reticolato. Ed ecco che la notiamo: la cassetta. Ci attira come accade ad un pezzo di ferro con una calamita. Ma noi resistiamo, e rimaniamo della stessa idea: restare fedeli ai nostri principi > scritto da Nora
*Enrico > Basta, avevo deciso: l’indomani mattina dopo l’appello sarei andato a mettere il mio nome nella cassetta e sarei passato con i fascisti della RSI. Quindi alle prime luci dell’alba presi un pezzo di carta e mi incamminai verso la cassetta. In quel momento, un mio compagno se ne accorse e mi disse:” Non capisci che, se te ne andrai, vanificherai tutti i nostri sforzi? Pensa, proprio ora che siamo riusciti a guadagnarci un minimo di libertà, essendo diventati lavoratori…” > scritto da Gabriele
*Elena (Sofia) > 600 mila di noi scelsero l’opzione della prigionia. Nei campi di internamento c’era una cassetta, che però quasi nessuno usò > scritto da David
Nora > Gli spazi a disposizione, nelle baracche di questi campi, erano a dir poco angusti. Le notti interminabili. Ciononostante, il calore di ricordi e sentimenti portava con sé spiragli di luce, e di speranza
*Maya > Era una nottata davvero bella: luminosa, con un cielo radioso di stelle accese. Il bagliore lunare passava tra le fessure delle finestre della baracca. Io come al solito ero immerso nei miei pensieri, seduto, con le dita tra i ricci rossi e un mal di testa asfissiante. “Narciso, stai tranquillo. Riposati un po’ e lascia stare quei ricci…”. Era Amedeo, l’internato che avevo conosciuto durante il viaggio sui carri bestiame. Adoravo il modo in cui mi trattava e proprio per questo gli risposi con un sorriso: “Sto bene così…”. Mi diede una pacca sulla spalla, spingendomi verso di lui. Ci sdraiammo insieme su di una tavola, vicini, per scaldarci. Alla fine io mi addormentai nella sua dolcezza e lui nella mia. Quel luogo era l’inferno, ma lui era il mio angelo > scritto da Maya
*Greta > In quello spazio così ristretto non riuscivo a prendere sonno e mi alzai, andai verso quella minuscola fessura e guardai la luna… una lacrima mi scese, poi un’altra ancora, e un’altra finchè il mio viso si inondò di pianto. Mi mancava la mia morosa, Teresa, bionda, occhi grigi, con un neo sopra le labbra. E pensavo a come stava, se le mancavo, se magari stava dormendo: non riuscivo a non farmi domande su domande su di lei osservando la luna. Mi venne in mente la prima volta che l’avevo incontrata… aveva un vestito floreale, era seduta su di una panchina e stava piangendo da sola in un parco, la sera tardi. Io passavo di lì e, vedendola, rimasi incantato… > scritto da Milena
Prof > Nella nostra Regione sono comparsi per tutto il periodo della guerra, prima e dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, campi per internati civili e per prigionieri di guerra. Come riporta il libro "I campi di concentramento in Liguria" curato dal Circolo Brandale di Savona, il primato per il numero di campi di concentramento va proprio al territorio savonese, nel quale furono attivi i centri di Cairo Montenotte, Bergeggi e Celle Ligure. Si aggiungono solamente il campo di Vallecrosia in provincia di Imperia e il campo di Coreglia Ligure in Val Fontanabuona nel genovesato.
*Anna > Mi chiedo perché l’uomo sia così spietato. Ci mancava solo la guerra. Io voglio amore, non uccidere. Voglio essere libero di sognare ed immaginare il mio futuro, con una famiglia; invece ho il continuo terrore di non arrivare al giorno dopo. Questa non è vita. E pensare che a farmi prigioniero sono state le stesse persone al cui fianco ho combattuto per mesi e mesi. E qualcuno era diventato persino un amico… > scritto da Carlotta
*Gioele > Immaginando le pagine di diario di un Internato:
Ricordi lontani sono ben colorati,/ ci sono volti illuminati nella mia mente/ che tornano sempre nel corso degli anni,/ come un fiore che sboccia umilmente su di un prato primaverile./ Parole volano dentro di me/ come foglie,/ soffiate via dal vento in un giorno di autunno./ Gli sguardi sono ghiaccio,/ ti trafiggono in modo profondo,/ come il vento invernale./ Ma la speranza mi riscalda il cuore/ come il sole in una mattina d’estate./ Le stagioni scorrono in questa poesia,/ come le vedevo io correre via. > scritto da Gioele
Carlotta > Dall’agosto del 1944, lo status degli IMI venne modificato dal Reich in quello di lavoratori civili. Tra coloro che potevano lasciare il campo di giorno (solo di giorno) per lavorare c’erano: minatori, trasportatori, muratori, autisti, operai nelle fabbriche d’armi
*Maya > I più sfortunati finivano nelle miniere, dove lavoravano per 12 ore di fila con poco ossigeno e senza alcuna protezione, picconando il carbone e tutti gli altri minerali, che finivano anche all’interno dei loro polmoni, causando poi gravi malattie > scritto da Giacomo
*Anna > Ci diedero quel tanto, anzi quel quasi niente per riuscire ad entrare nella cava. Ci consegnarono le piccozze ed entrammo dentro, digeriti dal buio e bagnati da quella che poteva sembrare acqua calcarea. L’unica fonte di luce era quella di una lampada, molto debole, che bastava il camminare di una persona per spegnere. Non eravamo più noi, ma vere e proprie macchine da lavoro. Non ricordavamo più i bei colori della nostra gioventù, pure il cielo non era più lo stesso: era grigio scuro, come le parole dei nazisti > scritto da Aron
Nora > Ben 40 mila nostri soldati trovarono la morte nei campi di prigionia e lavoro in terra germanica. Quasi superfluo precisare che, per la stragrande maggioranza, si trattava di ventenni. Durissimo e lunghissimo anche il ritorno in Italia dei sopravvissuti: minati nel fisico (circa 60 mila uomini tornarono affetti da tubercolosi o silicosi) e dalle tragiche esperienze vissute, faticarono non poco a trovare una collocazione, in un clima poco accogliente, se non addirittura ostile. Solo dalla fine degli anni Ottanta, la vicenda degli IMI ha cominciato ad “essere riscoperta”. Anche se resta ancora poco nota, la risoluta determinazione degli IMI oggi è a tutti gli effetti considerata un’altra forma di Resistenza che - come ha scritto Alessandro Natta - ha contribuito a risollevare le sorti e la dignità del nostro Paese. Un impulso di riscatto forse meno appariscente e dinamico rispetto ad altri, ma parimenti virtuoso, e non meno organizzato. Il “no” (“Nein”) dei 600 mila IMI è forse stato uno dei primissimi segnali della volontà del Paese di ricompattarsi e di provare a ripartire, spezzando con determinazione i legami con la temperie della guerra e della dittatura. Del resto, chi meglio di coloro che la guerra l’avevano combattuta fino a poco prima poteva averla conosciuta? E patita?
*Sofia > Pensate alla difficoltà psicologica che ho dovuto vivere in quei quasi due anni: solo con un cambio di decisione avrei potuto andare via da quell’inferno, magari a casa, e riabbracciare i miei carissimi parenti. Però, se lo avessi fatto, avrei tradito i miei ideali e la lealtà rispetto ai miei compagni di sventura > scritto da Tiziano
*Enrico > Mai sono venuto meno al mio proposito, neanche dentro al campo, durante quegli appelli gridati che precedevano l’alba e dopo giornate di lavoro sfiancante in miniera. Come avrei potuto barattare la mia dignità con una scelta di misera convenienza? Con quale coraggio avrei potuto continuare a pensare ai miei genitori, mio padre tornato invalido dalla Prima Guerra Mondiale, e mia madre, che mai aveva voluto comprarmi l’uniforme da Balilla? > scritto da Enrico
Prof > Nell’eco di queste domande, si chiude il nostro intervento. Ora è il momento di seguire le fiaccole e di avviare il nostro cammino. Quanto abbiamo scritto e letto non ha la pretesa di essere esauriente e, tantomeno, di spiegare alcunché. Speriamo soltanto di aver contribuito ad accendere una piccola luce, su di una vicenda grande, dolorosa e, a suo modo, eroica. Che, tra l’altro, ha interessato e attraversato la vita di molte delle nostre famiglie.
Grazie a tutti per la vostra attenzione e buon 25 Aprile!
I.M.I.
Prof > La Resistenza è stata un fenomeno, un movimento plurale e corale. Dopo l’8 settembre, toni e timbri anche molto diversi tra loro si sono rimescolati insieme, confluendo in una voce unica, capace di fondere motivazioni ed intenti. Questa sera, in questi pochi minuti, a nostro modo cercheremo di ricordare ed onorare una “versione” della Resistenza per troppo tempo trascurata, se non addirittura deliberatamente taciuta
Carlotta > Cicerone, nel De Oratore, ci ricorda le due leggi su ci si basa la Storia. La prima: non dire il falso; la seconda: non tacere il vero. Nel nostro lavoro, abbiamo tratto ispirazione soprattutto da quest’ultima: il vero taciuto in fin dei conti equivale ad un falso dichiarato
Prof > Tra poco, guidati dalle fiaccole, rinnoveremo il rito della passeggiata commemorativa della nostra Liberazione. Quest’anno abbiamo deciso di portare alla luce della nostra e della vostra attenzione la vicenda degli Internati Militari Italiani. Dopo l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre 1943, furono almeno 600 mila i nostri soldati che scelsero (e sottolineiamo questa parola, scelsero) di non passare dalla parte dei tedeschi e, successivamente, di non arruolarsi nella Repubblica Sociale. Accettando la condizione di prigionieri, con i rischi e le severe privazioni che ciò comportava, restarono nella stragrande maggioranza dei casi fedeli ai loro principi fino alla fine. È questa la storia che, in breve, vogliamo provare a raccontarvi
Nora > Beppe Fenoglio, in Primavera di bellezza, così raccontò l’8 settembre del 1943 dal punto di vista di un soldato: “E poi nemmeno l’ordine hanno saputo darci. Di ordini ne è arrivato un fottìo, ma uno diverso dall’altro, o contrario. Resistere ai tedeschi – Non sparare sui tedeschi – Non lasciarsi disarmare dai tedeschi – Uccidere i tedeschi – Auto disarmarsi – Non cedere le armi…”
*Elena (Greta) > 8 settembre 1943, h. 19.45. Stiamo tutti ascoltando la piccola radio posizionata su di un ripiano dentro alla nostra tenda. L’attenzione è alta, e la notizia che ci viene riferita ci spiazza: da quel preciso istante quelli che fino ad un secondo prima erano i nostri nemici, cioè gli americani, ora non lo sono più. A questo punto, chiediamo quali sono gli ordini all’ufficiale e lui ci risponde: “Non ci sono ordini…tornate a casa!” > scritto da Elena
Carlotta > Disorientamento, caos, sbandamento, disordine: già pochi istanti dopo la diffusione della notizia dell’armistizio firmato con gli anglo-americani (di cui erano rimaste peraltro all’oscuro anche le nostre alte cariche militari), questi furono gli stati d’animo che pervasero gli uomini dell’esercito italiano. Un milione di individui, distribuiti sulle diverse linee dei fronti del conflitto: Russia, Grecia, Balcani, Francia, Corsica, Africa Settentrionale. Oltre, ovviamente, all’Italia.
*Gioele > Dopo l’8 settembre, di un milione di soldati, 700 mila erano stati catturati dai tedeschi e, di quei 700 mila, 600 mila portati in campi di prigionia e lavoro a causa del loro rifiuto di arruolarsi con i nazisti. E proprio mentre i partigiani iniziavano la loro Resistenza armata, noi all’interno di quei campi abbiamo unito le forze per cominciare una Resistenza senza armi, ma altrettanto ferma e determinata > scritto da Giulia
*Enrico > Sì e No, due parole in fondo così semplici, ma che in quel momento avevano il potere di cambiare la nostra vita. Con il Sì avremmo ottenuto una “mezza” libertà e non saremmo più stati prigionieri: la scelta più semplice, quella che esponeva a minori rischi e che quasi certamente ci avrebbe garantito la sopravvivenza. Al contrario, il No, la parola che avevamo scelto quasi tutti, la meno “conveniente”, quella più difficile da pronunciare, quella che ti mandava contro la sorte senza sapere se saresti tornato vivo > scritto da Sofia
Nora > Così furono circa 600 mila i nostri soldati che, rifiutando di passare dalla parte dei tedeschi e di arruolarsi nella neonata Repubblica di Salò (23 settembre), furono condotti in campi di prigionia e lavoro in terra germanica. Stremati dalla guerra, dopo essere stati ingannati dalla promessa dei nazisti di un imminente “ritorno a casa”, stipati all’inverosimile sulle famigerate tradotte (carri bestiame), raggiunsero le loro destinazioni dopo settimane di sofferenza e più che pesanti privazioni.
*Sofia > Costretti a stare nel nostro minuscolo spazio, appiccicati l’uno all’altro e con abiti sporchi da giorni; costretti a fare i nostri bisogni all’interno della stessa carrozza, cercando di sfuggire all’attenzione altrui per non provare troppo imbarazzo > scritto da Giorgia
Carlotta > Il Reich Hitleriano li classificò come IMI (Internati Militari Italiani), per potersi avvalere della loro forza lavoro, eludendo i controlli della comunità internazionale. La poderosa macchina bellica nazista necessitava infatti di braccia e competenze, visto il prolungarsi del conflitto e i fallimenti sul fronte russo.
*Maya > Nel freddo pungente della mattina eravamo tutti in fila, chiamati per numero, come se il nostro vero nome non lo avessimo più; con dei vestiti ridotti a stracci e una fame disumana > scritto da Giorgio
*Anna > Trovo che ci sia qualcosa di terribilmente umano negli sguardi delle persone. Alcuni ti penetrano, ti lacerano, come lame taglienti… La nebbia avvolge ogni cosa, persistente, ostinata. Le baracche, le reti, i sassi. Persino gli individui non hanno più una forma definita e appaiono come acquerelli sfocati sotto una lastra di pioggia sottile. La morte aleggia su ogni cosa, pesante e opprimente. È così densa e spessa che fatico a non vederla sui volti di tutti: ognuno con i suoi ricordi, il suo passato, la sua vecchia vita. E la terra. E l’erba che sta sotto di noi: è morta pure quella. E noi, fragili spettri al vento, ci camminiamo ancora sopra > scritto da Anna
Nora > La ricerca degli storici Guerrini e Pluviano “Tante braccia per il Reich” parla, a partire dalla data dell’8 settembre, di circa 8 400 deportati liguri, tra cui 6 000 provenienti dall’area genovese, un migliaio dallo spezzino, 800 savonesi e circa 600 imperiesi
*Greta > Cara mamma, come stai? Sono finito in Germania (o così almeno credo) in un campo, ad ammazzarmi di fatica ogni giorno, senza sosta. Qui ci trattano come animali, non ti dico cosa ci danno da mangiare… Non riesco a capire come mai ci odiano così tanto: cosa ho fatto di male? Sono solo un ragazzo di 20 anni, con una famiglia, che desiderava tanto diventare un medico… > scritto da Greta
Carlotta > In alcuni di questi campi di prigionia, era presente, attaccata ai reticolati e ben visibile agli occhi di tutti, una cassetta nella quale era possibile, in qualsiasi ora del giorno e della notte, riporre un messaggio con cui si comunicava il proprio cambiamento di decisione. La tentazione di “far svoltare la propria sorte” era a dir poco potente… Eppure, la stragrande maggioranza dei nostri militari non cedette a quel richiamo
*Gioele > Ci stanno portando nelle baracche. Percorriamo la strada in fila, a testa bassa, vicino al reticolato. Ed ecco che la notiamo: la cassetta. Ci attira come accade ad un pezzo di ferro con una calamita. Ma noi resistiamo, e rimaniamo della stessa idea: restare fedeli ai nostri principi > scritto da Nora
*Enrico > Basta, avevo deciso: l’indomani mattina dopo l’appello sarei andato a mettere il mio nome nella cassetta e sarei passato con i fascisti della RSI. Quindi alle prime luci dell’alba presi un pezzo di carta e mi incamminai verso la cassetta. In quel momento, un mio compagno se ne accorse e mi disse:” Non capisci che, se te ne andrai, vanificherai tutti i nostri sforzi? Pensa, proprio ora che siamo riusciti a guadagnarci un minimo di libertà, essendo diventati lavoratori…” > scritto da Gabriele
*Elena (Sofia) > 600 mila di noi scelsero l’opzione della prigionia. Nei campi di internamento c’era una cassetta, che però quasi nessuno usò > scritto da David
Nora > Gli spazi a disposizione, nelle baracche di questi campi, erano a dir poco angusti. Le notti interminabili. Ciononostante, il calore di ricordi e sentimenti portava con sé spiragli di luce, e di speranza
*Maya > Era una nottata davvero bella: luminosa, con un cielo radioso di stelle accese. Il bagliore lunare passava tra le fessure delle finestre della baracca. Io come al solito ero immerso nei miei pensieri, seduto, con le dita tra i ricci rossi e un mal di testa asfissiante. “Narciso, stai tranquillo. Riposati un po’ e lascia stare quei ricci…”. Era Amedeo, l’internato che avevo conosciuto durante il viaggio sui carri bestiame. Adoravo il modo in cui mi trattava e proprio per questo gli risposi con un sorriso: “Sto bene così…”. Mi diede una pacca sulla spalla, spingendomi verso di lui. Ci sdraiammo insieme su di una tavola, vicini, per scaldarci. Alla fine io mi addormentai nella sua dolcezza e lui nella mia. Quel luogo era l’inferno, ma lui era il mio angelo > scritto da Maya
*Greta > In quello spazio così ristretto non riuscivo a prendere sonno e mi alzai, andai verso quella minuscola fessura e guardai la luna… una lacrima mi scese, poi un’altra ancora, e un’altra finchè il mio viso si inondò di pianto. Mi mancava la mia morosa, Teresa, bionda, occhi grigi, con un neo sopra le labbra. E pensavo a come stava, se le mancavo, se magari stava dormendo: non riuscivo a non farmi domande su domande su di lei osservando la luna. Mi venne in mente la prima volta che l’avevo incontrata… aveva un vestito floreale, era seduta su di una panchina e stava piangendo da sola in un parco, la sera tardi. Io passavo di lì e, vedendola, rimasi incantato… > scritto da Milena
Prof > Nella nostra Regione sono comparsi per tutto il periodo della guerra, prima e dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, campi per internati civili e per prigionieri di guerra. Come riporta il libro "I campi di concentramento in Liguria" curato dal Circolo Brandale di Savona, il primato per il numero di campi di concentramento va proprio al territorio savonese, nel quale furono attivi i centri di Cairo Montenotte, Bergeggi e Celle Ligure. Si aggiungono solamente il campo di Vallecrosia in provincia di Imperia e il campo di Coreglia Ligure in Val Fontanabuona nel genovesato.
*Anna > Mi chiedo perché l’uomo sia così spietato. Ci mancava solo la guerra. Io voglio amore, non uccidere. Voglio essere libero di sognare ed immaginare il mio futuro, con una famiglia; invece ho il continuo terrore di non arrivare al giorno dopo. Questa non è vita. E pensare che a farmi prigioniero sono state le stesse persone al cui fianco ho combattuto per mesi e mesi. E qualcuno era diventato persino un amico… > scritto da Carlotta
*Gioele > Immaginando le pagine di diario di un Internato:
Ricordi lontani sono ben colorati,/ ci sono volti illuminati nella mia mente/ che tornano sempre nel corso degli anni,/ come un fiore che sboccia umilmente su di un prato primaverile./ Parole volano dentro di me/ come foglie,/ soffiate via dal vento in un giorno di autunno./ Gli sguardi sono ghiaccio,/ ti trafiggono in modo profondo,/ come il vento invernale./ Ma la speranza mi riscalda il cuore/ come il sole in una mattina d’estate./ Le stagioni scorrono in questa poesia,/ come le vedevo io correre via. > scritto da Gioele
Carlotta > Dall’agosto del 1944, lo status degli IMI venne modificato dal Reich in quello di lavoratori civili. Tra coloro che potevano lasciare il campo di giorno (solo di giorno) per lavorare c’erano: minatori, trasportatori, muratori, autisti, operai nelle fabbriche d’armi
*Maya > I più sfortunati finivano nelle miniere, dove lavoravano per 12 ore di fila con poco ossigeno e senza alcuna protezione, picconando il carbone e tutti gli altri minerali, che finivano anche all’interno dei loro polmoni, causando poi gravi malattie > scritto da Giacomo
*Anna > Ci diedero quel tanto, anzi quel quasi niente per riuscire ad entrare nella cava. Ci consegnarono le piccozze ed entrammo dentro, digeriti dal buio e bagnati da quella che poteva sembrare acqua calcarea. L’unica fonte di luce era quella di una lampada, molto debole, che bastava il camminare di una persona per spegnere. Non eravamo più noi, ma vere e proprie macchine da lavoro. Non ricordavamo più i bei colori della nostra gioventù, pure il cielo non era più lo stesso: era grigio scuro, come le parole dei nazisti > scritto da Aron
Nora > Ben 40 mila nostri soldati trovarono la morte nei campi di prigionia e lavoro in terra germanica. Quasi superfluo precisare che, per la stragrande maggioranza, si trattava di ventenni. Durissimo e lunghissimo anche il ritorno in Italia dei sopravvissuti: minati nel fisico (circa 60 mila uomini tornarono affetti da tubercolosi o silicosi) e dalle tragiche esperienze vissute, faticarono non poco a trovare una collocazione, in un clima poco accogliente, se non addirittura ostile. Solo dalla fine degli anni Ottanta, la vicenda degli IMI ha cominciato ad “essere riscoperta”. Anche se resta ancora poco nota, la risoluta determinazione degli IMI oggi è a tutti gli effetti considerata un’altra forma di Resistenza che - come ha scritto Alessandro Natta - ha contribuito a risollevare le sorti e la dignità del nostro Paese. Un impulso di riscatto forse meno appariscente e dinamico rispetto ad altri, ma parimenti virtuoso, e non meno organizzato. Il “no” (“Nein”) dei 600 mila IMI è forse stato uno dei primissimi segnali della volontà del Paese di ricompattarsi e di provare a ripartire, spezzando con determinazione i legami con la temperie della guerra e della dittatura. Del resto, chi meglio di coloro che la guerra l’avevano combattuta fino a poco prima poteva averla conosciuta? E patita?
*Sofia > Pensate alla difficoltà psicologica che ho dovuto vivere in quei quasi due anni: solo con un cambio di decisione avrei potuto andare via da quell’inferno, magari a casa, e riabbracciare i miei carissimi parenti. Però, se lo avessi fatto, avrei tradito i miei ideali e la lealtà rispetto ai miei compagni di sventura > scritto da Tiziano
*Enrico > Mai sono venuto meno al mio proposito, neanche dentro al campo, durante quegli appelli gridati che precedevano l’alba e dopo giornate di lavoro sfiancante in miniera. Come avrei potuto barattare la mia dignità con una scelta di misera convenienza? Con quale coraggio avrei potuto continuare a pensare ai miei genitori, mio padre tornato invalido dalla Prima Guerra Mondiale, e mia madre, che mai aveva voluto comprarmi l’uniforme da Balilla? > scritto da Enrico
Prof > Nell’eco di queste domande, si chiude il nostro intervento. Ora è il momento di seguire le fiaccole e di avviare il nostro cammino. Quanto abbiamo scritto e letto non ha la pretesa di essere esauriente e, tantomeno, di spiegare alcunché. Speriamo soltanto di aver contribuito ad accendere una piccola luce, su di una vicenda grande, dolorosa e, a suo modo, eroica. Che, tra l’altro, ha interessato e attraversato la vita di molte delle nostre famiglie.
Grazie a tutti per la vostra attenzione e buon 25 Aprile!