Immagini Della Spedizione Francese in Sardegna Nel 1793

Immagini Della Spedizione Francese in Sardegna Nel 1793 FATTI D'ARME DEI GIORNI - 24,27,28 GENNAIO, 14,15,16,17.19 FEBBRAIO 1793
SEGUITI TRA L'ARMA SARDA.E QUELLA DELL'ANARCHIA FRANCESA

Bono e il Goceano difendono l’IsolaQuando nel 1793 la marineria francese si apprestava a occupare Cagliari, capoluogo de...
11/02/2024

Bono e il Goceano difendono l’Isola
Quando nel 1793 la marineria francese si apprestava a occupare Cagliari, capoluogo del Regno di Sardegna, l’Angioy fu tra i difensori della città. Dal Goceano fece arrivare quasi 300 cavalieri in armi: un modesto contingente che diede un aiuto all’esercito regio. La guerra contro i francesi venne attuata quasi esclusivamente dalle forze militari pagate e organizzate dallo Stamento militare. La più importante conseguenza della “guerra patriottica” fu la riunione, nella primavera del 1793 dei tre Stamenti del Parlamento sardo con la predisposizione delle celebri cinque domande. Si chiedeva direttamente al Re il riconoscimento della dignità dei sardi e della Sardegna, salvata da una pericolosa invasione.
Nella foto:Giovanni Maria Angioy

Invocato  il Santo a Cagliari e la disfatta della flotta francese. La disfatta a La MaddalenaDal momento che l'intento d...
30/05/2023

Invocato il Santo a Cagliari e la disfatta della flotta francese.
La disfatta a La Maddalena
Dal momento che l'intento di Truguet di conquistare Cagliari non era riuscito, una seconda forza francese era stata fatta sbarcare a nord della Sardegna. Queste forze provenivano in gran parte dalla Corsica, le cui truppe erano de facto in gran parte sottoposte all'avvocato indipendentista Pasquale Paoli.[9] La Corsica era stata invasa e catturata dall'esercito francese nel 1768, e Paoli stava ora facendo sempre maggiore pressione perché la Francia concedesse alla sua terra la piena autonomia, dopo la Rivoluzione.[10] Il piano di Paoli consisteva nel lanciare un attacco da settentrione come diversivo per l'operazione di Truguet verso la capitale sarda, interessando così l'isola di La Maddalena, una piccola ma ben fortificata posizione sulla costa settentrionale dell'isola. 450 volontari corsi vennero prescelti per l'operazione, con in testa il nipote dello stesso Paoli, Colonna Cesari, quale comandante. Il suo secondo era un ufficiale d'artiglieria corso nonché rivale politico di Paoli, capo della nota famiglia dei Bonaparte, Napoleone.[11]

La forza venne ritardata da una tempesta ad Ajaccio, e raggiunse La Maddalena solo il 22 febbraio 1793, ancorando nel canale di Santo Stefano.[11] Napoleone ebbe l'idea di proporre un attacco notturno, ma Cesari si mostrò nettamente contrario. La mattina successiva le forze franco-corse assaltarono e catturarono l'Isola di Santo Stefano ed utilizzarono il forte locale per bombardare La Maddalena il 24 febbraio, mentre Cesari annunciò per il giorno successivo l'invio di una spedizione anfibia. Durante la notte ad ogni modo vi fu un ammutinamento a bordo della corvetta che accompagnava le forze di terra e Cesari si ritirò immediatamente dall'operazione, abbandonando l'attacco a Santo Stefano.[11] Napoleone era furioso, se non altro perché Cesari non lo avvisò minimamente del suo ritiro e lui coi suoi uomini si trovavano proprio dietro l'isola di Santo Stefano, vulnerabili ad un possibile contrattacco sardo. Nella ritirata, gli uomini di Napoleone vennero costretti ad abbandonare la loro artiglieria dal momento che non disponevano di navi sufficienti per poterla trasportare indietro. Successivamente fu proprio il Bonaparte ad accusare Cesari di aver inscenato l'ammutinamento per ordine di Paoli per mettere in discredito Napoleone e compromettere l'intera operazione militare

Bombardamento francese su CagliariIl 16 ed il 17 febbraio Truguet bombardò nuovamente Cagliari.Non appena la flotta fran...
30/05/2023

Bombardamento francese su Cagliari
Il 16 ed il 17 febbraio Truguet bombardò nuovamente Cagliari.

Non appena la flotta francese di 36 vascelli fu entrata nel Golfo di Cagliari, una tremenda burrasca colpì le navi di Truguet, riportandole in alto mare. Un gran numero di trasporti per truppe andarono persi ed il resto della flotta venne trasportato sino a Palmas, nella costa sudovest dell'isola. Qui Truguet sbarcò le truppe sull'Isola di San Pietro e su quella vicina di Sant'Antioco che vennero entrambe catturate senza comba***re.[5] Riuscì a sbarcare parte delle truppe anche sull'isola della Sardegna propriamente detta anche se queste incontrarono l'opposizione di miliziani locali. I sardi attribuirono la tempesta provvidenziale al patronato di San Tommaso apostolo, la cui festa ricorreva il giorno del tentato sbarco.[5]

Truguet rimase al largo di Palmas per un mese, preparando le sue navi per un ulteriore attacco. Il 22 gennaio entrò nel Golfo di Cagliari ed inviò un ufficiale con 20 uomini al seguito a chiedere la resa dei sardi. I sardi, riunitisi per la festa di Sant'Efisio, aprirono il fuoco sulla piccola imbarcazione uccidendo 17 dei 21 passeggeri a bordo, mentre gli altri riuscirono a ripararsi dietro un mercantile svedese di passaggio.[7] Truguet era furioso ed ordinò un pesante bombardamento del villaggio il 25 gennaio. A questo punto, Truguet aveva ammassato un totale di 82 vascelli pronti per l'invasione, tra cui 41 trasporti, ma il suo attacco diede prova di non essere sufficiente; la forza delle batterie costiere sarde inflisse danni significativi a diverse navi francesi che non furono in grado di danneggiare altrettanto seriamente le difese sabaude.[7]

Lo sbarco a Quartu Sant'Elena
Modifica
L'11 febbraio un distaccamento francese di 1200 soldati sbarcò a Quartu Sant'Elena. Le truppe avanzarono ad ovest verso Cagliari ma vennero respinte dalla cavalleria sarda. Gli attacchi al lazzaretto di Cagliari ed alla torre di Calamosca furono una sconfitta, ma i francesi riuscirono a raggrupparsi, sbarcando ulteriori 5000 uomini che si accamparono appena fuori Quartu Sant'Elena.[7] Il villaggio e Calamosca vennero attaccati una seconda volta il 15 febbraio con artiglieria pesante e col supporto della flotta dal mare, ma senza successo. Le forze inviate contro Quartu Sant'Elena vennero respinte da barricate improvvisate e colpi di mortaio e dovettero ritirarsi in disordine. Truguet ritirò le sue forze lasciando sul campo 300 morti e 100 prigionieri nelle mani dei sardi; gli abitanti dell'isola, vittoriosi, si dice che fecero a pezzi i soldati rimasti sul campo portando le loro teste in cima a picche trionfalmente.[8]

Bombardamento francese su Cagliari
Il 16 ed il 17 febbraio Truguet bombardò nuovamente Cagliari, con ben pochi effetti. Il secondo giorno una nuova burrasca colpì la baia e la flotta francese ne venne nuovamente colpita. Molte navi andarono p***e, tra cui la nave di linea Léopard (74 cannoni) che si incagliò sulla costa. Truguet a questo punto abbandonò l'intera operazione, imbarcando nuovamente i suoi soldati per il ritorno in Francia. Lasciò 800 uomini e due fregate di guarnigione nelle isole di San Pietro e Sant'Antioco.

L'operazione venne lanciata dalla flotta francese nel Mediterraneo guidata dal contrammiraglio Laurent Truguet, su istru...
30/05/2023

L'operazione venne lanciata dalla flotta francese nel Mediterraneo guidata dal contrammiraglio Laurent Truguet, su istruzioni della Convenzione Nazionale. Il governo aveva infatti dato l'ordine di invadere la Sardegna, strategicamente importante nel Mediterraneo, e tale campagna si prefiggeva essere breve e positiva per i francesi. Ritardi nell'assembramento delle forze diedero però il tempo ai sardi per organizzare il loro esercito e quando la flotta francese giunse al largo di Cagliari, la capitale, i sardi erano pronti a dar battaglia. Il primo attacco venne disperso da una burrasca, ma il secondo si tenne il 22 gennaio 1793. Le truppe francesi riuscirono a sbarcare l'11 febbraio ma vennero sconfitte in uno scontro armato presso Quartu Sant'Elena.

Un successivo attacco all'Isola della Maddalena al largo della costa settentrionale della Sardegna fallì anch'esso, in parte per deliberato sabotaggio ad opera delle truppe corse; questo fu però un evento storico di grande importanza perché fu il primo conflitto armato che si trovò ad affrontare l'allora tenente colonnello Napoleone Bonaparte, poi imperatore dei francesi.[2] Il 25 maggio una flotta sp****la riprese le piccole isole di San Pietro e Sant'Antioco, ultimi baluardi francesi in Sardegna. La campagna portò ad una serie di rivolte popolari in Sardegna contro i savoiardi, un temporaneo tentativo di distacco della Corsica dalla Francia ed una ribellione nella base navale francese di Tolone che portò alla cattura ed alla quasi distruzione della flotta del Mediterraneo francese ad opera della Royal Navy inglese.M62

Sant'Efisio - Festa del compatrono di CagliariHOME VITA E STORIA DI SANT'EFISIO MARTIRE LE BOMBARDE FRANCESI E IL SANTO ...
30/05/2023

Sant'Efisio - Festa del compatrono di Cagliari
HOME VITA E STORIA DI SANT'EFISIO MARTIRE LE BOMBARDE FRANCESI E IL SANTO DI SARDEGNA
Le bombarde francesi e il Santo di Sardegna
Il "Giro delle Sette Chiese" che ogni anno compie la statua di Sant'Efisio nel Giovedì e Lunedì di Pasqua vuole ricordare l'assedio da parte dei Francesi a Cagliari nel Gennaio del 1793: sventato anche grazie alle invocazioni dei cagliaritani rivolte al Santo.
E se il pellegrinaggio a P**a e Nora si svolge sull'onda della devozione della città e dell'isola per sant'Efisio, la processione votiva che il simulacro del Santo compie il Lunedì dell'Angelo vuole ricordare l'"aiuto" dato alla guarnigione cagliaritana durante l'assedio e i bombardamenti del 1793, di gennaio e febbraio. La squadra navale francese credeva di occupare, in quell'anno, con poco sforzo la capitale dell'Isola ma non aveva fatto i conti con la capacità degli artiglieri che difendevano la piazzaforte, la compostezza dei cagliaritani e soprattutto con sant'Efisio.

Nel momento più duro del fatto d'arme, i cittadini invocarono il Santo la cui statua venne portata in processione dall'arcivescovo sino al molo, che porta il suo nome: quasi contemporaneamente s'alzò un vento da sud, qualcuno dice lo scirocco altri il libeccio. Fatto sta che la visibilità calò improvvisamente mentre iniziò una burrasca che cresceva e calava in maniera improvvisa. La flotta francese fu presa alla sprovvista e molte navi vennero disalberate e la più bellicosa, la Leopard, finì addirittura in una secca e prese fuoco. E così terminò l'assedio mentre la devozione a sant’Efisio crebbe ancora di più.M62

La Francia,dichiaratasi repubblica, aveva scatenato la guerra su tutti i suoi confini.Ma la sua armata d'Italia era stat...
05/06/2021

La Francia,dichiaratasi repubblica, aveva scatenato la guerra su tutti i suoi confini.Ma la sua armata d'Italia era stata fermata ai piedi delle Alpi dalla resistenza dei soldati di Vittorio Amedeo III Re di Sardegna. Quindi alla fine del 1792,la Convenzione Repubblicana dava ordine, per fiaccare quella resistenza, che fosse occupata dalle sue forze l'isola di Sardegna.
E proprio a La Maddalena si svolse una battaglia che avrebbe potuto cambiare il corso della storia : la battaglia del 23 febbraio 1793, che vide tra i protagonisti quello che sarebbe diventato il futuro Imperatore dei Francesi : Napoleone Buonaparte.
Ma fu un giovane maddalenino, Domenico Millelire, Nocchiero delle "Mezze Galere" della Marina Sarda, a cambiare il corso degli eventi.....

La battaglia

Lo stato maggiore repubblicano aveva pianificato un attacco su due fronti : uno a sud che prevedeva lo sbarco del corpo di spedizione nel golfo di Cagliari ed uno a nord che prevedeva l'occupazione delle "isole intermedie" come "testa di ponte" del successivo sbarco sulla costa. Le operazioni nel sud dell'isola per la valida resistenza dei Sardi e per l'inclemenza del tempo non ebbero l'effetto desiderato e di Francesi perciò diedero inizio all'attacco a La Maddalena.

La spedizione era composta dalla Fregata "Lafayette", da un brigantino, da tre feluconi da guerra, di una galeotta,due polacche,tre tartane e di altri svariati legni minori. Un corpo di spedizione di circa 22 navi, ben equipaggiato con materiali da guerra,viveri,artiglieria leggera e pesante e da un corpo di truppe da sbarco,comandate dai Luogotenenti Quenza e Buonaparte, il futuro imperatore della Francia.

Le isole dell'estuario di La Maddalena erano però già state poste in stato di difesa e la popolazione civile era già stata evacuata nella vicina Gallura. Difendevano l'estuario la torre dell'isola di S.Stefano armata di tre cannoni e presidiata da 25 uomini e nell'isola della Maddalena le batterie "S.Andrea" e "Cavaliere" con un distaccamento del Reggimento Svizzero "De Courtain" di stanza a Sassari, alcune compagnie di milizie locali e duna banda di 200 miliziani Galluresi:in tutto 500 uomini tra i quali almeno la metà male equipaggiati.

Anche la squadra navale era in manifesta inferiorità a confronto del nemico.Essa infatti era composta da due mezze galere,la"Beata Margherita" e la "S.Barbara",di 4 galeotte e di qualche altro legno minore, inoltre per rafforzare la difesa a terra il Comandante della guarnigione impartiva l'ordine di sbarco di parte degli equipaggi che si aggiunsero ai difensori dell'isola,rendendo ancora più debole la squadra navale

A difesa del litorale Gallurese stava un corpo di milizie locali di circa 200 uomini.

Il convoglio Francese mosse da Bonifacio alle ore 04.00 del mattino del 22 febbraio 1793 ed occupava alle 9 del mattino l'indifesa isola di Spargi mentre la "Fauvette" che nel frattempo si avvicinava all'isola madre, veniva ricevuta dal fuoco dei cannoni della batteria "Balbiano" e da quello delle mezze galere, andava a ripararsi nelle vicinanze di "Punta Tegge" tentando un primo sbarco che andò però ad infrangersi contro la resistenza delle truppe Sarde. Tale inaspettata resistenza costrinse perciò la squadra nemica a far rotta verso la rada di "Mezzo schifo" dove si ancorò.

LMDestuario.gif (10367 byte)

L'estuario della Maddalena

Nel pomeriggio,protette da un intenso fuoco di artiglieria, le truppe francesi sbarcarono nell'isola di S.Stefano in un luogo non visibile dalla torre. Il Mattino successivo Buonaparte fece immediatamente piazzare in località una batteria costituita da un mortaio d'assalto e da alcuni cannoni e nella notte tra il 23 ed il 24 febbraio cominciò un intenso fuoco contro i forti, l'abitato di La Maddalena ed i legni ancorati a Cala Gavetta che, vista la situazione, levarono le ancore e si ripararono in un insenatura sotto il forte "S.Andrea". I difensori della torre intanto resistevano agli attacchi delle truppe nemiche.

Sempre quella notte il Comando Sardo per controba***re in modo più efficace il fuoco della fregata "Fauvette" e cercare di farla allontanare dalla rada fece imbarcare il più grosso cannone della batteria "Balbiano", un pezzo da 15, su un lancione al comando del Nocchiero isolano Domenico Millelire il quale, senza indugio, si trasferiva a Punta Tegge per metterlo in batteria.

Copy of balbiano.jpg (4904 byte) La batteria "Balbiano" (foto A.Nieddu ©)

Sotto una pioggia a dirotto, arroventate le p***e, cominciava il fuoco sulla fregata nemica che,colpita 4 volte e riportando molti danni oltre a un morto e diversi feriti, veniva costretta ad abbandonare l'ancoraggio per riparare in luogo meno rischioso verso la Sardegna per cannoneggiare la torre di S.Stefano ancora in mano ai Sardi e facilitarne l'espugnazione. Ma anche da qui, poiché bersagliata dal fuoco del cannone di Domenico Millelire, richiamate tutte le navi del convoglio, alle due del pomeriggio del 24 febbraio, veniva scacciata per andare a gettare l'ancora nella Cala di Villa Marina di S.Stefano, per l'assalto finale alla Torre. Buonaparte frattanto continuava il cannoneggiamento dell'isola madre.

A La Maddalena si faceva buona guardia ma le truppe erano scarse e si cominciava a temere per l'isola di Caprera,nella quale,essendo oramai il nemico padrone di S.Stefano, poteva tentare uno sbarco. Non potendo presidiarla per la mancanza di uomini e mezzi, il Comando Sardo impartì l'ordine di acendervi molti fuochi per far credere al nemico che l'isola fosse ben vigilata. La situazione cominciava a farsi difficile sia per il fuoco di Napoleone che continuava incessante da due giorni sia per la scarsezza di viveri.

A Punta Tegge, Domenico Millelire, p***eguendo nel suo intento di non dar tregua al nemico concepisce un piano molto ardito : mo***re una batteria sul litorale della Sardegna per ba***re il convoglio francese ancorato nella Cala di Villa Marina.

Ottenuti allo scopo due cannoni ed imbarcatoli insieme al pezzo da 15 sul suo lancione, verso l'una e mezza della notte, scortato dalla galeotta "Sultana" al comando di un altro eroico maddalenino,Tommaso Zonza,approda con sei uomini nei pressi di Palau riuscendo,con l'aiuto di alcuni pastori, a piazzare i cannoni ed a cominciare un intenso fuoco sulla squadra francese la quale riportò danni ingentissimi tanto da indurla nella notte tra il 24 ed il 25 febbraio a prendere il largo per tentare uno sbarco nell'isola di Caprera. Ma anche questo tentativo fu respinto dall'accanita resistenza di un distaccamenti di marinai, e dalla Galeotta "Sultana" al comando del Zonza, 65 persone in tutto.

Per la terza volta la squadra francese viene messa in fuga. Infatti,fallito lo sbarco, data fonda all'ancora all'ingresso del passo della Moneta, viene sopresa all'alba del 25 febbraio, da un intenso fuoco di artiglieria. Millelire prevedendo la mossa, aveva provveduto a spostare i suoi pezzi sulla Punta di Capo d'Orso sorprendendo la squadra francese allo scoperto frustrando così ogni ulteriore velleità di sbarco. Impressionata dai tiri di questa batteria che provocava a bordo altri morti e numerosi feriti l'equipaggio si ammutinava e chiedeva di veleggiare senza indugio verso la Corsica.

In tali frangenti il Comandante del Corpo di spedizione francese, il Generale Colonna-Cesari,emanava finalmente l'ordine di ritirata mentre Buonaparte, nella speranza della prossima resa della Maddalena, moltiplicava i suoi tiri a cui ancora validamente rispondevano i forti Sardi anche se a corto di munizioni.

Millelire nel frattempo riarmato il suo lancione con il cannone di Punta Tegge che gli aveva ben servito anche a Punta Nera ed al Capo D'Orso, s' instardava verso S.Stefano cannoneggiando la fregata "Fauvette" ed il convoglio nemico che, in disordine, batteva in ritirata. Dopo tale azione, assicuratosi della fuga ingloriosa della squadra francese, veleggiava verso S.Stefano dove sbarcava con un rinforzo di truppe per assalire le truppe francesi che,travolte dall'impeto dei sardi, si diedero alla fuga, lasciando diversi pezzi di artiglieria, munizionamenti, materiali e viveri nelle mani degli assalitori.

Ma Millelire non ancora pago si reimbarca sulla scialuppa cannoniera per inseguire sino alle acque francesi il resto della flotta francese in fuga.

Era la sera del 25 febbraio 1793.

La vittoria dovuta alla sagacia, allo spirito d'iniziativa e dall'eroismo di Domenico Millelire salvò l'estuario della Maddalena e permise ad un altro grande della storia,l'Ammiraglio Hotathio Nelson,di preparare, proprio a La Maddalena qualche anno dopo, il colpo decisivo di Trafalgar contro la potenza navale dell'Impero Francese.

Vittorio Amedeo III Vittorio Amedeo III di Savoia (Torino, 26 giugno 1726 – Moncalieri, 16 ottobre 1796) fu re di Sardeg...
05/06/2021

Vittorio Amedeo III
Vittorio Amedeo III di Savoia (Torino, 26 giugno 1726 – Moncalieri, 16 ottobre 1796) fu re di Sardegna, duca di Savoia, principe di Piemonte e conte d'Aosta dal 1773 al 1796.

Figlio di Carlo Emanuele III e di Polissena d'Assia-Rheinfels-Rotenburg, sposò nel 1750 Maria Antonietta di Spagna (1729-1785), la figlia più giovane di Filippo V di Spagna e Elisabetta Farnese. Salì al trono nel 1773.VITTORIO AMEDEO III di Savoia. – Nacque a Palazzo Reale, a Torino, il 26 giugno 1726, dalle nozze del futuro re Carlo Emanuele III di Savoia con la seconda moglie, Polissena d’Assia.

Il padre affidò la sua educazione a Roberto Solaro di Breglio, esponente dell’antica nobiltà piemontese con vaste competenze militari e diplomatiche, più volte ambasciatore presso le corti europee. Le istruzioni paterne per la formazione del figlio furono firmate l’8 luglio 1733 (Archivio di Stato di Torino, Corte, Real Casa, Cerimoniale, Cariche di corte, m. 1 d’addizione, f. 6). Gaspare Giuseppe Solaro della Moretta diventò sottogovernatore del principe e Giuseppe Wicardel de Fleury suo precettore. Solaro di Breglio rivolse, poi, alcune direttive al precettore (Torino, Biblioteca reale, Miscellanea varia, 299: Studi di Vittorio Amedeo III e suoi autografi al ministro cavalier Morozzo), prevedendo per il giovane Vittorio Amedeo una formazione religiosa fondata sul catechismo e la Sacra Scrittura e l’apprendimento di tre lingue: l’italiano, il francese e il latino.

Wicardel de Fleury ne ricavò un piano didattico concepito in tre fasi: infanzia, adolescenza e giovinezza, più aperto, rispetto alle sollecitazioni avanzate da Breglio, alle suggestioni della cultura illuministica, specialmente per l’insegnamento della storia, che si ispirò ad autori settecenteschi come Charles Rollin e Daniel Huet. Alla storia romana il giovane principe si accostò, in particolare, grazie alle Considerations sur le causes de la grandeur des Romains et de leur decadence (1734) di Charles-Louis de Montesquieu, confrontando opere di autori diffusi nella cultura settecentesca come Laurence Echard, René Aubert de Vertot D’Aubert, Isaac de Larrey. Una certa attenzione fu spesa per trasmettere all’erede al trono nozioni di geometria, matematica e scienze naturali attraverso testi di Pierre Varignon e Noël-Antoine Pluche. L’insegnamento della geografia fu accompagnato dall’uso continuo di atlanti; la mitologia fu trasmessa con la traduzione dei poemi omerici in lingua francese. Prima dei dodici anni risulta che il discepolo avesse letto il Télémaque di François de Salignac de la Mothe de Fénelon e la tragedia volterriana La mort de César. Nella seconda fase, dopo i dodici anni, il principe continuò a coltivare la storia sui classici latini, accanto alla filosofia e alle scienze, acquisendo nozioni del pensiero cartesiano, aggiornato da commenti di ispirazione newtoniana attinti alle opere di Samuel Clarke. Non mancò al principe la lettura di passi, in traduzione francese, dal Saggio sull’intelletto umano di John Locke. Per la letteratura non si privilegiarono solo i classici autori francesi (Jean Racine e Pierre Corneille), ma si diede spazio anche agli italiani (Scipione Maffei, Alessandro Tassoni) e finanche agli inglesi letti in traduzione francese (Jonathan Swift).

Nel 1735 gli fu assegnato il castello di Moncalieri, destinato a diventare la sua residenza prediletta. Crebbe negli anni delle ultime due guerre di successione, polacca (1733-38) e austriaca (1740-48), ma rimase escluso dalla possibilità di intraprendere campagne militari paragonabili a quelle di Vittorio Amedeo II e Carlo Emanuele III, limitandosi ad accompagnare il sovrano nelle operazioni militari degli anni Quaranta. Giuseppe Baretti dedicò versi in cui descriveva un viaggio del giovane principe a Cuneo per esaminare lo stato delle fortificazioni (Stanze al padre Serafino Bianchi, Cuneo 1744, stanze ###-###VIII). A Vittorio Amedeo rimase l’amore per le armi, che non poté soddisfare, a seguito della politica di pace condotta dal padre dopo il 1748, se non negli anni del proprio regno, in un clima ormai molto cambiato.

Nel 1750 sposò Maria Antonia Ferdinanda di Borbone Spagna, figlia del re Filippo V. Il matrimonio fu celebrato prima, per procura, a Madrid, dove il 12 aprile fu il ministro Giuseppe Osorio, allora ambasciatore plenipotenziario nella capitale sp****la, a rappresentare lo sposo nel salone delle udienze del Palazzo Reale. Partita il 16 aprile in compagnia, per un certo tratto, del re di Spagna, l’infanta viaggiò con alcuni rappresentanti della corte sabauda, procedendo fino ai confini con il Regno di Sardegna. Il 31 maggio la principessa varcò il Monginevro. Il principe Vittorio Amedeo incontrò la sposa ai piedi del passo alpino, da dove essi partirono per Cesana, per incontrarvi il re Carlo Emanuele III. A Oulx, lo stesso giorno, il cardinale Carlo Vittorio Amedeo Delle Lanze, gran elemosiniere di corte, affiancato dai canonici regolari di quella città e dal vescovo di Pinerolo, celebrò il rito matrimoniale, questa volta in presenza dello sposo. Il 4 giugno la coppia entrò a Torino dopo una tappa a Rivoli, festeggiata il 20 giugno da un ballo, attentamente studiato, che si tenne nel salone degli Svizzeri a Palazzo Reale.

Non è chiaro quando fosse maturato il distacco fra padre e figlio, destinato ad avere un significato politico quando l’erede salì al trono. Vittorio Amedeo III diventò, allora, il riferimento soprattutto per quanti avevano mal sopportato il paternalismo riformistico del potente segretario di Stato di Carlo Emanuele III, Giambattista Bogino. Probabilmente un ruolo in tal senso fu esercitato dalla moglie, cui Vittorio Amedeo fu molto affezionato. Circolò, del resto, il sospetto che il giovane principe avesse subito precocemente l’influenza di precipitosi consiglieri e cortigiani interessati. Né Vittorio Amedeo coltivò buoni rapporti con il fratello Benedetto Maurizio duca del Chiablese, nato dalle terze nozze del padre.

La sua ascesa al trono costituì, dunque, una cesura rispetto all’ultima fase del regno paterno, e cioè rispetto ai decenni di pace vissuti dal Regno di Sardegna dopo il 1748. A differenza del passaggio di potere dal nonno al padre (avvenuto dopo un episodio drammatico a livello interpersonale quale l’abdicazione di Vittorio Amedeo II, ma con una continuità di governo fra i ministri di Stato), il nuovo sovrano si presentò alla corte decostruendone gli equilibri.

Alcune grandi famiglie come i Solaro, i Provana, i Carron, i Falletti di Barolo, i Tournon si erano già spese per attrarre a sé le attenzioni del principe ereditario, in sintonia con un gruppo di militari e scienziati, coordinati da Giuseppe Angelo Saluzzo di Monesiglio, attivi dal 1757 all’interno di quella società scientifica privata che sarebbe stata istituzionalizzata nel 1783 come Reale Accademia delle scienze di Torino per volere dell’ormai re Vittorio Amedeo III.

Nel 1773, salendo al trono, il sovrano volle ostentare un atto di fiducia verso i sudditi, rinunciando alla tradizione del giuramento di fedeltà prestato dalle varie magistrature e dai ceti dei diversi territori del Regno, che aveva costituito il tipico rituale, d’origine medievale, praticato dagli antenati alla presa del potere, adottato ancora dal padre nel 1730 (sarebbe stato riportato in auge soltanto dopo la Restaurazione da Carlo Felice).

Nello stesso anno si susseguirono, tuttavia, diverse giubilazioni, a partire da quella più vistosa e perentoria dalla Segreteria di Guerra di Bogino (26 febbraio). Il 22 aprile fu giubilato dalla Segreteria degli Esteri Giuseppe Lascaris di Castellar, che fu bruscamente ridotto a vita privata, salvo essere poi recuperato, nel 1777, come viceré di Sardegna e, nel 1783, in veste di gran ciambellano alla corte del re. Il 12 dicembre 1773 il sovrano firmò la giubilazione del primo segretario degli Interni e ministro di Stato Carlo Filippo Vittorio Morozzo di Magliano. Alla Segreteria di Guerra fu nominato come reggente l’uomo che era stato all’ombra di Bogino, Giovanni Andrea Giacinto Chiavarina. Giuseppe Maria Carron di Aigueblanche passò da una carica di corte, come primo scudiero e aiutante di Camera, a una responsabilità politica di primo piano come ministro di Stato, sopraintendente dei Regi Archivi e quindi primo segretario agli Esteri. Agli Interni, al posto di Morozzo, salì Giuseppe Ignazio Corte di Bonvicino, che era stato sino ad allora presidente della Camera dei conti e che rimase agli Interni fino al 1789. Carron si pose subito come la figura centrale della nuova gestione.

In un clima di sospetti reciproci, cresciuti a seguito delle recenti nomine alle Segreterie di Stato e delle contese fra Francesco Maria de Viry e Carron d’Aigueblanche, maturò il caso giudiziario legato alle responsabilità dell’avvocato Paolo Gaetano Vuy, sottosegretario agli Esteri dal 1766 al 1773, che si era reso colpevole di lesa maestà per avere falsificato timbri e sigilli. Vuy fu incarcerato fino alla morte nella fortezza di Ceva, e de Viry relegato in Savoia nel feudo di famiglia.

Il dominio di Carron, tuttavia, era destinato a tramo***re nell’arco di pochi mesi, contrastato dagli stessi ambienti diplomatici di stanza a Torino, come dimostrano le critiche che il segretario d’ambasciata francese Louis Claude Bigot de Sainte-Croix consegnò nel 1775 a una memoria che sarebbe stata pubblicata e annotata da Antonio Manno un secolo dopo (Relazione del Piemonte del segretario francese Sainte Croix, in Miscellanea di storia italiana, XVI, Torino 1877). Carron aveva guidato un gruppo di aristocratici e militari che l’inviato francese accusava d’incompetenza e di propensione agli intrighi, senza escludere da tali critiche il sovrano, ritenuto responsabile di scelte sbagliate. Nel 1776 Carron comunicò a de Viry l’allontanamento da Torino di Sainte-Croix. Sembrò una vittoria, ma si trattò dell’inizio della disgrazia di entrambi. Nel 1777 Carron fu giubilato. Lo sostituì Baldassarre Perrone di San Martino, riportando alla Segreteria degli Esteri la continuità che era stata spezzata dal pensionamento di Lascaris, di cui Perrone era parente e amico.

Fra corte e Stato erano stati ricalibrati i pesi, basti pensare al fatto che lo stesso anno dell’ascesa al trono di Vittorio Amedeo III era stata sciolta la Compagnia di Gesù, con un atto che non creò però particolari traumi negli Stati sabaudi: i beni degli ex gesuiti furono, infatti, progressivamente venduti, ma l’alto clero fu destinato a rivestire a corte un peso maggiore che sotto il regno precedente. Anche il tribunale dell’Inquisizione trovò nuovi spazi incontrando il sostegno del sovrano, come sembrerebbe confermato dall’approvazione di un editto generale del vicario di Torino, in cui l’autorità di quel tribunale fu proclamata non solo per giudicare i reati di eterodossia religiosa, ma anche quelli di affiliazione a logge massoniche e di diffusione della relativa letteratura (Archivio di Stato di Torino, Corte, Materie economiche, categoria IX, m. 2 da inventariare: Progetto d’editto generale, 1781).

Fra le figure di alti ecclesiastici, oltre al potente cardinale Amedeo delle Lanze, iniziò a giocare un ruolo sempre più influente l’arcivescovo Francesco Luserna Rorengo di Rorà, cognato di quel conte Perrone di San Martino che era stato nominato segretario agli Esteri e che trovò infine una nuova intesa con la Segreteria degli Interni diretta da Corte di Bonvicino, favorendo così un cauto ritorno alla collaborazione con uomini cresciuti sotto il regno precedente.

Alla corte, perno della struttura amministrativa dello Stato grazie alla trasfusione di uomini e alle reti diplomatiche con l’estero, furono dati un nuovo ritmo e una nuova agenda, destinati a durare sino al collasso dello Stato durante l’occupazione francese di fine secolo.

A metà maggio la corte, proseguendo le scelte che erano già state del sovrano precedente, era solita recarsi a Venaria, rientrando a Torino per celebrare il 24 giugno, festa di s. Giovanni, patrono della città. A inizio luglio la corte si trasferiva poi a Moncalieri, la residenza che già come principe di Piemonte Vittorio Amedeo III aveva prediletto e che risultò quella più valorizzata. Da Moncalieri la corte si portava due volte alla settimana a Stupinigi per la caccia, venendo raggiunta dall’equipaggio che manteneva sede a Venaria. In questo modo le attività di governo furono portate, di fatto, quasi completamente nella cittadina posta sulla collina torinese, dove i ministri si recavano spesso e dove furono trasferite anche le udienze concesse ai sudditi. La corte di Vittorio Amedeo III rientrava a Torino solo fra novembre e dicembre, per celebrarvi poi il Natale, il Carnevale, fino alla Quaresima.

A Moncalieri, nel 1773, lo stesso anno dell’ascesa al trono di Vittorio Amedeo III, si tennero le nozze della principessa Maria Teresa (1756-1805) con Carlo di Borbone, fratello di Luigi XVI di Francia, futuro Carlo X, dopo la celebrazione svolta mesi prima per procura a Versailles.

Maria Teresa, quintogenita, era una dei dodici figli nati dalle uniche nozze di Vittorio Amedeo III. L’avevano preceduta: Carlo Emanuele (1751-1819), futuro re di Sardegna dal 1796 al 1802; Maria Elisabetta Carlotta (1752-1753); Maria Giuseppina Luisa (1753-1810), sposa di Luigi di Borbone, poi re di Francia dopo la morte della consorte; Amedeo Alessandro (1754-1755). E l’avevano seguita: Maria Anna (1757-1824); Vittorio Emanuele (1759-1824), futuro re di Sardegna dopo Carlo Emanuele; Maria Cristina Giuseppina (1760-1768); Maurizio Giuseppe Maria duca di Monferrato (1762-1799); Maria Carolina Antonietta (1764-1782); Carlo Felice (1765-1831), futuro re di Sardegna dopo Vittorio Emanuele; Giuseppe Benedetto conte di Moriana (1766-1802).

Il regno di Vittorio Amedeo III ereditò alcuni nodi rimasti aperti nella politica riformistica dei due sovrani precedenti, fra cui le direttive antifeudali e l’esigenza di affrontare in modo unitario il problema delle amministrazioni sul territorio. Salito al potere, Vittorio Amedeo III tese a ridurre il ruolo acquisito sotto il regno del padre dagli intendenti: funzionari che avevano ritagliato competenze a figure istituzionalmente più antiche e socialmente elevate come i governatori. In continuità con disposizioni già avviate da Carlo Emanuele III e concepite da Bogino, fu, piuttosto, il Réglement particulier pour le Duché d’Aoste (13 agosto 1773), che svuotava di fatto i privilegi di autonomia del Conseil de Commis in Val d’Aosta, di origine cinquecentesca, sottoponendo per la prima volta quel territorio alla responsabilità di un intendente. Anche una delle più solide realizzazioni del regno di Vittorio Amedeo III, la legge dei pubblici, rivolta all’amministrazione delle comunità locali, attinse alle indagini e ai piani di riforma che erano stati iniziati in età boginiana.

Il governo centrale aveva operato per imporre un modello di Consigli comunali fondati su tre classi, che avrebbero dovuto favorire le élites del ceto medio. A ostacolarne l’applicazione, tuttavia, furono innanzitutto i privilegi che erano stati confermati a diverse città: Cuneo, Nizza, Casale, Novara, Alessandria. Alcune città tentarono di rivendicare antiche autonomie amministrative (Asti, Biella, Saluzzo, Tortona), ma furono fatte rientrare nella legge, che non risultò infine in grado di determinare in tutti gli Stati sabaudi le stesse situazioni. Nel 1776 furono emanate ulteriori patenti per le città privilegiate, ma furono diversi i funzionari che avanzarono riserve sulla riforma, sostenendo che il governo la dovesse riconsiderare. Il regolamento non garantì l’accesso del ceto ‘civile’ e borghese ai Consigli comunali, ma riconobbe nuova dignità ai decurioni, e cioè ai Consigli comunali, pur non derogando dal principio per il quale il sovrano era e restava l’unica fonte della nobiltà. Fu deciso, infine, che le nuove aggregazioni ai decurionati fossero subordinate all’autorità del re, non più a quella dei patriziati locali.

Le pressioni dei nobili e del clero avevano intanto rallentato, fino a interromperla nel 1774-75, l’applicazione delle operazioni di revisione dei registri fiscali, che in Savoia, grazie a un precedente decreto del 1771, portò comunque, sotto il regno di Vittorio Amedeo III, all’affrancamento di due terzi dei contadini dai tributi signorili.

La riforma più ambiziosa del governo di Vittorio Amedeo III fu la ricomposizione dell’organico dell’esercito sabaudo, con l’istituzione, tra il 1774 e il 1775, dei dipartimenti.

Sino a fine Settecento, l’ordinanza e i reggimenti provinciali furono sempre concepiti come armate distinte, poste a livelli diversi di preparazione e di retribuzione. Negli anni Settanta nacquero, invece, tre dipartimenti di fanteria, all’interno dei quali fu creata una struttura che doveva riprodurre gli schieramenti degli uomini sul campo, alternando unità di stranieri a unità di soldati nazionali. In testa ai tre dipartimenti, in omaggio a una tradizione già codificata, furono posti i tre reggimenti di fanteria d’ordinanza più anziani (Guardie del corpo, Savoia e Monferrato). La cavalleria costituì un dipartimento a sé stante; mentre i reggimenti provinciali furono raccolti in un proprio dipartimento e obbligati a fornire contingenti alla nuova Legione degli accampamenti, incaricata di organizzare i campi per l’armata e di costruire strade e ponti militari. In questa prima generale riorganizzazione delle truppe i numeri non cambiarono di molto rispetto alle tendenze settecentesche; quello che si avviò fu una più stretta fusione tra la fanteria e l’artiglieria e, alla svolta degli anni Ottanta, un incremento del numero degli ufficiali e dei bassi ufficiali tanto di fanteria quanto di cavalleria.

La struttura dipartimentale fu nuovamente riformata nel 1786, puntando su nuove grandi unità: le divisioni, organizzate in modo binario (anziché ternario come i dipartimenti). S’introdusse in questo modo una formazione studiata per consentire allo Stato maggiore di coordinare i movimenti delle truppe di linea e, insieme, dei corpi provinciali: i genieri e i reggimenti provinciali. L’obbligo di servizio dei provinciali fu ridotto e furono differenziati i mesi dell’anno e il numero dei luoghi previsti per le esercitazioni dei corpi provinciali. Gli eventi interruppero presto queste complesse operazioni di ingegneria logistica, che miravano ad allestire un’armata in grado di condurre operazioni offensive con un buon parco d’artiglieria mobile e leggera. Nel 1792, allo scoppio della guerra contro la Francia, l’esercito tornò a schierarsi in modo difensivo, verificando che l’arma più forte continuava a essere quella delle imponenti fortificazioni cresciute e riorientate lungo i confini.

Fra i risultati raggiunti dal regno di Vittorio Amedeo III durante gli anni Ottanta vi furono la realizzazione di una rete stradale verso Nizza, in Savoia e in Sardegna, e la trasformazione di un antico borgo medievale, passato ai domini dei Savoia dal XV secolo, in una sorta di città ideale, modellata sull’esempio urbanistico torinese: Carouge, limitrofa ai confini, ridefiniti nel 1754, fra Repubblica di Ginevra e Stati sabaudi.

Al centro di una rete di scambi commerciali da tempo molto intensi, Carouge, ultimati i cantieri che erano stati aperti fra gli anni Sessanta e Settanta, fu elevata al rango di città reale (1786), con l’intento di trasformarla in un’antagonista ideale di Ginevra. Concepita da architetti di corte quali Domenico Elia, Giuseppe Viana e Lorenzo Giardino, senza fortificazioni né mura, con strade ortogonali e grandi piazze alle porte di quel territorio ginevrino che si era sottratto in nome della confessione calvinista all’orbita dei Savoia, la città ospitò in maggioranza cattolici, ma anche minoranze di ebrei e protestanti, di origine non solo piemontese e savoiarda, ma anche francese, elvetica e tedesca, confermati dai censimenti dell’epoca. Nel 1792 Carouge fu occupata e annessa alla Francia, prima di essere consegnata, dopo la Restaurazione e per volere del Congresso di Vienna, al cantone ginevrino.

Nell’ultima fase del regno, la sostituzione di Corte di Bonvicino con Pietro Giuseppe Graneri (1789), funzionario proveniente da una famiglia di nobiltà togata che aveva iniziato la carriera sotto la protezione di Bogino, riportò la Segreteria degli Interni a un maggior peso rispetto a quello rivestito fino ad allora dalla Segreteria degli Esteri, dove Perrone di San Martino fu giubilato e sostituito da Joseph Perret d’Hauteville, un ex intendente.

Allo scoppio della guerra contro la Francia (1792), la Savoia e il Nizzardo furono infine occupati dai francesi, dopo una già diffusa diramazione della propaganda che invitava a nutrire simpatie repubblicane, alimentando sommosse in vari centri piemontesi.

Scampato a una congiura, che nel 1794 lo avrebbe dovuto uccidere con l’intera famiglia reale a opera di un club giacobino che si era raccolto a casa del medico di corte Ferdinando Barolo, Vittorio Amedeo III riuscì a seguire negli ultimi anni di vita i lavori che erano stati affidati a una commissione incaricata di esaminare un’inchiesta sugli affittamenti, ordinata dal ministro Graneri nel 1792, al fine di ridurre i diritti feudali esercitati attraverso primogeniture e fidecommessi.

Entro quella commissione, il ruolo principale fu svolto da un funzionario di vaglia come Gian Francesco Galeani Napione, che si era già fatto interprete di numerose proposte avanzate nei decenni precedenti, fra gli altri da Carlo Denina: riportare in parte i nobili nelle città di provincia, liberalizzare il commercio dei grani, sostenere una nobiltà commerciante, arginare le spese legate al lusso. Tutti propositi che furono, però, interrotti o rinviati alla fine della guerra in corso dal 1792.

Dopo l’armistizio di Cherasco (28 aprile 1796), che sancì la sconfitta militare dell’esercito sabaudo e la dichiarazione della sospensione dello stato di belligeranza, Vittorio Amedeo III nominò l’ennesima commissione per far fronte alla situazione economica dello Stato, prossima al collasso, ordinando che fossero tagliate le spese della corte e dell’esercito. Il sovrano non fece in tempo ad assistere alla preparazione dell’editto che nel 1797 avrebbe dovuto allodializzare i beni feudali, per merito di quella schiera di economisti, guidati da Galeani Napione, che era riuscita a prevalere sulla politica più conservatrice di alcuni togati. Il successore, re Carlo Emanuele IV, travolto dalle insurrezioni filorepubblicane e incapace di sostenerne la sfida, interruppe il piano, che era già pronto ed era già stato parzialmente attuato in Savoia.

Afflitto dalla crisi del proprio regno e delle proprie truppe, Vittorio Amedeo III morì a Moncalieri il 16 ottobre del 1796, lo stesso anno in cui Bonaparte spostava il teatro della guerra verso l’Italia incontrandosi con le speranze dei ‘patrioti’ repubblicani. La salma fu tumulata presso la basilica di Superga.

Fonti e Bibl.: N. Bianchi, Storia della monarchia piemontese dal 1773 al 1861, II, Torino 1878, pp. 475-478, 538-547; D. Carutti, La storia della corte di Savoia durante la Rivoluzione e l’Impero francese, Roma 1892, passim (in partic. p. 350); C. Calcaterra, Il nostro imminente Risorgimento. Gli studi e la letteratura in Piemonte nel periodo della Sampaolina e della Filopatria, Torino 1935, passim; R. Bergadani, V.A. III (1726-1796), Torino 1939; C. Calcaterra, I Filopatridi. Scritti scelti, Torino 1941, passim; Id., Le adunanze della Patria Società letteraria, Torino 1943, passim; A. Corboz, Invention de Carouge. 1772-1792, Lausanne 1968; F. Venturi, Settecento riformatore, IV, La caduta dell’Antico Regime 1776-1789, Torino 1984, pp. 476, 497, 637, 793, 908, 1017; Bâtir une ville au siècle des lumières. Carouge: modèles et réalités, Torino 1986; V. Ferrone, La Nuova Atlantide e i Lumi. Scienza e politica nel Piemonte di V.A. III, Torino 1988; G. Ricuperati, I volti della pubblica felicità. Storiografia e politica nel Piemonte settecentesco, Torino 1989, pp. 237-283; M.L. Sturani, Inerzie e flessibilità: organizzazione ed evoluzione della rete viaria sabauda nei territori ‘di qua dai monti’ (1563-1796). I presupposti strutturali. Sec. XVI-XVIII, in Bollettino storico bibliografico subalpino, L###VIII (1990), 2, pp. 455-512; G. Ricuperati, Il Settecento, in P. Merlin et al., Il Piemonte sabaudo. Stato e territori in età moderna, Torino 1994, passim; P. Delpiano, Il trono e la cattedra. Istruzione e formazione dell’élite nel Piemonte del Settecento, Torino 1997, pp. 46-48, 55, 69, 116-121, 132-139, 146 s., 202, 215-217, 310; M.T. Silvestrini, La politica della religione. Il governo ecclesiastico nello Stato sabaudo del XVIII secolo, Firenze 1997, pp. 277, 367; A. Merlotti, L’enigma delle nobiltà. Stato e ceti dirigenti nel Piemonte del Settecento, Firenze 2000, pp. 67, 70, 78, 152, 163-168, 170, 172, 179-185, 190-198, 202, 205, 212, 216, 224-229, 232, 238, 245 s., 248 s., 252 s., 268, 270, 274; P. Bianchi, Onore e mestiere. Le riforme militari nel Piemonte del Settecento, Torino 2002, passim; Ead., Politica matrimoniale e rituali fra Cinque e Settecento, in Le strategie dell’apparenza. Cerimoniali, politica e società alla corte dei Savoia in età moderna, Torino 2010, pp. 165-170, 179-191, 224-249, 252 s.; A. Merlotti, Una corte itinerante. Tempi e luoghi della corte sabauda da Vittorio Amedeo II a Carlo Alberto (1713-1831), in Architettura e città negli Stati sabaudi, a cura di F. De Pieri - E. Piccoli, Macerata 2012, pp. 68-76.

Indirizzo

Quartu Sant'elena
09045

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Immagini Della Spedizione Francese in Sardegna Nel 1793 pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Condividi

Digitare